
Da quando l’autore britannico Horace Walpole ha dato il via al genere delle case infestate con il suo fondamentale romanzo breve di ambientazione gotica, Il castello di Otranto (1765), ci sono stati centinaia di racconti e decine di romanzi incentrati su questo più agghiacciante degli argomenti letterari. Per me, i romanzi in cima al mucchio ectoplasmatico sono The Haunting of Hill House (1959) di Shirley Jackson, ancora una delle ghost story più riuscite che abbia mai letto, La casa d’inferno (1971) di Richard Matheson, Shining di Stephen King (1977) e L’orrore di Amityville di Jay Anson (presumibilmente basato su fatti reali, e anch’esso del ’77).

Di rado si parla, invece, di “La casa delle streghe” di Evangeline Walton, un libro che era nel mio mirino da molto tempo.

Leggere La casa delle streghe equivale, di fatto, a riscoprire un classico dimenticato della letteratura gotica. Pubblicato nel 1945 da Arkham House in una tiratura limitata di 3.000 copie, fu il primo romanzo completo edito da questa casa editrice e inaugurò la “Library of Arkham House Novels of Fantasy and Terror”. Una versione ampliata, arricchita da un prologo di 20.000 parole, vide la luce nel Regno Unito nel 1950.

La trama ruota attorno a un gruppo eterogeneo di personaggi che si ritrovano nella misteriosa La casa delle streghe. Tra loro, Zoia, figlia di una delle amanti di Rasputin; Betty-Ann, una giovane affascinante ma facilmente preda del terrore; e Carew, un enigmatico studioso dell’occulto con abilità straordinarie, come la telepatia e l’ipnosi. La casa stessa è un labirinto di corridoi che si biforcano, creando un’atmosfera di disorientamento e inquietudine.

I dialoghi, spesso ellittici, affrontano temi profondi come la religione, il destino e la predestinazione, conferendo alla narrazione una qualità quasi onirica. Le descrizioni volutamente vaghe della casa amplificano il senso di straniamento, suggerendo che l’indeterminatezza sia una scelta stilistica per evocare l’ignoto.

Evangeline Walton non si limita a evocare il terrore attraverso eventi espliciti, ma costruisce un’atmosfera sottile e inquietante, dove l’ignoto è più spaventoso di qualsiasi orrore tangibile. La sua prosa ha la stessa qualità ipnotica, quasi musicale, che caratterizza racconti come The Willows e The Wendigo, con descrizioni che sembrano sfumare i confini tra realtà e incubo. Il senso di dislocazione che si prova attraversando gli inquietanti corridoi della casa infestata richiama le inquietudini spaziali tipiche di Blackwood, e l’insistenza sulla natura come forza arcana e insondabile è un altro evidente punto di contatto tra i due autori.
In definitiva, “La casa delle streghe” offre un’esperienza di lettura unica, arricchita da personaggi complessi e una prosa evocativa. Un’aggiunta imprescindibile per gli appassionati del gotico e per chi desidera esplorare le sfumature più sottili del terrore letterario.

