
In questi giorni le immagini del carnevale riecheggiano praticamente ovunque e perchè non raccontare la sua storia partendo dalla genesi?
Il significato etimologico è particolarmente evocativo, deriva dal latino carnem levare o carni levamen, ovvero la sottrazione o il sollievo dalla carne (inteso qui anche come carnalità).
Questa celebrazione si conclude, infatti, con il martedì grasso per lasciare il posto alla Quaresima, per i credenti tempo di digiuno e di preghiera in preparazione alla Pasqua.
Ma per trovare le origini e il significato della festa bisogna andare un po’ più indietro. Anche questa ovviamente è la rivisitazione di una celebrazione che, come altre festività cristiane, ha origini molto più antiche e che prendono spunto dal paganesimo.

Origini e storia del Carnevale vanno rintracciate nelle feste pagane di cui hanno preso il posto assorbendone stile e spirito: dall’euforia allo scambio dei ruoli, dalla rottura degli schemi all’abbandono dei freni inibitori, come anche le maschere e i carri che sfilano tra la folla esultante.
Nel mondo antico, il ciclo da dicembre a marzo corrispondeva a diverse festività.
A Roma, il periodo iniziava con i Saturnalia, dedicati al dio Saturno, garante di un’età felice e prospera.
Durante queste celebrazioni prevaleva il principio del sovvertimento degli obblighi sociali
e delle gerarchie costituite: lo schiavo diventava padrone e il padrone serviva gli schiavi.
Una confusione festosa di ruoli che ben si sposava con il clima gioioso della ricorrenza.
Momento di evasione e spensieratezza per tutti.

Era propria di questa festa la sfilata di un carro per le vie di Atene, evocazione dell’arrivo del Dio in città avvenuto dal mare, seguita da personaggi in maschera tra la folla esultante che levava in alto i calici e dava vita a un trionfo di recite, balli, canti.
La tradizione dei carri è infatti millenaria ed è davvero straordinario come sia giunta fino a noi.

Le origini delle maschere di carnevale si riscontrano anche nei Lupercalia, le celebrazioni romane in onore del dio Fauno. Lattanzio, all’alba del IV secolo, riferisce che i sacerdoti luperci avevano il volto coperto da una maschera o dal fango.
L’inizio della festa era dato dalla corsa dei sacerdoti nudi, muniti di strisce di cuoio (le februae), che partiva da una grotta situata sul colle Palatino per arrivare fino alla via Sacra.
Il colpo delle februae si credeva portasse il dono della fertilità, per cui i sacerdoti colpivano con queste strisce di cuoio chi si offriva al loro passaggio. Proprio alla forma delle februae si farebbero risalire i dolci tipici del carnevale, oggi chiamate frappe o chiacchiere, a seconda della regione, che hanno l’aspetto delle strisce di cuoio chiuse a fiocco o distese.

Alla fine del V secolo, in piena età cristiana e nonostante le ordinanze repressive volute da papa Teodosio I, circa cento anni prima, non si era ancora riusciti ad arginare il rito dei Lupercalia, ritenuto immondo dalla Chiesa. Ci sono voluti ancora editti e slittamenti di date perché tutte le feste pagane del periodo convogliassero in una sola, declassandole tutte.
A partire dal Medioevo, si cominciò a celebrare il processo al Re Burla o sua Maestà Carnevale, una parodia di un’assemblea giudicante. Era una sorta di tribunale che inevitabilmente decretava la fine del re tra urla, sberleffi e schiamazzi che ricordavano l’ingresso alla nuova vita dei confratelli luperci i quali, prima della loro corsa, fin dall’interno della grotta, esordivano emettendo una gran risata.
Le feste pagane del periodo prendevano le mosse da un sacrificio per inneggiare alla vita.
Anche se nel corso dei secoli la chiesa ha tentato di sovvertire alcune tradizioni è innegabile che il loro fascino abbia attraversato le epoche.
Tenace e resiliente come solo l’arte può essere.

