
Firenze, 1389. Il fuoco si ingrossa tra gli strilli, il fumo si alza e rende grigio il cielo sopra la chiesa di Santa Maria del Tempio. Un uomo in saio, Fra Michele da Calci, brucia per la sua fede. Fa parte dei francescani chiamati dall’Inquisizione “fraticelli”, una frangia dell’ordine che si ribellò all’autorità dei loro superiori e della gerarchia ecclesiastica.

La sua colpa? Aver predicato un’idea ardita nel Medioevo: la Chiesa deve vivere in assoluta povertà, seguendo l’esempio di Francesco d’Assisi e di Cristo. Ma nel Trecento, contestare l’autorità ecclesiastica significa camminare sul filo del rasoio. Gli Spirituali, e poi i Fraticelli, sono perseguitati senza pietà, considerati eretici da papi e inquisitori. Fra Michele è uno di loro.

A giudicarlo è Bartolomeo Uliari, inquisitore inflessibile. Il processo è uno scontro tra visioni opposte: da un lato il rigore dogmatico, dall’altro l’utopia di una Chiesa senza ricchezze. Le cronache del tempo – tra documenti ufficiali e racconti densi di passione – lo ritraggono come vittima sacrificale di un sistema che non ammetteva deviazioni.

E così, il 1389 segna la sua fine. O forse no. Perché la sua storia continua a bruciare nelle pagine di chi l’ha raccontata, trasformando la sua condanna in un simbolo di resistenza. Questo episodio, difatti, è stato spunto essenziale per Umberto Eco e per il suo celebre romanzo, diventato poi trasposizione cinematografica, “Il nome della Rosa”
Un libro ed una storia che hanno radici in un profondo atto di sdegno ad un mondo profondamente diseguale.

