
Come lo racconti Luigi Tenco? Cantautore, poeta e artista ribelle sarebbero definizioni profondamente scontate e che lui avrebbe aborrito.
Lui, che mai avrebbe voluto essere uguale a tutti gli altri, tormentato ma tenace e sconfitto solo da un sistema malato e senz’anima.

Personalità inquieta e imperscrutabile, è stato un cantautore prolifico e dalla grande vena crepuscolare.
Nato a Cassine, in provincia di Alessandria, esordì nel 1959 e prese parte a diversi gruppi musicali, insieme anche a Bruno Lauzi, Gino Paoli e Fabrizio De André. In carriera usò più pseudonimi: Gigi Mai, Gordon Cliff (nel 1960 per “Tell me that you love me”, versione inglese di “Parlami d’amore Mariù”) e Dick Ventuno.

Al primo 45 giri “I miei giorni perduti” del 1961 seguirono altri brani molto apprezzati, quali Mi sono innamorato di te, “Un giorno dopo l’altro” (sigla di coda della serie TV “Il commissario Maigret”), “Lontano, lontano” e “Vedrai vedrai”.

Nel 1967 prese parte al Festival di Sanremo con Ciao amore, ciao, cantata in coppia con la cantante italo francese Dalida. Il brano fu escluso dalla finale e nella sua mente, già in preda a un’evidente agitazione, esplose la disperazione più nera. Con un colpo di pistola si tolse la vita nella sua camera all’Hotel Savoy, lasciando un messaggio d’accusa.

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».










A differenza di chi disse, sempre sul palco dell’ Ariston, che Tenco giocava con la pistola, si trattò di un suicidio.
Inutile disquisire o meno sul gesto, la bellezza di un grande artista trascende le logiche umane e va bene così.
Io di Tenco amo ciò che ha rapporti e rappresenta ancora oggi.
La ribellione in nome dell’infinito.

