
Quando una panchina viene scoperta è sempre una grandissima emozione: si tratta infatti non solo un monito ma anche un ricordo. E fa male: tocca l’anima e scuote il cuore, perché apre ad una verità immutabile e drammatica assieme alla cicatrice che accompagna ogni dolore.
Quando viene uccisa una donna per mano di un compagno, marito o fidanzato, muore la dignità di un paese e spesso i figli sono lasciati soli e smarriti. Senza supporto e conforto adeguato, se non da amici e parenti rimasti. Assenza scandalosa e solitudine sociale che si tramuta in disagio in una tragedia quasi sempre annunciata a suon di insulti, visite agli ospedali e abusi.
E oggi la panchina in ricordo di Olga Granà, uccisa il 26 Luglio 1997da sette colpi di ascia dall’ex marito, Salvatore Delmonte, davanti all’ufficio postale di Albizzate, ha avuto un duplice scopo. Sicuramente l’eredità di una persona profondamente coraggiosa e che ha lasciato un segno profondo in tutte le persone che oggi hanno assistito a questo evento.

Da un lato, si è voluta ricordare ed affermare la forza di una donna che ha saputo rinascere dalle ceneri di un matrimonio violento. Mamma e creatura la cui determinazione e resilienza è stata spezzata da un mostro, ma che non ha voluto piegarsi ad una vita che non accettava. Esempio di come si possa alzare la voce e continuare a farlo: ogni essere umano ha diritto ad avere la sua parte di felicità e a vivere come il cuore desidera.
Senza paura o costrizioni, libera e serena.







Dall’altro, è innegabile come sia necessaria un’azione coesa e strutturata per fronteggiare il dramma che colpisce i figli delle vittime di femminicidio. Si tratta di persone fragili e alle prese con dolori, sofferenze e nuovi equilibri da affrontare.
Mi ha molto colpito un’affermazione di Giuseppe Delmonte, figlio di Olga, che in una intervista dichiarò di essere andato in terapia solo nel 2017, ossia VENT’ANNI dopo la tragedia e solo perché, da uomo adulto e autosufficiente, poteva permetterselo. Se ci pensiamo, all’epoca era un giovane di 19 anni: nessuno può avere la presunzione di immaginare cosa abbia passato, ma sapere che non ha ricevuto adeguato supporto fa provare una profonda rabbia. Una ulteriore pena da scontare nell’ergastolo di un dolore profondamente ingiusto.
Una vergogna, purtroppo troppo nota.







Attraverso il lavoro capillare e sinergico di Anemos con la condivisione dell’Associazione Olga di cui Giuseppe Delmonte è presidente, e il supporto dell’amministrazione comunale è stato possibile porre una panchina nel paese dove Olga aveva trovato dimora assieme agli adorati figli.
Sicuramente uno dei tanti eventi che continueranno a svolgersi, perché la memoria non dovrebbe mai dormire.
Esattamente come i sogni di chi lotta per rivendicare il proprio diritto a rinascere dopo aver attraversato l’inferno della violenza.









Affinché nessuno annienti più quella voglia di vivere che l’anima di Olga respirava a pieni polmoni e quella forza che le ha permesso di andare avanti, da sola, per amore dei suoi figli.
Occorre lottare perché nessuno tolga la gioia di un figlio che vede tornare a casa sua madre e ne spenga il sorriso.
E, nel caso di questa donna meravigliosa, sono sicura era bello come quello delle mamme più straordinarie e tenaci: luminoso come il sole.


