Un dipinto, una donna e tante voci.

Aluica Gradenico fu una dogaressa veneziana del Trecento.

Figura leggendaria e piuttosto enigmatica, dotata di straordinaria bellezza, a circa 45 anni sposò in seconde nozze l’ottantenne doge Marino Falier da cui prese il nome e con cui è conosciuta alla maggior parte delle persone.

A Venezia si vociferava che la dogaressa avesse costumi licenziosi e non proprio consoni al suo status. Si parlava senza ritegno di «Marin Falier beco» e, secondo il racconto che fa Marin Sanudo nelle sue “Vite dei duchi di Venezia”, fu trovato scritto sul suo seggio: «Marin Falier, da la bela moier, altri la gode e lui la mantien».

In poche parole di apostrofava il marito come il classico “cornuto”.


Dell’epigramma offensivo fu giudicato colpevole il patrizio Michele Steno, punito poi con una pena che il doge ritenne insufficiente. Tutto sarebbe iniziato a una festa a Palazzo Ducale dove lo Steno, invaghitosi di una damigella della dogaressa, avrebbe fatto un atto sconveniente, provocando l’ordine del doge di cacciarlo dalla sala; nella stessa notte, per ritorsione, lo Steno avrebbe tracciato la scritta ingiuriosa.

Secondo una romantica versione dei fatti, proprio l’affronto ad Aluica avrebbe
spinto il doge a organizzare la congiura contro lo Stato, per cui è drammaticamente passato alla storia.
Marino Falier fu accusato, infatti, di aver tramato per instaurare una sorta di signoria personale con l’appoggio delle classi popolari e, condannato a morte, il 17 aprile 1355 fu decapitato sul pianerottolo della scalinata del Palazzo Ducale.


Difficile dire come si siano svolti veramente i fatti e se l’offesa alla moglie abbia avuto realmente un ruolo nella congiura. Sta di fatto che Aluica Gradenico sopravvisse all’illustre consorte vivendo ancora per parecchi anni.
Morto Falier, le fu restituita la dote e un gioiello, ricevette un vitalizio e le fu risarcito l’importo dei suoi mobili, venduti all’asta insieme a quelli del marito.

Agli splendori del potere, però, si sostituì per lei il dramma di una vita agitata e solitaria: Aluica si ritirò prima in monastero, poi a Verona e, tornata a Venezia, prese dimora in una casa  che le era stata risparmiata dalla confisca.

Forse schiacciata dal peso dei ricordi, afflitta dalle pressioni dei parenti che ambivano alla sua eredità, la patrizia perse progressivamente lucidità, tanto che i magistrati ritennero opportuno annullare due dei suoi tre testamenti. Nell’ultimo, datato 7 marzo 1387, si accenna al Falier con il semplice nome, tacendone la dignità, ed è da ritenere che sia stato dettato da Aluica poco prima di morire.

La figura della dogaressa implicata nei drammatici eventi suscitò la fantasia di poeti e compositori.
Nell’opera “Marino Faliero” di Donizetti, Aluica si trasforma nel personaggio di Elena che, in lacrime, rivela al marito in attesa del patibolo un tremendo segreto: di averlo tradito con Fernando, nipote dello stesso doge.


Dapprima furioso, Faliero si placa e perdona la sposa, che lo assiste fino a poco prima dell’esecuzione. Degli ultimi istanti, a Elena giungono solo terribili rumori confusi. Quando i tamburi annunciano la morte, la donna, distrutta dal rimorso, cade svenuta, ma prima pone una disperata domanda, destinata a rimanere senza risposta:

«Egli ha detto una parola… fu per me?»

Una storia che, ancora oggi, fa riflettere su quanto il peso delle parole possa fare molto male ed uccidere più della spada.



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