
Il Venerdì Santo è, per la tradizione cristiana, uno dei giorni più sentiti.
Per ogni cristiano partecipare alla Via Crucis significa entrare nel mistero dei patimenti di Gesù e vivere quel dolore disumano.
Ma cosa racconta la Via Crucis?
Essa è un viaggio nella disperazione di un profeta tradito, di una madre che vede il figlio torturato e ucciso e infine dei discepoli smarriti.
Ho sempre pensato a questo evento come qualcosa che l’umana ragione non può tollerare.
E, credetemi, non per puro bigottismo cristiano: non mi ricordo nemmeno quando ho partecipato ad una messa.

Sono cristiana ma credo che la Chiesa abbia perso, nei mille e più cerimoniali, la vera natura del messaggio di Dio.
Abbandonando ciò che davvero conta. Anche nella Via Crucis.
Attraverso le cosiddette stazioni si ripercorre la vicenda.
– Gesù viene condannato a morte
– Gesù è caricato della croce
– Gesù cade per la prima volta
– Gesù incontra sua madre
– Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
– Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
– Gesù cade per la seconda volta
– Gesù consola le donne di Gerusalemme
– Gesù cade per la terza volta
– Gesù è spogliato delle vesti
– Gesù viene crocifisso
– Gesù muore in croce
– Gesù è deposto dalla croce
– Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro

Il tutto sempre scandito da un rigido schema, sia mai si possa riflettere su quanti cristi anche oggi troviamo appesi alle croci e madri che piangono figli uccisi.
Una religione dovrebbe essere maestra di vita esattamente come la storia, ma, si sa che l’ essere umano è sordo di cuore per natura.
Ma, oltre tutta questa ipocrisia di facciata, qual è davvero il senso della Via Crucis?

Le primitive forme della futura Via Crucis si possono riscontrare nella processione che si snodava in Terra Santa a Gerusalemme, fra i tre edifici sacri eretti sulla cima del Golgotae nella “via sacra”, ossia un cammino attraverso i Santuari di Gerusalemme che si desume dalle varie “cronache di viaggio” dei pellegrini dei secoli V e VI.
La Via Crucis, nella sua forma attuale, risale al Medioevo inoltrato. Nel corso del Medioevo, infatti, l’entusiasmo sollevato dalle Crociate, il rifiorire dei pellegrinaggi a partire dal secolo XII e la presenza stabile, dal 1233, dei Frati Minori Francescani nei “luoghi santi” suscitarono nei pellegrini il desiderio di riprodurli nella propria terra.

La pratica della Via Crucis nasce dalla commistione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal secolo XV, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi:
– La devozione alle “cadute di Cristo” sotto la croce;
– Ladevozione ai “cammini dolorosi di Cristo”, che consiste nell’incedere processionale da una chiesa all’altra in memoria dei percorsi di dolore compiuti da Cristo durante la sua Passione;
– La devozione alle “stazioni di Cristo”, ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che partecipano alla sua Passione. Spesso “cammini dolorosi” e “stazioni” sono consequenziali nel numero e nel contenuto (ogni “cammino” si conclude con una “stazione”) e queste ultime vengono indicate erigendo una colonna o una croce nelle quali è talora raffigurata la scena oggetto di meditazione.

Una tradizione che ricorda un martirio ingiusto e oltre ogni umana tolleranza. Simbolo e monito della sofferenza di Gesù che puntualmente viene dimenticata.
Perché rappresentare una funzione in pompa magna è cosa facile, portare avanti e fare nostri gli insegnamenti cristiani è complicato.
Abbiamo forse imparato qualcosa dalla Via Crucis? Alla luce di un 2025 dove le guerre e l’odio imperversano, credo praticamente ed amaramente nulla.

