
“Non esiste la storia muta. Per quanto le diano fuoco, per quanto la frantumino, per quanto la falsifichino, la storia umana si rifiuta di tacere”
Eduardo Galeano
La guerra e le storie legate ad essa sono sempre uno scrigno prezioso. Tuttavia non sempre la verità viene sempre raccontata in modo diretto e lineare e spesso i protagonisti vengono dimenticati o ritenuti scomodi.
Se vi chiedessi, cosa è un IMI? Probabilmente molti di voi non saprebbero rispondere a questa domanda, soprattutto tra i più giovani.
Ebbene si tratta degli Internati Militari Italiani (in tedesco Italienische Militärinternierte – IMI) ed è la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’armistizio dell’Italia, l’8 settembre 1943.
E quest’opera è il diario di uno di loro.
Un diario speciale, scritto da un nipote che vuole restituire memoria, dignità e giustizia ad una vicenda dimenticata, raccontata male e mai sufficientemente approfondita.

23 marzo del 1928, mi sono iscritto, come molti del resto, se non tutti, al partito fascista, era necessario per molte cose tra le quali lavorare e per non essere continuamente al centro dell’attenzione, tutta la mia famiglia e la gran parte degli abitanti del convento, aveva simpatie socialiste, me compreso, mi ricordo che qualcuno di loro in passato, aveva partecipato anche ai primi scioperi contadini della provincia.
nonno chiarino
La tessera del partito era altresì necessaria per non avere problemi di qualsivoglia natura, in quanto ero prossimo alla chiamata per il servizio militare e infatti, fatte le visite al presidio di Mantova, il 23 aprile del 1928 fui chiamato a svolgere il servizio militare,inquadrato nel 2° reggimento genio radiotelegrafisti di stanza a Firenze e da qui comincia la mia avventura militare, matricola 11239, che condizionerà per sempre la mia breve esistenza.
Tutto inizia con quella che sembra essere una modesta vita contadina comune a molte nella provincia Mantovana: lavoro nei campi, qualche piccolo svago al bar con gli amici e un matrimonio.
Eppure, fin dalla giovinezza, si cominciano ad intravedere le prime crepe della tragedia.
Il regime fascista è nella fase di pieno potere e Chiarino non si sente coinvolto dagli ideali proposti. A dire il vero, lui è una persona soddisfatta e felice della sua semplicità e del piccolo mondo che lo circonda.
Un porto sicuro in cui rifugiarsi e sentirsi tranquillo.
Neppure il servizio militare sembra dargli appassionarlo, ma ecco che la storia entra prepotentemente nella vita di un uomo che tutto avrebbe voluto fare, meno che entrare in una delle pagine più nere.

Il 9 giugno 1940 domenica, ricordo molto bene quel giorno, fu una giornata speciale per me, avevo a disposizione il calesse dei Nuvolari, i padroni erano andati a Milano e qualche volta quando andavano via, me lo facevano usare, avevano molta fiducia in me e io ero bravo ad accudire i cavalli e tenere sempre in ordine la carrozzina (al birocc), era una bella giornata soleggiata e decisi quindi di andare al mercato di Castel D’ario per trovare gli amici di sempre e non senza fermarmi però dalla mamma e i fratelli che nonostante non fossero troppo lontani da Stradella, non li vedevo molto spesso a causa del lavoro, con me c’era Ennio che si divertiva tantissimo e ogni tanto gli lasciavo le briglia per condurre il cavallo.
nonno chiarino
Arrivati in Piazza Garibaldi notai subito una certa eccitazione sulla balconata e sulle scale che portavano al comune, il Podestà era intento a dare direttive agli stradini e altri camicie nere, nel centro della balconata svettava imponente un cartello scritto a mano a caratteri cubitali:
DOMANI ALLE ORE 18,
RADUNO DI TUTTA LA CITTADINANZA
PER UN ANNUNCIO IMPORTANTE DEL NOSTRO DUCE,
NON MANCATE.
La guerra e gli orrori che il suo fiume vorticoso trascina irrompono prepotentemente.
Attraverso questo diario scopriamo moltissimo sulla vita militare, sui ritmi e gli equilibri precari di uomini normali costretti ad combattere per la brama di potere dei governanti e dei re.
Grazie ad un racconto avvincente, ricco di dettagli e particolari, ci immergiamo in una quotidianità molto lontana dalla nostra eppure vissuta da persone simili a noi.
Nate e cresciute in un momento sbagliato.
Molti soldati sono tornati a casa, devastati nell’anima e nel corpo.
Nonno Chiarino non tornò mai. Nonno Chiarino è stato uno degli invisibili 716.000 militari italiani ridotti in schiavitù nei lager nazisti dopo l’8 Settembre 1943.
Catturati, rastrellati e deportati nei territori della Germania nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’armistizio. Sottoposti ad ogni tipo di lavoro massacrante e umiliati nel modo peggiore.
Fino alla fine.
E così ci hanno caricato su dei vagoni che puzzavano ancora di bestiame, ci misero in fila, ci contano mentre saliamo, fino a quaranta per vagone, smarriti, stanchi: è un incubo? Mi sono accovacciato su quelle sporche tavole di legno dalle cui fessure si poteva scorgere il terreno sottostante, appoggiandomi ad una parete; alle mie ginocchia si appoggia immediatamente un compagno, è sudatissimo, sento la sua schiena fradicia che mi bagna i pantaloni, altri due sventurati come me, mi serrano i fianchi, sono immobilizzato, siamo partiti chiusi a catenaccio, in un caldo asfissiante, tutti tacevano, il treno è partito ed appena prende un po’ di velocità il rumore infernale delle ruote copre ogni lamento, l’aria è irrespirabile, dobbiamo fare i conti anche con la durezza dei colpi delle giunture delle rotaie, i sobbalzi ci impediscono qualsiasi tentativo di assopirci.
nonno chiarino
Questo libro è il regalo di un nipote ad un nonno che non ebbe voce, che la storia volle dimenticare perché a sua volta dimenticato in quei tremendi momenti.
Eroe forse per caso, ma tenace nella scelta di seguire il vero ideale che ne permeava l’anima.
Immenso in una scelta eroica e coraggiosa, consapevole di ciò avrebbe potuto comportare.
Senza esitazione, e con profondo senso del dovere.

