
Quando morì Ayrton Senna, la sua morte fu l’apice di un weekend difficile e tragico. Il primo a morire fu un pilota quasi sconosciuto di nome Roland Ratzenberger.
Una vita dedicata ad una grande passione che lo portò a percorrere i circuiti di F1. Nonostante le modeste origini e un’inizio tutt’altro che facile.

La passione per i motori lo aveva contagiato fin da bambino, quasi per caso per perché il padre non era un appassionato. Tuttavia, i genitori ricordano con grande affetto questa ossessione verso il mondo delle corse.
Fu la nonna a portarlo per primo a vedere una corsa in salita quando aveva nove anni scaturendo la scintilla definitiva. Quando c’era una corsa a Zeltweg chiedeva di farsi accompagnare e stava ore e ore aggrappato alle reti a vedere le auto.

Nella casa, ci sono i trofei di Roland, quelli vinti in Giappone o in Formula 3000, quando conquistò la gara di Donington. Si era messo in luce in Formula Ford nel campionato britannico, ma poi non riuscendo a sfondare in F3 si gettò sul BTCC, il campionato turismo, correndo con una Bmw M3 e alternando le gare a ruote coperte alle monoposto di F3000 dove arrivò terzo nel campionato inglese. Quando entrò in contatto con la Toyota, andò alla scoperta del Giappone, dove era stato il primo europeo a diventare pilota ufficiale della casa. Formula 3000 e soprattutto vetture sport con cinque partecipazioni alla 24 ore di Le Mans.

Accanto ai trofei, papà Rudolf conserva una scatola con gli effetti personali di Roland che gli consegnò la polizia italiana dopo l’inchiesta. Ci sono i guanti, c’è il casco con i colori dell’Austria, sul lato sinistro ha i segni dell’impatto fatale, sul destro sembra nuovo. “L’ultima immagine che ho in mente di mio figlio è quando l’ho visto all’ospedale di Bologna per il riconoscimento: sembrava dormisse”. Papà Rudolf e mamma Margit vivono nel ricordo del figlio, ma non hanno mai incolpato nessuno per quello che è accaduto quel giorno.
La fragilità della Simtek che perse un’ala solo per un’innocua uscita di pista alle Acque Minerali non è mai sottolineata in decine d’interviste rilasciate in questi anni. “Quello che è accaduto a Roland è una tragedia, ma non abbiamo accuse da fare a nessuno. Lui stava facendo quello che aveva sempre desiderato, era finalmente arrivato in Formula 1, un sogno che inseguiva da quando da bambino aveva appeso il poster di Jochen Rindt nella sua cameretta”.
Nella casa, ci sono i trofei di Roland, quelli vinti in Giappone o in Formula 3000, quando conquistò la gara di Donington. Si era messo in luce in Formula Ford nel campionato britannico, ma poi non riuscendo a sfondare in F3 si gettò sul BTCC, il campionato turismo, correndo con una Bmw M3 e alternando le gare a ruote coperte alle monoposto di F3000 dove arrivò terzo nel campionato inglese.

Quello di Imola era il suo terzo weekend tra i grandi. In Brasile al debutto non era riuscito a qualificarsi per colpa di un motore Ford V8 che tossiva un po’ troppo. In Giappone nel Gran Premio del Pacifico ad Aida aveva sfruttato il fatto di essere l’unico ad aver mai gareggiato prima su quella pista ed era riuscito a portare la sua Simtek all’undicesimo posto. Ultimo tra quelli al traguardo, ma nello stesso giro delle Ligier che erano sicuramente più veloci. A Imola sapeva che prima di tutto avrebbe dovuto lottare con i punti deboli della sua monoposto. Non ha fatto in tempo.
La sua morte colpì profondamente Ayrton Senna che, incurante dei divieti, si fece accompagnare sul luogo dell’incidente dove si trovò fianco a fianco con il dottor Watkins che qualche tempo dopo confessò: “Ricordo di averlo visto davvero toccato e gli dissi: Ayrton hai vinto tutto, sei il più veloce. Lascia tutto e andiamo a pescare”. Ayrton rispose semplicemente: “Non posso”. Ma poi chiese al suo fisioterapista austriaco, Josep Leberer, di procurargli una bandiera austriaca: avrebbe voluto sventolarla sul podio insieme con quella brasiliana. “Me l’ha raccontato proprio Josep – conferma il padre – non so quali fossero i rapporti di mio figlio con Ayrton, ma so che si erano messi d’accordo per vedersi a Salisburgo in un’area dove si possono far volare gli aeromodelli. Era una passione che li univa e avevano deciso di ritrovarsi a volare insieme”. Meno di ventiquattrore dopo Roland, invece, anche Ayrton ha chiuso gli occhi.

Avevano la stessa età, 34 anni, e due vite diverse nella gloria, ma unite dalla passione. In un giorno se ne sono andati il ragazzo che stava coronando un sogno con la peggior squadra del campionato e il tre volte campione del mondo con la monoposto campione in carica. In quella Formula 1 c’era qualcosa di sbagliato. E infatti pagarono il primo e l’ultimo dello schieramento.
Quasi un segnale che legherà in modo indissolubile due grandi uomini con il cuore ricolmo di passione.

