
La tragedia del Grande Torino ha sconvolto una nazione intera, perché ha fermato irrimediabilmente la vita di tanti giovani talenti e l’ascesa straordinaria di una leggenda.
Oggi voglio raccontare del capitano degli invincibili: mito in una storia costellata di miti.
Predestinato già ad una vita straordinaria.
Il primo a cambiare passo durante un match era sempre lui. Quando il Torino cominciava a spegnersi, bastava guardarlo sollevare la manica sinistra. Un gesto secco, sempre lo stesso: l’allarme muto che annunciava l’inizio della vera partita. I compagni lo sapevano. Gli avversari pure. Non era coraggio, né rabbia. Era responsabilità. Da quel momento, la partita diventava sua.

Valentino Mazzola era tutto: trequartista, mezzala, regista, finalizzatore, uomo ovunque. Correva più di tutti, segnava, difendeva. Ma soprattutto vedeva prima: non solo la giocata, ma il momento in cui farla. Stava in campo come si sta in un’officina: con attenzione, senza lamenti, aspettando ogni possibile occasione di attacco o ripresa.
Non una vita facile la sua.
Veniva da Cassano d’Adda dove era nato il 26 di gennaio del Diciannove.
I suoi genitori erano persone normali ed umili: il padre Alessandro era tranviere all’Atm, sua madre, Leonina Ester Ratti, lavorava nel Linificio e Canapificio di Cassano e faticava a tenere testa a figli otto, tre morti in fasce mentre il maggiore, Pietro, era uno scapestrato, finì in galera cento volte cento, per furti vari.
Valentino, quart’ultimo di quella squadretta, decise fin da giovanissimo di desiderare una vita diversa, nel quartiere Ruscett di Cassano le donne lo avevano ribattezzato Tulén, prendeva a calci le tolle, le scatole di latta e i barattoli che incontrava lungo la strada, erano i suoi palloni di fantasia.

Aveva dieci anni quando suo padre morì lasciando il buio e la sofferenza. Nonostante lo stipendio modesto, lo stipendio da tranviere rappresentava l’entrata economica più consistente della famiglia e la perdita di essa causava notevoli danni.
Arrivò dunque il tempo in cui bisognava trovare i mezzi per non sopravvivere soltanto, raccolse qualche denaro da garzone in un panificio tra farine e michette, poi seguì la madre tra lini e canape, quindi l’Alfa Romeo gli offrì una tuta di lavoro e, insieme, la possibilità di giocare a football per la squadra dell’azienda. Valentino Mazzola non era un ragazzo che si dava per vinto.
Era cresciuto nella polvere della Milano operaia, quella dei Navigli e delle biciclette.
Il suo talento non era leggero: era severo, come se ogni tocco portasse con sé una storia più grande. Quando arrivò al Torino nel 1942, la guerra mordeva il mondo. Ma il calcio, a modo suo, teneva. Una gavetta partita dal grado più basso fino ad arrivare ad essere mito.
Il Grande Torino non era solo una squadra forte. Era un organismo collettivo, preciso, veloce. Giocavano un calcio moderno. E Mazzola era il centro morale ed emotivo: non comandava con le parole, ma col ritmo. Ogni sua accelerazione dettava il tono. Ogni sua pausa dava respiro. Chi stava in campo con lui si fidava. Perché nel momento decisivo, lui era già dove serviva.

Vincevano ovunque. Scudetti, gol, dominio tattico. Ma dentro quella perfezione, c’era sempre la sua voce bassa, lo sguardo tirato, la tensione che non si scioglie mai. Mazzola reggeva il peso della squadra, della città, del Paese. Non era leggero. Era necessario.
Il 4 maggio 1949, l’aereo del Torino si schianta a Superga. Nessun superstite. Insieme ai corpi, resta a terra un pezzo di futuro. I funerali diventano rito collettivo. E tra tutti, la figura che brucia ancora è quella di Valentino Mazzola. Il giocatore che sembrava più grande dell’epoca che lo ospitava.
Il suo nome non si è mai fatto statua. È rimasto racconto, eco, memoria viva. La manica alzata non è solo leggenda: è un codice.
Un modo per dire: adesso andiamo. Anche oggi. Anche se è tardi.
Anche una personalità come lui è difficile da dimenticare, anche per le nuove generazioni.
La speranza incarnata in un grande uomo e la vita rimasta leggenda.

