
12 MAGGIO 1995 moriva MIA MARTINI, la grande voce della solitudine e della libertà di essere sé stessi in un modo profondamente ipocrita e meschino.
Il 14 maggio 1995, dopo due giorni di silenzio, il corpo senza vita venne ritrovato in un appartamento a Cardano al Campo, in provincia di Varese. Aveva provato a chiamare diverse volte la sorella Loredana invano. Secondo il referto del medico legale, più tardi, si stabilirà che la morte è avvenuta per un arresto cardiaco, causato da un’overdose di stupefacenti.
Poco importano le diverse supposizioni su come sia avvenuta la morte: il vuoto che ha lasciato è stato immenso e incolmabile.
Perché la morte, quella sociale, l’aveva già provata e sofferta.
Atroce e immotivata, perfida come solo gli esseri umani sanno essere.

Il 15 maggio il corpo venne cremato, e il caso archiviato.
Ai suoi funerali, a Busto Arsizio, prendono parte migliaia di fan, un discreto numero di persone dello spettacolo. Amici che si erano prodigati per aiutarla, rifiutando quel becero ostracismo che aveva caratterizzato la carriera della cantante.
Assieme a Mina, Ornella Vanoni e poche oltre è stata una delle più grandi cantanti ed interpreti di dimensione realmente nazionale ed internazionale, una fuoriclasse nel senso totale del termine.
Un talento già predestinato fin dalla più tenera età.
Nata nel 1947 a Bagnara Calabra, Domenica Bertè, detta ”Mimì”, intraprese subito una propensione all’arte.
Scriveva poesie, leggeva, e cantava, in ogni luogo e occasione.
Grande voce, ma l’aspetto non convinceva per i dorati anni 70 dove l’estetica e la presenza erano fondamentali.
La sua era una bellezza particolare e non scontata, e grazie al suo talento partecipò ai primi festival ma un brutto episodio segnò questa fase iniziale di una carriera sì in salita, ma più che promettente.
Un arresto per pochi grammi di hashish, il 19 agosto del 1969.
A 21 anni Mia finì in galera per 35 mg di spinello. Scontando 4 mesi di carcere a Tempio Pausania, in provincia di Sassari, causando non pochi problemi anche al precario equilibrio familiare.

E’ un periodo nero, in cui si fanno avanti anche i propositi di suicidio.
Ma lei possedeva un’arma potente dentro le viscere: cantava.
Lo faceva di notte, in cella, con le detenute che la stavano ad ascoltare. Un timbro deciso, che si evolve con la maturità e le prove che la vita mette davanti.
Con la libertà iniziano nuovamente i concerti e arriva l’occasione.
E’ al Piper, bazzicato anche da un certo Renato Zero e dalla sorella Loredana, che la notò Crocetta, notissimo impresario dell’epoca, e le trovò un nome.
Mia, come la Farrow.
Martini, come la bevanda alcolica italiana più famosa del mondo.
Il talento in Italia serve poco a nulla, soprattutto nel mondo dello spettacolo.
Lei si fa strada, ma c’è qualcosa che la tiene a terra, inchiodata.
L’amore è la sua tragedia.
Lo cerca, lo vuole, lo canta. Ma non l’accompagna. Lo dirà anche lei.
Si deve confrontare così con la sua solitudine, cementata, ad un certo punto, da una vergogna agghiacciante: la ”sfiga”. Mia Martini porta sfortuna, è una jellatrice.
Così si dice.

Tutto cominciò una sera in cui pioveva forte prima del concerto e lei fa presente che quel telone issato alla meglio non reggerà. Il telone crolla e le voci che un’artista come lei porti incidenti e disgrazie iniziarono a girare. Quando passava, dietro Mia Martini c’ era gente che si toccava le parti intime esattamente come per i gatti neri. Gente stupida, ma i cui gesti fanno molto male.
Le apparizioni in televisione, alla fine, saranno con il tempo meno di quanto lei meriti. Inoltre, poco tempo dopo, due ragazzi del suo gruppo si schiantano con la macchina. Colpa sua. Neanche nei racconti gotici di maledizioni, anatemi o altri magheggi.
Però Mia Martini era una grande artista e con questi atteggiamenti, alla fine, continua comunque a fare la sua strada, convivendo con un’atmosfera che non comprenderà mai.
In ogni sua canzone c’è sempre parte della sua biografia.
Una missione, la sua, mirata al processo di liberazione della donna da tutto il contesto sociale. Anche da dove era venuta. Non si ama, ma la musica la riscatta.
Però sa anche ridere, tanto, in modo chiassoso.
Non è una diva. Non è apparenza, c’è e basta.
Nel 1974, per i critici europei, è la “cantante dell’anno”.
Bruno Lauzi la descriverà così: “Avere Mia Martini come interprete è come essere in America ed avere Barbara Streisand”.

Internazionale Mimì lo diventò davvero.
Trionfò in Francia con Charles Aznavour, ottenendo un successo strepitoso degno di Edith Piaf.
Ma in Italia, la situazione è diversa e pesante.
Al Festivalbar, quando si iscrive, se ne vanno gli altri artisti.
Poi i problemi di salute: due operazioni e otto mesi senza cantare.
Torna con ”E non finisce mica il cielo” e si allontana di nuovo. Il tempo però le dà ragione.
Incanta con ”Almeno tu nell’universo”, ”La nevicata del ’56”, ”Gli uomini non cambiano”.
E’ il momento in cui tutti si accorgono definitivamente di lei.
E la ”sfiga” inizia a scomparire.
L’amore che Mia Martini offre sul palco è per tutti coloro che ne ammirano le gesta e la voce.
Ciò che sta intorno è una lunga salita e discesa di stati d’animi, una lunga preparazione, in fondo, all’addio.
Per passare oltre venti anni dentro un’inciviltà da medioevo bisogna essere forti.
Dentro a questo vortice però c’è l’arte, c’è Fossati, Baglioni, Califano, coloro che la apprezzano e le scrivono delle canzoni che lei trasforma in perle rare, in stelle comete, in emozioni che vibrano.
Tanto fragile e tanto granitica Mia, con la sua intensità inimitabile, il suo dolore, il graffio di una nota, il blues, il jazz, il dialetto.
Le capita di essere leggera e vera in un mondo di ipocrisie. In punta di piedi era arrivata, in punta di piedi, senza far rumore, se n’è andata in una giornata qualunque.
Lasciando vuoto un angolo fondamentale della storia musicale di questa nazione.
Mai più riempito.

