
Socchiudere gli occhi e cullarsi con la bambola assieme, era come rivedere il cielo pieno di vento che a giugno stracciava le nuvole aspettandole in alto sul Godio, e le umiliava buttandole a pezzi sopra le valli con ombre rade sui campi d’ulivi.
Giancarlo frisoni, la bambola del tempo perduto
Giancarlo Frisoni è uno di quegli artisti che sa stupire ad ogni opera, sorprende con grazia e delicatezza.
È una carezza dell’anima e emoziona, profondamente ed intensamente.
L’opera che propone questa settimana si distingue dal racconto per immagini a cui ci ha abituato e meravigliato.
In questo libro lo scenario si perde in quei luoghi, ormai dimenticati, come la campagna e il suo microcosmo.
Mondo semplice, caratterizzato da persone pragmatiche e dai valori radicati ed antichi, e che oramai è diventato qualcosa di sconosciuto per i tempi moderni.

Gli occhi neri come chicchi di more e la bocca più rossa di un cappello di ciliegie. Teneva una cascata di capelli che scendevano le spalle più scuri della pece e finivano sul corsetto stretto in vita come uno spago in cima a un sacco. Pareva carne vera nelle guance, da darci i pizzicotti come ad un bambino in fiore. O aspettare che da un momento all’altro si fosse alzata su quelle scarpette a punta che vestivano i bianchi calzettoni. Dal vestito vaporoso sul davanti scendeva una sottogonna arricciata a cespo d’insalata, orlata di rose colore del filo di perle puntato nei capelli, come un diadema ad una sposa.
Giancarlo frisoni, la bambola del tempo perduto
Clelia se la era stretta al petto e aveva provato qualcosa che non sapeva esistesse ancora. Il cuore le batteva dentro il vestito rosa e ne sentiva forte i colpi, come quella volta che nonno Anselmo le aveva dato un passero impaurito da tenere stretto nella mano.
Basti pensare che la maggior parte di noi ha mai visto un aratro e a malapena si vedono trattori lungo le strade.
Il mondo moderno si evolve e quello agricolo sta diventando sempre di più qualcosa di bucolico e di nicchia.
L’agricoltura industriale sembra quasi nascondersi agli occhi, a favore di quella biologica fatta da persone che per scelta decidono di dedicarvisi, rompendo con il destino precostituito e tranquillo
Essendo figlia di un contadino, per necessità diventato poi operaio in fabbrica, ho sempre amato questo universo.
Per quanto possa andare lontano, il mio cuore è là: in quei momenti meravigliosi di vita e fatica.
“In campagna si ha tutto, tranne che gli orari” amava spesso ripetere mio padre.
L’autore ci conduce in una storia che si discosta molto dalla sua produzione precedente, ma non ci lascia sicuramente delusi.
Due giovani, e un grande amore che li attraversa.
Amore non facile, devastante per molti versi eppure tanto simile a molte storie in un periodo dove la differenza sociale era un muro difficilissimo da abbattere.
Famiglie divise, vicende contorte, vita semplice e suggestiva al tempo stesso: gli ingredienti per una storia indimenticabile.

Il primo bacio se lo erano dato un mattino col cielo viola alle vampe del sole sul sentiero della Serra, presi nel mezzo tra canti d’usignoli e lo schioccare delle falci che andavano raschiando la terra dall’ultimo strame.
Giancarlo frisoni, la bambola del tempo perduto
L’aveva aiutata a scendere dalla groppa di Fuliggine e si erano trovati così vicini che tra loro non ci stava neanche una foglia. I seni spingevano da sotto la camicetta attillata e non c’era paura nei suoi occhi che erano puliti come un pezzo di neve. Nino non sapeva cosa dire o cosa fare, se parlare perché erano tante le cose che avrebbe voluto dire, o stare zitto tanto si parlavano con gli occhi. Lei si era alzata in punta di piedi e gli era andata ancora più vicina, il fiato sulla barba che non aveva avuto tempo di fare. Le solite mani calde e fredde a correre le schiene fino a quando tutto era scomparso e si erano trovati in quel mondo che non per tutti era da vedere, dove stavano fiotti d’odor di viole e musiche dolci come saba. Quelli che l’avevano visto si riconoscevano per sempre perché restavano forgiati di beatitudine negli occhi.
Non s’erano neanche accorti delle bocche che erano tutt’una come volersi bere e proprio da loro sgorgava l’acqua più limpida e chiara. Nino le aveva mandato i capelli dietro e con le dita tremanti come un giunco al garbino, le aveva accarezzato le labbra, il collo, la faccia. Lei aveva socchiuso gli occhi e aperto la bocca aspettando un altro bacio e Nino l’aveva baciata ancora, sulle labbra, sul collo, sulla nuca, leggero come un tocco di piuma.
Un libro che si potrebbe definire quasi corale per la bellezza e la profondità dello spaccato di vita straordinario che racconta, lo rende vivo, pulsante e vivace.
Esattamente come una volta, dove tutto era forse più semplice ma complicato per molti versi eppure pregno di tanto sentimento.
Già, perché in questo libro si rimane affascinati da quello i protagonisti provano, le loro emozioni diventano parte di noi e ne siamo partecipi.
Quasi sradicando il confine tra lettore ed attori della storia.
Vicenda che appassiona, storia senza tempo che si perde in una memoria lontana nel tempo ma tanto vicina al cuore.

