
La storia ci ha regalato testimonianze di tantissime donne coraggiose che decisero di aderire al brigantaggio. Una delle più note è Maria Oliverio, detta Ciccilla.
Originaria di Casole Bruzio, dove nacque il 30 agosto 1841, la donna si legò giovanissima al brigante Pietro Monaco che sposò nel 1858.
Donna di una bellezza magnetica, caratterizzata da occhi scuri, i capelli nero corvino e i lineamenti delicati ma altresì da una profonda e vivace intelligenza, nonostante l’umile estrazione. Non era una persona che si adattava facilmente ai ruoli che la società relegava alla donna. Difatti non ebbe la benché minima esitazione nell’aderire alla lotta contro il neo stato assieme a molte altre giovani.
Il marito si arruolò dapprima nell’esercito borbonico poi passò nelle file garibaldine, fermamente convinto nella bontà del progetto risorgimentale. Soprattutto al sud, la fame e la precarietà erano compagne di vita: qualsiasi ventata di cambiamento poteva rappresentare l’uscita o comunque una possibilità di riscatto da una condizione miserevole.

Ma le promesse di Giuseppe Garibaldi furono però disattese abbastanza presto, così Monaco disertò e uccise un possidente terriero. Rabbioso, impetuoso e carismatico: le cronache delineano il ritratto di un brigante molto sopra le righe ma al tempo stesso anche profondamente deluso da quanto accaduto.
Ricordiamoci che la diserzione equivaleva ad una carcerazione sicura e l’uccisione di un nobile era una condanna a morte certa. Insomma, Pietro Monaco era una persona sgradita sia ai borbonici che alla monarchia sabauda.
Circostanze che lo costrinsero a darsi alla macchia e a iniziare la parabola da brigante contro gli odiati “piemontesi”.
Lui e la moglie iniziarono così una vita dedita al vagabondaggio, alle razzie e alla latitanza.
Sempre in fuga, con i morsi della fame nel corpo e l’occhio vigile ad ogni possibile agguato.

Nel marzo 1862 Maria, pur non avendo commesso alcun reato, venne incarcerata insieme alla sorella Teresa a Celico.
La sua colpa? Essere legata ad uno dei criminali più ricercati dell’epoca. Difatto , ella non aveva commesso nulla di illecito.
Eppure l’obiettivo della carcerazione della donna era spingere il marito a costituirsi o, molto più probabile, ricattarlo affinché uccidesse alcuni pericolosi briganti filoborbonici.
La figura del Monaco era molto influente tra i briganti e avrebbe fatto comodo come spia, ma l’uomo non si piegò mai. Così la moglie venne rilasciata.
Eppure, a seguito della scarcerazione, accadde qualcosa di assolutamente inaspettato e crudele: Ciccilla, infatti, non esitò a uccidere brutalmente la sorella Teresa.
Il movente, ancora oggi, non è stato mai totalmente acclarato.

Pare che Maria sospettasse una relazione tra Teresa e Monaco anche se in molti sostengono la tesi della vendetta in seguito a una calunnia.
La sorella avrebbe infatti diffuso la diceria che Maria si fosse concessa ai carcerieri durante i due mesi di reclusione a Celico.
Resta il fatto che le mani della brigantessa si sporcarono del sangue di un atroce delitto.
A seguito dell’omicidio Maria raggiunse il marito e divenne per tutti “Ciccilla”.
Accolta con diffidenza dagli altri membri della banda, la donna conquistò ben presto fiducia e rispetto. Non mancò anche di suscitare timore in moltissime persone: non avendo avuto esitazione di compiere violenza contro il suo stesso sangue, ella poteva essere capace di tutto.

Non era solo la donna del capo.
Usava le armi e sopportava i disagi e le privazioni della vita da brigante esattamente come un uomo.
Si rivelò una leader naturale in simbiosi criminale con il suo Pietro. e prese parte attivamente a sequestri e rapine nella provincia di Cosenza.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca il 23 dicembre del 1863 Monaco venne ucciso a Pedace dal suo braccio destro Salvatore De Marco, alias Marchetta, mentre dormiva accanto alla moglie.
La stessa Ciccilla fu ferita al polso nell’agguato.

Per 47 giorni si nascose nei boschi della Sila insieme ad altri uomini della banda.
Venne catturata, dopo un cruento scontro a fuoco, a Caccuri.
Processata a Catanzaro fu condannata a morte ma il re Vittorio Emanuele II le concesse la grazia commutando la pena capitale nei lavori forzati a vita.
Non esistono prove certe sulla sorte di Ciccilla dopo la sentenza, forse trascorse gli ultimi anni di vita nel Forte di Fenestrelle, in Piemonte.
Di lei non rimane che qualche foto e il ricordo di un’esistenza difficile ma determinata, accanto al suo amato.
Contro tutti, contro ogni limite.

