Filomena, la donna che non si piega.

Quella delle brigantesse è una storia, come è stato giustamente sottolineato, “al femminile”, di un Sud segreto e selvaggio, dove le regole sono sempre tutte da riscrivere.

Filomena era una donna bellissima, di quelle che forse avrebbero avuto la fortuna di riscattare il loro destino sposando un’uomo di estrazione sociale più elevata.

La descrizione più precisa ce l’ha tramandata tal sergente Sista, che la ebbe modo di vederla durante il processo: snella, carnagione olivastra, occhi scintillanti, capelli corvini e ricci, ciglia folte, labbra turgide, profilo greco.

Bellissima, corteggiatissima, ma poverissima.

La Brigantessa dell’Irpinia, ossia una specie di amazzone rusticana temuta quanto amata, si chiamava Filomena Pennacchio ed era una di quelle donne a cui la vita non riserva sconti.

Nacque il 6 novembre 1841 a Sossio Baronia, distretto di Ariano Irpino, da Giuseppe di professione macellaio e da Vincenza Bucci: entrambi analfabeti e poveri quanto la fame che pativano quotidianamente.

Una famiglia in miseria e Filomena, poco più che bimbetta, cominciò a sgobbare facendo la servetta nella casa di ricchi proprietari terrieri della zona.

Con la crescita diventò una ragazza splendida e in tanti le ronzavano intorno, ma l’incontro fatale avvenne un giorno di primavera, anno 1861, nella campagna di contrada Civita, dove lei stava lavorando come sempre duramente.

E’ quello con Giuseppe Schiavone, ragazzo di 23 anni, già un brigante conosciuto in tutta la zona e latitante per evitare la leva militare, che ebbe la sua storia più importante.

Un vero il colpo di fulmine: appena pochi mesi, e lei è già fuggita col bandito, dopo aver venduto, per 39 ducati, tutto ciò che possiede, beni e casa compresi, iniziando subito una nuova vita di brigantessa al fianco del suo uomo.

Abbandonò ogni cosa per amore e forse anche per riscatto e rivalsa sociale.

Meglio temuta che povera e oltraggiata continuamente.

A cavallo, vestita da uomo, col fucile a tracolla, Filomena fu solo la donna del bandito, o meglio la sua druda (come la chiamano i resoconti della polizia) ma è una guerrigliera in prima persona: partecipò alle razzie, tesse imboscate, finì a schioppettate con le guardie piemontesi.

Bella, coraggiosa, ardita, coraggiosa gli uomini della banda la ammiravano e “hanno per lei cura e rispetto inimmaginabili per dei briganti”.

Ad appena ventun anni mise a segno il suo primo colpo: una spedizione punitiva in un podere di Migliano presso Trevico contro Lucia Cataldo, rea di non aver consegnato a Schiavone il denaro che il bandito le aveva ingiunto di devolvere.

Da allora innumerevoli furono i reati legati al suo nome; gli atti processuali ne forniscono un lungo elenco ricco di sequestri, incendi, razzie, aggressioni. Nulla da invidiare a colleghi uomini.

Bravissima nel manovrare il fucile, Filomena, e, insieme agli uomini, non si sottrasse nemmeno allo scontro coi soldati dell’odiato esercito piemontese.

Accade il 4 luglio 1863, in località Sferracavallo, quando la 1a Compagnia del 45mo fanteria si imbatté nella grossa banda che comprendeva i briganti di Schiavone, Michele Caruso e Teodoro Ricciardelli.

Sul terreno rimangono dieci soldati, un eccidio.

Una strage come tante avvenivano all’epoca.

Filomena la Spietata, ma anche la Soccorritrice: si racconta che non raramente sfida la sorte per dare conforto, medicare feriti, concedere possibilità di scampo a qualche malcapitato, insomma una fuggiasca a suo modo generosa.

Affascinante, appassionata, spavalda; corre voce che per lei hanno perso la testa anche altri banditi importanti, per esempio Caruso, Crocco, Ninco Nanco, Donato Tortora; e purtroppo come molte volte accade con alcune figure femminili di rilievo, si arrivò a dire che fu una donna di malaffare tra le lenzuola. Di quest’ultimo dato però non vi è traccia alcuna.

E’ sicuro invece che il terribile Schiavone fosse perdutamente innamorato della ragazza di Sossio Baronia.

Amore e morte convivevano in un precario equilibrio finché non accadde ciò che era prevedibile.

Nella notte tra il 25 e il 26 novembre 1864 Rocco Schiavone fu catturato: i soldati piombarono sui banditi e li arrestarono.

Incatenato ed incarcerato a Melfi venne infine fucilato, in località Morticelli, la mattina del 28 novembre.

Filomena non era con loro la notte dell’agguato: prossima al parto, si trovava infatti nascosta a Melfi, al riparo.

Prima di essere passato per le armi, Schiavone (ad appena 36 anni) chiese e ottenne di poterla vedere per l’ultima volta.

“Alla vista della Pennacchio si inginocchiò, le baciò i capelli, le mani, i piedi e chiedendole perdono la strinse fra le sue braccia e le scoccò l’ultimo bacio d’amore”.

Ma anche per Filomena arrivo’ il momento della resa dei conti e dell’espiazione.

Tratta in arresto, la temibile brigantessa, rimasta sola, disperata per la morte del suo uomo, imboccò la via del pentitismo, e iniziò a collaborare.

Spinta, forse, da una voglia di normalità per il figlio che aveva appena dato alla luce.

Sono le sue informazioni, dicono le cronache, a permettere la cattura di caporal Agostino (Agostino Sacchietiello) e della sua banda, ivi comprese due brigantesse già sue amiche e socie, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito, la donna del “generale” Crocco.

Condotta davanti al tribunale di guerra, con sentenza del 30 giugno 1865 Filomena venne condannata a venti anni di lavori forzati.

Successivamente ridotti a nove e poi a sette, con regio decreto in data 6 marzo 1870.

Da allora, della Brigantessa irpina non si è mai più saputo nulla.

Leggenda vuole sia stata concessa la grazia, ma la realtà forse è molto più tragica.

La donna peri’ a seguito dei lavori forzati e venne tumulata, come molte altre compagne di sventura, in una fossa comune.

Ma la sua memoria, quella no, non finirà mai in una fossa comune.

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