
Lo ammetto: ero davvero spinta dalla curiosità e dalla speranza di un buon prodotto: pubblicizzato a suon di comunicati stampa, di una campagna pubblicitaria interessante e soprattutto di tantissima attesa.
Ma ne sono rimasta profondamente delusa, soprattutto da parte di un regista come Solimma.
Inutile premettere che la vicenda del Mostro ha segnato l’Italia e le coscienze di tutti, ma anche aperto un velo su un mondo occulto e perverso. È stato un faro rivelatore del marciume che alitava sopra le coscienze, in un momento di grandi cambiamenti ed innovazioni intrise tuttavia di profonde inquietudini.
Analizzando buona parte del materiale disponibile, sono sempre stata convinta che non si tratti dell’azione delittuosa di uno o più semplici pervertiti : dietro di essa si palesano quelli che potremmo definire come omicidi rituali. Sia per la scelta delle vittime che per le modalità stesse di esecuzione. Omicidi pianificati, con appostamenti studiati e organizzati nei minimi particolari.

Pertanto, per quanto la pista sarda e i compagni di merende di Pacciani sia stata composta da esseri riprovevoli e abietti, essi non sono del tutto responsabili di quei delitti atroci e disumani.
Questa nuova e celebratissima serie Netflix pone attenzione sulla fantomatica pista sarda che ebbe inizio con il delitto di Barbara Locci e del suo amante, Salvatore Lo Piccolo.
Trascurando quella relativa al seguito, cosa che, a mio modesto parere andava analizzata adeguatamente. L’alternativa fiorentina avrebbe meritato un capitolo dedicato.
Tutto inizia con la storia di questa donna e del marito Stefano Mele: due persone che mai avrebbero dovuto conoscersi e tantomeno sposarsi.
Unione combinata tra una ragazza avvenente e un uomo di mezza età, all’interno di un clan familiare fermo alla preistoria ed ancorato a leggi domestiche ancestrali e assurde.

Il marito viene dipinto come uomo senza spina dorsale, e la moglie dapprima vittima, si trasforma in anima disperata alla ricerca di un conforto con chiunque.
Un rapporto profondamente malato il loro e determinato da dinamiche abbastanza complesse. Nessuno dovrebbe sentirsi in diretto di giudicarlo, in quanto epoche e costumi (fortunatamente) sono cambiati e spero lo siano sempre di più.
Stefano sembra essere attratto anche dagli uomini e difatti, ancora prima della nascita del disgraziato figlio Natalino, i due iniziano la convivenza con un personaggio estremamente inquietante: Salvatore Vinci.

Quest’ultimo è uomo dedito a diverse perversioni, prima fra tutti il guardare le coppie amoreggiare. Su di lui, aleggia una morte misteriosa: quella della prima moglie.
La trama è avvincente, suggestiva in quanto analizza molto dettagliatamente i personaggi appartenenti alla pista sarda, tuttavia non andando oltre.
Come se il mostro sia da ricercarsi esclusivamente in quei personaggi deviati.
Basta leggere qualche carta, nemmeno troppo dettagliata, per capire che le mutilazioni erano praticate da persone avvezze a tagli anatomici e precisi. Non persone pratiche di pastorizia e coltivazione, che comunque potevano essere gli aggressori iniziali ma non coloro che completavano il lavoro.

La verità, ho sempre pensato, sia stata molto più agghiacciante.
I compagni di merende o il clan sardo erano poveracci pervertiti che si sono prestati a qualcosa di cui hanno sempre taciuto; e questa rimane la mia convinzione più grande.
Assieme a quella che, quando si parla del mostro non si vuole mai analizzare quel limite, perché tradirebbe quel velo omertoso di connivenza e paura.
Paura perché ciò che è stato compiuto fu strutturato, pianificato ed organizzato.
Ma voi illudetevi pure che gli autori della mattanza erano pecorai analfabeti…

