
Emily Wilding Davison è stata una delle militanti più audaci e determinate del movimento suffragista britannico, ricordata storicamente per il suo sacrificio estremo durante il Derby di Epsom.
Nata a Londra l’11 ottobre 1872, ricevette un’istruzione d’eccellenza, raramente accessibile alle donne dell’epoca.
Studiò letteratura presso la Royal Holloway University e successivamente all’Università di Oxford, sebbene all’epoca le donne non potessero ancora ricevere formalmente una laurea da quest’ultima istituzione.
Prima di dedicarsi interamente alla causa politica, lavorò come insegnante e istitutrice.

Nel 1906 si unì alla Women’s Social and Political Union (WSPU) di Emmeline Pankhurst, distinguendosi subito per l’uso di tattiche di protesta radicali.
Fu arrestata 9 volte per atti di disobbedienza civile, tra cui l’incendio di cassette postali e il lancio di pietre.
In prigione praticò ripetutamente lo sciopero della fame, venendo sottoposta alla pratica brutale dell’alimentazione forzata per 49 volte.
Nel 1911, durante il censimento, si nascose in un armadio del Palazzo di Westminster per poter dichiarare come propria residenza la Camera dei Comuni, rivendicando simbolicamente il diritto di cittadinanza.

L’evento più celebre e tragico della sua vita avvenne il 4 giugno 1913.
Durante la corsa di cavalli a Epsom Downs, Davison si lanciò in pista davanti ad Anmer, il cavallo di Re Giorgio V.
Recenti analisi storiche suggeriscono che non intendesse suicidarsi, ma volesse appendere una bandiera suffragista alle briglie del cavallo del sovrano per attirare l’attenzione globale sulla causa.
Travolta dall’animale, riportò una frattura cranica e morì in ospedale l’8 giugno 1913, senza mai riprendere conoscenza.

Il suo funerale fu trasformato in un’imponente manifestazione pubblica con migliaia di suffragette vestite di bianco, viola e verde, consolidando la sua figura come martire del movimento. Sulla sua tomba a Morpeth è inciso il motto della WSPU: “Deeds not words” (Fatti, non parole).

