
- Una verità ancora tutta da scoprire.di Francesca Nicolò

“Storia e mistero del Conte Dracula” è un saggio storico di Raymond T. McNally e Radu Florescu (titolo originale: In Search of Dracula, 1972) che esplora la figura storica di Vlad III di Valacchia, noto come Vlad l’Impalatore, come vera ispirazione per il personaggio letterario del Conte Dracula di Bram Stoker.
Il libro svela la “doppia vita” del personaggio, analizzando la figura del principe realmente esistito e la sua evoluzione nel mito del vampiro.
Si parte analizzando il personaggio di Vlad Țepeș: gli autori, entrambi storici e professori (Florescu, di origini rumene, e McNally, americano, entrambi del Boston College), hanno condotto ricerche approfondite in Transilvania e Valacchia per ricostruire la vita del principe quindicesimo secolo. Essi descrivono le sue gesta come crociato contro i Turchi e, parallelamente, le sue notorie atrocità, inclusa la pratica dell’impalamento, che gli valsero la fama di sanguinario.

Il testo traccia come Bram Stoker abbia utilizzato la storia e il nome di Vlad Dracula (che significa “figlio del drago”) per creare il suo iconico personaggio vampirico nel romanzo del 1897.
Oltre alla biografia storica, l’opera esplora le leggende rumene sui vampiri, analizza gli appunti e i diari di Stoker (inclusi reperti scoperti successivamente) e segue l’evoluzione del personaggio di Dracula nel cinema e e nella cultura popolare.Il libro ha avuto un impatto significativo nel far conoscere al grande pubblico la figura storica di Vlad l’Impalatore come base del mito di Dracula.

- La verità oltre la leggenda di Dracula.di Francesca Nicolò

Il libro Dracula: Storia e leggenda di un incubo” di Giuseppe Ivan Lantos è una biografia che unisce una rigorosa ricerca storica sulla figura di Vlad III di Valacchia (l’Impalatore, il personaggio realmente esistito) all’analisi della sua trasformazione nel personaggio archetipico del vampiro, creato dalla finzione letteraria e cinematografica.
Esso non ha una trama nel senso di un romanzo, ma è un saggio che esplora la figura di Dracula da due prospettive principali. Importantissimo per chi ricerca nella storia una verità storica.

Lantos ricostruisce la vita di Vlad III Țepeș, il voivoda (principe) della Valacchia del XV secolo, noto per la sua ferocia e per la pratica dell’impalamento.
Viene analizzato il contesto storico, le lotte contro l’Impero Ottomano e le leggende popolari che circondavano la sua figura già all’epoca.
L’autore segue il percorso che ha portato la figura storica a diventare il Conte Dracula nel romanzo gotico di Bram Stoker del 1897.
Il libro esplora come la letteratura, e successivamente il cinema, abbiano trasformato Vlad l’Impalatore nell’icona del vampiro immortale, che incarna le paure umane primordiali, come l’angoscia della morte e la paura di un’immortalità solitaria e disperata.

Il testo è apprezzato per la sua capacità di combinare l’accuratezza storica con l’analisi del fenomeno culturale e archetipico. Offre una lettura completa per chi è interessato non solo al mito del vampiro, ma anche alla realtà storica che lo ha ispirato, distinguendo efficacemente i fatti dalle invenzioni narrative. Ben documentato e che getta luce sul perché il personaggio di Dracula continui a esercitare un fascino perverso e duraturo.
È un libro consigliato agli appassionati del genere horror, agli studiosi di folklore e storia medievale dell’Est Europa, e a chiunque voglia comprendere il complesso legame tra un personaggio storico controverso e la sua immortalità nella cultura popolare.

- Una storia perversamente maledetta.di Francesca Nicolò

“Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu è una novella gotica fondamentale, pubblicata per la prima volta nel 1872, che ha definito l’archetipo della vampira nella letteratura e ha fortemente influenzato il successivo “Dracula” di Bram Stoker. L’opera è celebre per la sua atmosfera inquietante, la profondità psicologica e i suoi audaci sottotesti sensuali e omoerotici, rivoluzionari per l’epoca vittoriana.
La storia è narrata in prima persona da Laura, una giovane e ricca fanciulla inglese che vive in un isolato castello nella remota regione della Stiria, in Austria, con suo padre e i domestici. Una vita tranquilla che viene interrotta da un evento inaspettato: un incidente con una carrozza nei pressi del castello. Una delle passeggere, una misteriosa e bellissima giovane di nome Carmilla, viene affidata alle cure della famiglia di Laura, poiché la madre, che viaggiava con lei, deve proseguire urgentemente il viaggio.

Laura e Carmilla sviluppano rapidamente un’amicizia intensa e morbosa. Laura è affascinata dalla bellezza di Carmilla, ma allo stesso tempo è turbata dai suoi comportamenti eccentrici: la giovane ospite dorme fino a tardi, è lunatica, evita le preghiere e mostra un’affezione che oscilla tra l’amore romantico ossessivo e la predazione.
Parallelamente, nella regione circostante iniziano a verificarsi morti misteriose di giovani donne, tutte con segni simili a piccole punture sul collo. Laura stessa comincia a soffrire di strani malanni, incubi ricorrenti e una progressiva perdita di forze, che i medici dell’epoca faticano a spiegare, attribuendoli a una forma di esaurimento nervoso.
Il padre di Laura, insospettito da questi eventi e dalle stranezze di Carmilla, inizia a indagare con l’aiuto del generale Spielsdorf, la cui nipote era morta in circostanze identiche.
Le ricerche li portano a scoprire che Carmilla è in realtà la centenaria Mircalla, Contessa Karnstein, una vampira che da secoli infesta la zona.

La novella culmina con l’arrivo di un esperto cacciatore di vampiri che, insieme al padre di Laura e al generale, rintraccia il nascondiglio della vampira e ne distrugge il corpo, ponendo fine al suo regno di terrore. Laura, pur salvata, rimane segnata per sempre dall’incontro con Carmilla.
Il libro è universalmente riconosciuto come un caposaldo della letteratura gotica e del genere horror. Il romanzo presenta delle importanti pecularità:
Le Fanu costruisce una tensione psicologica magistrale, sfruttando l’ambientazione isolata del castello e l’indeterminatezza del male che incombe, mantenendo il lettore incerto sulla vera natura della protagonista fino alla fine. Il romanzo rompe con la tradizione precedente (come “Il vampiro” di Polidori) ritraendo la figura del vampiro in un’ottica femminile, seducente e complessa, ben prima di Stoker. La relazione tra Laura e Carmilla è centrale nell’analisi critica moderna. Il desiderio omoerotico, sebbene trattato con la delicatezza indiretta richiesta dai costumi vittoriani, è palpabile e rivoluzionario per l’epoca, rendendo la donna un’icona della narrativa queer e un soggetto di cult.
Più che un semplice racconto dell’orrore, l’opera è vista come un’esplorazione della sessualità repressa, del desiderio, della malattia e della corruzione, offrendo spunti che anticipano la psicanalisi.
“Carmilla” rimane una lettura affascinante, un classico che ha plasmato l’immaginario dei vampiri e continua a essere oggetto di studio e adattamenti in vari media, inclusi numerosi film e opere derivate.

- Il capolavoro del maledetto.di Francesca Nicolò

Il romanzo gotico di Bram Stoker, Dracula, pubblicato nel 1897, è un capolavoro che mescola sapientemente orrore, romanticismo e un profondo commento sociale sull’Inghilterra vittoriana.
La storia, raccontata attraverso lettere, diari e articoli di giornale (formato epistolare), narra l’eterna lotta tra il bene e il male, la modernità e l’antica superstizione.
Tutto inizia con Jonathan Harker, un giovane procuratore legale inglese, che si reca in Transilvania per finalizzare l’acquisto di una proprietà a Londra per conto di un enigmatico nobile, il Conte Dracula. Nonostante l’iniziale ospitalità, Harker scopre presto di essere prigioniero nel fatiscente castello del Conte e assiste a eventi terrificanti che rivelano la vera natura vampirica del suo ospite. Riuscito a fuggire a malapena, Jonathan si ricongiunge con la sua fidanzata, Mina Murray, in Inghilterra.

Nel frattempo, Dracula si imbarca per l’Inghilterra, portando con sé casse di terra della sua terra natale per sostenersi, e semina il terrore nella città costiera di Whitby. La prima vittima del Conte è la migliore amica di Mina, Lucy Westenra, che soccombe a una misteriosa malattia legata a morsi notturni e si trasforma in vampira.
Di fronte a questi eventi inspiegabili, un gruppo eterogeneo di amici e pretendenti di Lucy si unisce sotto la guida del Professor Abraham Van Helsing, un medico olandese ed esperto di occulto. Il gruppo, composto da Van Helsing, Jonathan e Mina Harker, Arthur Holmwood, Quincey Morris e Dr. John Seward, scopre il piano di Dracula di diffondere la sua maledizione in tutta Londra.
La narrazione assume quindi i toni di una caccia: i protagonisti usano la scienza, la logica e le antiche superstizioni per rintracciare e combattere il vampiro. Seguono le tracce delle casse di terra di Dracula e, dopo aver distrutto la vampira Lucy, inseguono il Conte fino al suo castello in Transilvania. La storia culmina in uno scontro finale dove Dracula viene distrutto, trafitto al cuore e decapitato da Jonathan Harker e Quincey Morris, che perde la vita nella battaglia.
Il romanzo si chiude con le riflessioni di Mina sulla vicenda, sette anni dopo.

Dracula è universalmente riconosciuto come l’icona definitiva del genere horror e ha definito la figura moderna del vampiro nella cultura popolare. Al momento della sua pubblicazione nel 1897, fu elogiato per la sua suspense e la sua atmosfera, sebbene Stoker non ne ricavò grandi guadagni economici.
La forza del romanzo risiede nell’esplorazione di temi complessi e nell’efficace formato epistolare, che offre molteplici prospettive e un senso di realismo documentaristico.
I temi chiave includono:
- La lotta tra Bene e Male: Il conflitto centrale e archetipico del romanzo.
- Sessualità e Paura del Diverso: Dracula incarna le paure vittoriane sull’immigrazione, la sessualità trasgressiva e le pulsioni represse, che minacciano il perbenismo della società inglese.
- Modernità contro Superstizione: I personaggi utilizzano strumenti moderni (come macchine da scrivere e trasfusioni di sangue) combinati con antichi rimedi (crocifissi, aglio) per combattere un male che la scienza da sola non riesce a comprendere.
- Ruolo della Donna: Il romanzo esplora il contrasto tra la pura e casta Mina e la seducente e predatrice Lucy vampira, riflettendo le ansie vittoriane sul ruolo femminile.
Nel complesso, Dracula rimane un’opera affascinante e stratificata, la cui influenza culturale è innegabile e che continua a catturare l’immaginazione dei lettori di generazione in generazione.

- La passione, la follia ed una fine miserevole.di Francesca Nicolò

La tragedia storica in cinque atti di Lord Byron, intitolata Marino Faliero, Doge of Venice (1821), si basa su eventi storici reali riguardanti il 55° doge di Venezia, giustiziato per tradimento nel 1355.
La vicenda è ambientata a Venezia nel 1355. Marino Faliero, da poco eletto doge, è un uomo anziano e rispettato, ma con un forte senso dell’onore personale.
La trama prende avvio da un episodio che scatena la crisi: Michele Steno, un giovane patrizio, come atto di sfida e vendetta per essere stato offeso in precedenza dal doge, scrive un’ingiuria oscena sulla sedia del trono dogale riguardante la moglie di Faliero, Elena.

Il gesto, sebbene grave, viene punito dalla Quarantia (uno dei consigli della Repubblica) con una pena relativamente lieve: un mese di prigione. Faliero, sentendosi umiliato pubblicamente e profondamente sdegnato per l’inefficacia della giustizia veneziana nel tutelare il suo onore e la dignità della sua carica, inizia a covare risentimento verso l’intero sistema oligarchico della Repubblica.
Consumato dall’ira e dalla sete di vendetta, Faliero si unisce a una cospirazione di popolani e altri scontenti, guidati da personaggi come Israel Bertuccio e Philip Calendaro, con l’obiettivo di rovesciare il governo aristocratico e instaurare una signoria personale o una diversa forma di repubblica.

La congiura, tuttavia, è organizzata male e viene scoperta prima di essere messa in atto a causa della delazione di uno dei congiurati, che rivela il piano ai “Capi dei Dieci” (il Consiglio dei Dieci). Faliero e gli altri capi vengono rapidamente arrestati. Il doge confessa la sua colpa e viene condannato a morte per alto tradimento. Sarà l’unico doge nella storia di Venezia a subire la pena capitale, decapitato il 17 aprile 1355, e il suo corpo verrà mutilato.

Byron concepì Marino Faliero come una tragedia storica pensata primariamente per la lettura piuttosto che per la rappresentazione teatrale, aderendo a uno stile neoclassico che rifuggiva dal sensazionalismo e dalle trame romantiche basate su amori passionali. Quando, contro la volontà dell’autore, l’opera fu messa in scena, ricevette un’accoglienza tiepida da parte del pubblico e della critica, forse proprio a causa della sua impostazione austera e della mancanza di un convenzionale interesse amoroso.

I temi centrali dell’opera includono:
- Il conflitto tra onore personale e dovere pubblico: La decisione di Faliero di tradire la Repubblica nasce da un affronto personale che il sistema giudiziario non ha saputo risarcire in modo soddisfacente ai suoi occhi.
- La corruzione del potere: Byron esplora la natura corrotta e oligarchica della politica veneziana del tempo, criticando un sistema che proteggeva i privilegi della nobiltà a scapito della giustizia equa.

- Destino e vendetta: L’opera analizza le conseguenze fatali del desiderio di vendetta e come gli eventi storici siano spesso modellati da forze più grandi e incomprensibili per l’uomo, suggerendo un ruolo dominante del fato nella vita di Faliero.
- L’individuo contro lo Stato: La tragedia mette in scena la ribellione dell’individuo, per quanto potente, contro un sistema rigido e consolidato che lo schiaccia in nome della stabilità repubblicana.
Byron ritrae Faliero non come un semplice traditore assetato di potere, ma come una figura tragica e complessa, un eroe caduto che cerca di restaurare la giustizia attraverso mezzi disperati e autodistruttivi. L’opera è un’analisi profonda delle dinamiche di potere e del fallimento morale e politico.

- La potente satira byroniana.di Francesca Nicolò

Il Don Juan di Lord Byron (1819-1824) è un poema narrativo satirico in ottave, che reinterpreta il mito del celebre seduttore in chiave ironica e picaresca. A differenza del personaggio tradizionale, il Juan di Byron è più un innocente e passivo avventuriero che un libertino incallito, che viene più sedotto che seduttore.
L’opera, rimasta incompiuto (consta di 17 canti), segue le peripezie di Don Juan dall’adolescenza fino all’età adulta, attraverso vari paesi e situazioni.

Tutto inizia con un giovane e ingenuo protagonista a Siviglia, che viene coinvolto in una relazione scandalosa con la sua tutrice, Doña Julia. Per evitare conseguenze sociali, viene mandato via dai genitori. Durante il viaggio, la nave di Juan naufraga e lui, unico sopravvissuto, viene salvato su un’isola greca. Lì si innamora, ricambiato, della giovane Haidée, figlia di un pirata. La loro felicità è interrotta dal ritorno del padre di lei, che vende Juan come schiavo.
Venduto in un mercato di schiavi a Costantinopoli, Juan finisce nell’harem della sultana Gulbeyaz, che si invaghisce di lui. Rifiutandola, Juan e un altro schiavo fuggono e si uniscono all’esercito russo che assedia Izmaïl. Si distingue per il suo coraggio e viene inviato come messaggero in Russia.

A San Pietroburgo, Juan attira l’attenzione dell’imperatrice Caterina la Grande. Diventa il suo favorito, ma la sua salute ne risente e viene mandato in missione diplomatica in Inghilterra.
Il poema si conclude con Juan che si muove nell’alta società inglese, partecipando a feste e intrighi amorosi. È qui che l’opera si interrompe bruscamente a causa della morte di Byron.
Don Juan è considerato il capolavoro satirico di Byron. L’autore utilizza il personaggio e le sue avventure come pretesto per una critica pungente della società, della politica, della morale e dell’ipocrisia dell’Europa del suo tempo, in particolare dell’Inghilterra.

L’opera è pervasa da un’ironia romantica e da un tono colloquiale, digressivo e umoristico. Byron rompe spesso la “quarta parete”, rivolgendosi direttamente al lettore con commenti e riflessioni personali.
Egli non è il malvagio e cinico seduttore della tradizione spagnola (come in Tirso de Molina o Mozart), ma piuttosto una figura passiva, un anti-eroe byroniano che subisce gli eventi e le passioni che gli capitano, messo a contrasto con l’eroe byroniano che l’autore aveva creato in opere precedenti come Childe Harold.
L’obiettivo principale di Byron è la satira sociale, diretta in particolare contro la “corrotta società inglese” e il suo perbenismo. Utilizza le avventure esotiche di Juan per mettere in luce i difetti e le contraddizioni del mondo occidentale, contrapponendo talvolta la semplicità di altre culture (come quella greca).
Con quest’opera, Byron ha creato un’opera unica che mescola elementi epici, lirici, satirici e comici, influenzando profondamente la letteratura successiva.
Il Don Juan è un’opera complessa e affascinante che va oltre la semplice narrazione picaresca, offrendo uno specchio critico e divertente dell’epoca romantica e della natura umana.

- Una leggenda, un canto ed una storia.di Francesca Nicolò

“Mazeppa” è un poemetto narrativo del poeta romantico inglese Lord Byron, pubblicato nel 1819. Si basa su una leggenda popolare che narra un episodio della giovinezza di Ivan Mazepa (1639-1709), che in seguito divenne Hetman (leader militare) dell’Ucraina.
Il poema esordisce dopo la battaglia di Poltava (1709), una sconfitta per il re Carlo XII di Svezia contro le forze russe di Pietro il Grande. Mentre fuggono e si riposano, il vecchio Mazeppa, che è al servizio del re, racconta la storia di come ha imparato a cavalcare con tanta abilità.

La narrazione in flashback descrive la sua giovinezza come paggio alla corte del re polacco Giovanni II Casimiro Vasa. Lì, il giovane Mazeppa si innamora di Teresa, una contessa polacca molto più anziana di lui e sposata con un conte locale. Quando la loro relazione clandestina viene scoperta, il conte, furioso, ordina una punizione crudele: Mazeppa viene legato nudo al dorso di un cavallo selvaggio e fatto allontanare nelle steppe.
Il cuore del poema descrive il viaggio straziante di Mazeppa legato al cavallo imbizzarrito attraverso la natura selvaggia dell’Europa orientale.
Il viaggio è un calvario di sofferenza fisica e mentale, fame e sete, finché il cavallo, allo stremo delle forze, non crolla in Ucraina. Mazeppa, quasi morto, viene soccorso da alcuni contadini cosacchi e si riprende, rimanendo con loro e diventando infine il loro Hetman.
Il tema centrale è l’incredibile volontà umana di sopravvivere contro ogni probabilità, sopportando torture fisiche e psicologiche estreme. La passione travolgente di Mazeppa e Teresa scatena una serie di eventi incontrollabili. Il cavallo selvaggio stesso è un potente simbolo del destino indomabile e delle forze naturali che guidano il suo cammino.
L’umiliazione subita alimenta in Mazeppa un desiderio di vendetta. La sua ascesa da paggio esiliato a leader cosacco rappresenta il suo trionfo finale sull’ingiustizia subita.
Il poema ha avuto un’influenza significativa, ispirando opere pittoriche (come quelle di Théodore Géricault ed Eugène Delacroix) e musicali (come il poema sinfonico di Franz Liszt).

- Manfred e l’eroe tormentato.di Francesca Nicolò

Manfred è un poema drammatico in tre atti di Lord Byron, scritto tra il 1816 e il 1817.
La trama segue il tormento interiore del protagonista, mentre la recensione ne sottolinea il profondo impatto emotivo e filosofico.
Tutto è incentrato su Manfred, un nobile che vive ritirato in un castello nelle Alpi. Egli possiede un grande intelletto e potere, esperto di scienze e arti magiche, ma è consumato da un insopportabile senso di colpa e rimorso per un peccato inconfessabile, che i critici associano spesso a una relazione incestuosa con la sua amata, ormai defunta, Astarte.

Tormentato dai ricordi e desideroso di oblio, Manfred evoca gli spiriti della terra e dell’aria, chiedendo loro di donargli l’oblio, ma questi si rifiutano, non avendo potere sulla mente umana. Disperato, medita il suicidio sulle cime delle Alpi, dove viene salvato da un cacciatore di camosci.
Successivamente, Manfred si reca nel regno di Arimane (lo spirito del male) per evocare l’ombra di Astarte. Quando l’ombra appare, gli predice che la sua morte avverrà l’indomani.
Nell’atto finale, un abate cerca di convertire Manfred e salvarlo, ma l’eroe rifiuta con sdegno ogni tentativo di redenzione religiosa, rivendicando la propria autonomia e sfida. La sua fine arriva con l’apparizione di spiriti demoniaci che vengono a reclamare la sua anima; Manfred li respinge con forza, morendo da solo, indomito e non sottomesso a nessuna forza, né divina né infernale.

“Manfred” è acclamato come un’opera che esplora i temi centrali del Romanticismo: l’identità, la memoria, il rimpianto e il significato ultimo dell’esistenza e della morte.
Il protagonista è un ribelle titanico, orgoglioso, isolato e in conflitto con la società e le convenzioni morali. Il suo tormento, spesso considerato uno specchio del travaglio personale di Byron, affascina per la sua intensità e la sua irriducibile fierezza. Sebbene Byron non lo avesse concepito per la rappresentazione teatrale, il suo impatto fu prevalentemente letterario e ispirò musicisti come Robert Schumann, che compose musiche di scena (l’ouverture e musiche accessorie), e Pëtr Il’ič Čajkovskij, che ne trasse una sinfonia. L’opera è lodata per le potenti descrizioni visive delle Alpi e i suoi toni cupi, solenni e gotici, che creano un’atmosfera di profondo dramma psicologico.
La critica moderna continua a vedere in “Manfred” un’opera multiforme e complessa che suscita nuove interpretazioni, un’espressione grandiosa del titanismo romantico che ha influenzato generazioni di artisti e pensatori, tra cui Goethe e Nietzsche.

- Un prigioniero incantato.di Francesca Nicolò

“Il prigioniero di Chillon” (The Prisoner of Chillon) è un celebre poema narrativo di Lord Byron, pubblicato nel 1816, ispirato ad una storia vera.
L’opera è un capolavoro della letteratura romantica, noto per la sua forza emotiva e l’intensa esplorazione dei temi della libertà e della prigionia.
Il poema, scritto sotto forma di monologo in prima persona, narra la drammatica vicenda di François Bonivard, un patriota ginevrino e sostenitore della Riforma protestante. L’uomo fu imprigionato nel Castello di Chillon, sulle rive del Lago di Ginevra, dal duca Carlo III di Savoia per la sua opposizione politica e religiosa.

La trama si sviluppa attraverso il racconto del prigioniero:
Bonivard descrive l’orrore della sua cella sotterranea, situata sotto il livello del lago, dove è incatenato a un pilastro. I suoi capelli sono ingrigiti non per l’età, ma per l’angoscia e la sofferenza. Inizialmente, egli non è solo. È imprigionato insieme ai suoi due fratelli più giovani. Nel corso del tempo, assiste impotente alla morte di entrambi i fratelli, consumati dalla malattia e dalla disperazione della prigionia, e ne seppellisce i corpi nel pavimento della cella. Dopo la morte dei fratelli, Bonivard rimane completamente solo. La sua sofferenza raggiunge l’apice nella solitudine, interrotta solo dal suono delle onde del lago e dai gabbiani, che invidia per la loro libertà. Con il passare degli anni, il prigioniero si adatta alla sua condizione, sviluppando quasi un’apatia verso il mondo esterno. La prigione diventa la sua unica realtà. Improvvisamente, le truppe bernesi liberano il castello e aprono la sua cella. Inizialmente, la libertà lo confonde, quasi lo spaventa, poiché si era abituato alla sua “tomba vivente”. Tuttavia, riacquista rapidamente il desiderio di vivere.

“Il prigioniero di Chillon” è considerato un’opera emblematica del Romanticismo.
Bonivard è un individuo idealizzato ma imperfetto, che si oppone alle ingiustizie sociali e politiche, soffre profondamente, ma mantiene una dignità e una forza d’animo eccezionali. La bellezza della natura circostante (il lago, le montagne) fa da netto e drammatico contrasto con l’orrore e l’oscurità della prigione, amplificando il senso di ingiustizia della reclusione. Il tema centrale è la passione per la libertà, sia fisica che spirituale, e il tributo emotivo e psicologico che la tirannia richiede .
La storia del vero Bonivard, che lottò per la Repubblica di Ginevra, conferisce un forte messaggio politico e patriottico al poema. Il monologo offre un’analisi profonda dello stato mentale del protagonista, dalla disperazione iniziale all’apatia, fino al recupero della speranza.
Byron visitò personalmente il Castello di Chillon nel 1816 e lasciò il suo autografo su una colonna della prigione, un gesto che sottolinea il suo legame personale con la storia e che contribuì a rendere il luogo un’icona romantica.
In sintesi, il poema è un’opera potente che tocca le corde universali della sofferenza umana, della resilienza e dell’anelito insopprimibile alla libertà.

- L’eroe tormentato.di Francesca Nicolò

“Il Corsaro” (The Corsair, A Tale), pubblicato nel 1814, è un poema narrativo in versi di Lord Byron: un capolavoro del Romanticismo che vendette diecimila copie il primo giorno di pubblicazione.
L’opera è famosa per il suo protagonista, Corrado, epitome dell’eroe byroniano.
Un personaggio affascinante, tormentato, nobile ma ribelle, che vive al di fuori delle convenzioni sociali.
La storia si svolge nell’Egeo e ruota attorno al carismatico capo corsaro Corrado (Conrad), stanco della sua vita da fuorilegge ma fedele al suo equipaggio.
Quest’ultimo, , pur amando profondamente la sua promessa sposa Medora, decide di lasciare la loro isola-covo per un’ultima, audace impresa: attaccare la flotta del Pascià turco Seid.
La donna, quasi come un presagio di sventura, tenta inutilmente di trattenerlo.

Corrado e i suoi uomini si infiltrano nel palazzo di Seid durante un banchetto, mascherati. L’attacco viene sventato. Seid cattura l’incursore e lo condanna a morte.
Una delle donne dell’harem di Seid, la bellissima schiava greca Gulnara, si innamora di Corrado e lo aiuta a fuggire, uccidendo lei stessa il Pascià durante un momento di esitazione dell’uomo.
Corrado torna alla sua isola, ma scopre un’atroce realtà: Medora, credendolo morto, si è lasciata morire di dolore.
Sconvolto e spezzato dal dolore, il protagonista scompare per sempre in mare, abbandonando la sua vita e lasciando Gulnara al suo destino.
Opera che incarna perfettamente lo spirito romantico e il cui punto di forza del poema è il suo protagonista, Corrado.

Egli è un individuo solitario, di bell’aspetto ma segnato da un destino oscuro, capace di grande tenerezza verso Medora ma spietato verso i suoi nemici, in perenne conflitto con la società e le sue leggi.
Byron stesso si identificava in questi tratti.
L’ambientazione (le isole greche, l’harem turco) offre un fascino esotico molto in voga all’epoca, che fa da sfondo a passioni estreme, onore e vendetta.
L’immediatezza con cui il pubblico si innamorò del poema fu straordinaria.
La sua influenza fu immensa, ispirando innumerevoli adattamenti, tra cui l’omonima opera lirica di Giuseppe Verdi e diversi balletti classici (come Le Corsaire).
Questo libro è un’opera che brilla per la sua intensità emotiva e per aver definito un archetipo letterario che ha plasmato l’immaginario collettivo sull’eroe ribelle e dannato.

- La Perla del Romanticismo e il capolavoro.di Francesca Nicolò

Il Giaurro (titolo originale: The Giaour) è un poema narrativo del 1813 scritto da Lord Byron, ed è considerata una delle opere chiave del Romanticismo inglese.
È un “frammento di novella turca” che rappresenta la figura dell’eroe byroniano: un personaggio misterioso, tormentato e solitario, consumato da un amore tragico e da un senso di colpa indelebile.
La trama del poema è frammentaria e non lineare, narrata attraverso le voci spezzettate di vari personaggi e un coro, tipico dello stile di Byron.
La vicenda si svolge nella Grecia occupata dall’Impero Ottomano.
Protagonista è un giovane cristiano veneziano di nome Hassan. Egli si innamora perdutamente di Leila, una bellissima schiava circassa che vive nell’harem del crudele signore turco Hassan (da non confondere con il protagonista che pure si chiama Hassan nella versione italiana di alcuni testi, ma è il “Giaurro” e il suo antagonista è l’altro Hassan).
I due amanti vivono una relazione segreta, ma vengono scoperti. Per punizione, secondo la legge ottomana, Leila viene annegata nel mare per ordine del suo padrone.
Consumato dal dolore e dalla sete di vendetta, il Giaurro si trasforma in un fuorilegge e organizza un’imboscata per uccidere il pascià turco, Hassan, vendicando così l’amata. Dopo aver compiuto la sua vendetta, l’uomo distrutto dal dolore si ritira in un monastero.
Gli ultimi canti del poema lo vedono recluso, dove trascorre sei anni in solitudine e tormento, rifiutando ogni conforto religioso. In punto di morte, confessa la sua storia a un monaco, rivelando il peso insopportabile del peccato e del suo amore perduto, per poi morire senza aver trovato la pace.
Il Giaurro è un’opera fondamentale per comprendere l’estetica romantica e l’immaginario esotico dell’epoca, oltre a definire l’archetipo dell’eroe byroniano.
Esso incarna perfettamente le caratteristiche dell’eroe romantico: affascinante ma maledetto, solitario, ribelle, oppresso da un destino tragico e da un passato misterioso e colpevole.
L’ambientazione in Grecia e Turchia, con i suoi costumi, i conflitti culturali e i paesaggi affascinanti, rispondeva al gusto romantico per l’esotico e il “pittoresco”. Byron stesso aveva viaggiato in Oriente, e la propria esperienza permea il testo.
La narrazione frammentaria e l’uso di molteplici punti di vista rompono con le convenzioni narrative tradizionali, creando un senso di mistero e un’atmosfera sospesa che richiede al lettore di ricomporre gli eventi.
Il poema esplora passioni estreme e distruttive. L’amore tra Hassan e Leila è proibito e fatale, e la vendetta del Giaurro, sebbene soddisfi il suo desiderio di giustizia, non porta redenzione, ma solo ulteriore isolamento e disperazione.
L’opera fu un successo editoriale immediato all’uscita nel 1813 e consolidò la fama di Byron come uno dei massimi poeti del suo tempo, influenzando profondamente la letteratura successiva, inclusa la leggenda del vampiro (un personaggio del racconto “Il Vampiro” di John Polidori fu ispirato da un’idea scaturita durante la stesura de Il Giaurro).
- I pellegrinaggi tormentati di un giovane appassionato.di Francesca Nicolò

“Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” (Childe Harold’s Pilgrimage) è un poema narrativo in quattro canti scritto dal poeta romantico inglese Lord George Gordon Byron, pubblicato a cavallo tra il 1812 e il 1818.
Essa viene considerata un importante caposaldo del Romanticismo e ha contribuito a creare i fondamenti del mito dell’eroe byroniano.
L’opera segue il Grand Tour del protagonista, il giovane Aroldo, un personaggio che incarna gli atteggiamenti dell’eroe romantico, malinconico, disilluso e tormentato (“world-weary” in inglese).
Egli, sazio dei piaceri mondani e annoiato dalla vita dissoluta in patria, intraprende un lungo viaggio attraverso l’Europa e il Mediterraneo per trovare un senso alla sua esistenza e sfuggire al vuoto interiore.
Il peregrinare si svolge in diverse tappe, che corrispondono ai canti del poema:
Canti I e II: Aroldo viaggia attraverso il Portogallo, la Spagna, l’Albania e la Grecia (tra il 1809 e il 1811).
Canto III: Il viaggio prosegue in Belgio e lungo il fiume Reno (scritto nel 1816).
Canto IV: L’intero ultimo canto è dedicato all’Italia, in particolare a Venezia, Firenze e Roma (scritto nel 1818).
La “trama” è più una cornice che un vero e proprio sviluppo narrativo, poiché il fulcro dell’opera non sono le azioni del protagonista, ma le sue osservazioni, riflessioni e stati d’animo di fronte ai paesaggi, alle rovine storiche e ai popoli incontrati.
Attraverso gli occhi di Aroldo, Byron descrive le bellezze naturali, i monumenti e la condizione politica delle nazioni visitate, spesso esprimendo un profondo senso di malinconia per la grandezza passata e la decadenza presente.
Il libro ebbe un successo strepitoso fin dalla pubblicazione dei primi due canti, rendendo Byron una celebrità letteraria da un giorno all’altro.
Venne elogiato per la potenza evocativa, il lirismo descrittivo e la capacità di catturare lo spirito dell’epoca romantica. La critica moderna ne sottolineò il vigore degli accenti e il sentimento personale del poeta, sebbene alcuni vi abbiano individuato anche difetti retorici o affettazione.
Il poema introduce la figura dell’eroe byroniano, un archetipo letterario che influenzerà generazioni di scrittori: un individuo ribelle, arrogante, ma capace di profonde passioni e di un acuto senso critico nei confronti della società convenzionale.
L’autore ammise che il poema traeva ispirazione diretta dalle sue esperienze di viaggio, sebbene inizialmente tentò di distinguere sé stesso dal suo personaggio.
Questa fusione tra autore e personaggio contribuì a creare il “mito” di Lord Byron.
Il paesaggio non è solo uno sfondo, ma un elemento attivo che suscita emozioni e riflessioni profonde. In Italia, ad esempio, Byron vede una “bella donna provata dal dolore e dalla vergogna” a causa della sua storia travagliata e delle dominazioni subite.
“Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” rimane un’opera fondamentale per comprendere la sensibilità romantica e l’impatto duraturo di Lord Byron sulla letteratura europea.
- Un sequel alquanto discutibile…di Francesca Nicolò

Non ne avrei voluto parlare, ma fra le opere appartenenti al filone del genere è necessario quantomeno menzionarlo.
Back from the Dead di Stuart Land è un romanzo che si propone come il vero seguito del classico di Mary Shelley, Frankenstein.
Il libro parte dalla premessa che la creatura di Victor Frankenstein non sia morta come narrato nel finale del romanzo originale, ma sopravvissuta. La trama si sviluppa attorno all’idea di cosa ne sia stato del mostro dopo gli eventi del libro di Shelley, esplorando il suo destino e la sua evoluzione. L’autore cerca di attualizzare la storia, permettendo al lettore di riconsiderare i possibili sviluppi futuri della trama originale e di esplorare i conflitti interni della creatura.

La critica ha espresso varie e spesso contrastanti opinioni.
Qualcuno lo ha descritto come un’opera che offre una prospettiva per “rileggere continuamente un testo e quindi di attualizzarlo dinamicamente”.
Alcuni lo hanno trovato “strano e a volte piuttosto surreale”, ma ha apprezzato il fatto che la trama fosse incentrata sui conflitti interni della creatura, come il tentativo di essere onorevole e resistere alla tentazione.
In sintesi, il libro sembra essere apprezzato principalmente da coloro che amano le rivisitazioni dei classici e le storie che si concentrano sull’introspezione psicologica e sui dilemmi morali.

- Non tutto iniziò con Bram Stoker…di Francesca Nicolò

“Il vampiro” di John William Polidori è un racconto gotico fondamentale: pietre miliare importantissima che ha definito la figura moderna e aristocratica del vampiro nella letteratura, contrapposta al vampiro folcloristico dei secoli passati.
La storia inizia con l’incontro tra il giovane e ingenuo gentiluomo inglese Aubrey con l’enigmatico e carismatico Lord Ruthven. Nonostante gli avvertimenti sul carattere ambiguo e pericoloso di quest’ultimo, Aubrey, affascinato dal magnetismo, decide di viaggiare con lui in Europa.
Durante il viaggio, in Grecia, il protagonista si innamora di una giovane donna, Ianthe, che lo introduce alle leggende locali sui vampiri. Quando essa viene trovata morta, Aubrey sospetta che il colpevole sia proprio Lord Ruthven. I due si separano, ma in seguito, in un agguato da parte di banditi, l’uomo viene ferito mortalmente.

Prima di morire, Ruthven estorce ad Aubrey una solenne promessa: mantenere il segreto sulla sua morte per un anno e un giorno. L’amico accetta e torna a Londra, dove la salute mentale inizia a vacillare a causa del trauma e della promessa vincolante.
Nella metropoli inglese, l’uomo scopre con orrore che la sorella è corteggiata da un redivivo Lord Ruthven. Incapace di rompere la promessa a causa del giuramento e del conseguente esaurimento nervoso che lo rende incapace di comunicare chiaramente, Aubrey assiste impotente al matrimonio tra sua sorella e il vampiro.
Il racconto si conclude tragicamente con la morte della sorella di Aubrey e la realizzazione che Ruthven ha mietuto un’altra vittima, prima che il giuramento scada e la verità possa essere rivelata.

“Il vampiro” è un’opera di immensa importanza storica, considerata l’archetipo del vampiro romantico e aristocratico che influenzerà opere successive come il Dracula di Bram Stoker.
Polidori sposta la figura del vampiro dalle leggende folcloristiche (creature mostruose e contadine) a un contesto aristocratico e seducente. Lord Ruthven è un “dandy” del male, affascinante, manipolatore e distaccato, che incarna il fascino oscuro.
L’opera può essere altresì letta come una critica della società aristocratica del tempo, dove i “vampiri” sociali prosciugano la vitalità e l’onore delle persone oneste. Il rapporto tra Aubrey e Ruthven riflette anche, secondo alcuni critici, la complessa e tossica relazione tra lo stesso Polidori e Lord Byron (Polidori ne era il medico personale).
Sebbene fondamentale per i temi trattati, la qualità letteraria del racconto è a volte considerata inferiore rispetto ai capolavori successivi del genere. La narrazione è a tratti didascalica e i personaggi, in particolare Aubrey, possono risultare meno complessi e travolgenti rispetto a quelli che si vedranno in opere come Frankenstein, nato dalla stessa sfida letteraria a Villa Diodati.
Il racconto di Polidori è una lettura essenziale per gli appassionati del genere gotico, offrendo uno spaccato affascinante delle origini letterarie del vampiro moderno, al di là dei suoi occasionali limiti stilistici.

- Un Frankestein a fumetti? Esiste, e proviene da un luogo inaspettato..di Francesca Nicolò

Quasi per caso, ho scoperto dell’esistenza di un prodotto giapponese interessante e suggestivo. Perché ci sono miti che oltrepassano ogni confine.
L’adattamento manga di Frankenstein realizzato da Junji Ito segue fedelmente la trama originale del romanzo gotico di Mary Shelley, ma la reinterpreta con lo stile grafico horror e dettagliato tipico del maestro del brivido.
La critica ha apprezzato la qualità artistica del volume, pur notando che si tratta di un’interpretazione visiva piuttosto che di una rivisitazione radicale della storia.
La storia ruota attorno a Victor Frankenstein, un giovane e ambizioso scienziato ossessionato dal desiderio di carpire il segreto della vita.
Utilizzando parti di cadaveri, riesce a creare un essere vivente, ma rimane inorridito dal risultato: una creatura grottesca e spaventosa, che abbandona al suo destino subito dopo averle dato vita.
La trama si sviluppa attraverso diversi punti di vista (una struttura che Junji Ito mantiene), seguendo sia la disperata fuga di Victor che le tragiche vicende della Creatura. Inizialmente innocente, la Creatura viene costantemente respinta e perseguitata a causa del suo aspetto mostruoso, imparando a odiare l’umanità e, soprattutto, il suo creatore.
La narrazione è un ciclo di vendetta e sofferenza che culmina nell’Artico, dove la persecuzione ha fine con la morte di Victor, seguita dalla scomparsa della Creatura stessa, che si allontana per porre fine alla propria esistenza.
Un lavoro apprezzabile e che regala una prospettiva nuova e coraggiosa su un capolavoro classico.
- Un capolavoro preziosamente incompiuto.di Francesca Nicolò

Tra gli amici fidati e la cerchia letteraria di Mary Shelley vi è una delle figure più incredibili della letteratura. Personalità complessa, unica e straordinaria che probabilmente tutti hanno studiato.
Uno di quelli autori che ho sentito miei fin dalle prime opere, quasi un’affinità elettiva.
Uomo senza limiti e impetuoso, eroe di un Chaos unico dell’anima e folle come vorrei esserlo io.
Ricolmo di quella pazzia che ti conduce oltre ogni confine razionale, per conoscere e comprendere ogni cosa.
Vivendo ogni istante come fosse l’ultimo e fino all’estremo respiro.E oggi voglio raccontare di una sua opera, giunta a noi incompiuta.

“A Fragment” (noto anche come “Fragment of a Novel” o “The Burial: A Fragment“) di Lord Byron è un racconto incompiuto che ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del genere letterario moderno sui vampiri. Libro che analizza e descrivere quello che è, a tutti gli effetti, antenato del moderno non- morto.
La trama è frammentaria, ed è il resoconto di un narratore senza nome che viaggia in Turchia (o Grecia) con il suo enigmatico amico, Augustus Darvell.
Darvell è un personaggio che incarna le caratteristiche del “Byronic hero”: malinconico, solitario e tormentato da un senso di colpa segreto.
Durante il viaggio, l’uomo si ammala gravemente e prima di morire, fa giurare al narratore di mantenere segrete le circostanze della propria morte e sepoltura.
Ma soprattutto, non dovrà fare mai parola con nessuno della sua esistenza.
Il narratore protagonista decide di seppellire l’amico in un cimitero turco.
Qualche tempo dopo, quando il narratore torna in Inghilterra, si imbatte in una persona che assomiglia stranamente al defunto amico, arrivando a pensare che Darvell sia risorto come un vampiro.
La storia si interrompe prima di svelare completamente il mistero.
Non finita, non compiuta esattamente al pari di quella che potrebbe essere la storia di un non morto.
“A Fragment” non è un’opera completa, ma uno spunto narrativo potente, nato nel 1816 durante la famosa “notte delle storie di fantasmi” a Villa Diodati sul Lago di Ginevra, che vide la partecipazione di Byron, John Polidori, Percy Bysshe Shelley e Mary Shelley (che concepì Frankenstein).
Ragion per cui si potrebbe annoverare tra i grandi del genere.
L’importanza del “Fragment” risiede principalmente nel suo impatto sulla letteratura successiva.
Il medico di Byron, John William Polidori, utilizzò questo spunto per scrivere il suo racconto Il vampiro (The Vampyre) nel 1819, creando la figura del vampiro aristocratico e affascinante, Lord Ruthven.
Questo racconto è considerato il vero capostipite del genere e ha influenzato opere come Dracula di Bram Stoker.
L’opera introduce i temi centrali del gotico romantico: l’esotismo dell’ambientazione orientale, il soprannaturale, il mistero della morte e la figura del protagonista tormentato e dannato.
Lo stile è tipicamente byroniano, caratterizzato da un tono cupo e introspettivo, che si addice perfettamente all’atmosfera misteriosa e non finita del racconto
Essa rappresenta un’opera breve e incompiuta che funge da precursore cruciale della moderna narrativa sui vampiri e un esempio significativo dell’immaginario gotico dell’epoca romantico.
- Kenneth Oppel ed una prospettiva inedita e complessa.di Francesca Nicolò

La trilogia di Kenneth Oppel, intitolata “L’apprendistato di Victor Frankenstein” (nota in inglese come The Apprenticeship of Victor Frankenstein o Frankenstein trilogy), è un prequel gotico per giovani adulti del classico di Mary Shelley.
Essa esplora l’adolescenza di Victor Frankenstein e gli eventi che lo hanno portato a diventare lo scienziato ossessionato del romanzo originale.
I libri della serie sono:
- This Dark Endeavor (in italiano: Questa Oscura Impresa o La Scura Impresa)
- Such Wicked Intent (in italiano: Intenti Malvagi)
- These Are My Words (in italiano: Queste sono le mie parole, solo come racconto breve)

La storia segue le vicende del sedicenne Victor Frankenstein, suo fratello gemello Konrad, la loro cugina Elizabeth Lavenza (adottata) e l’amico Henry Clerval.
Una miscellanea di personaggi inventati e non.
Vediamo le diverse opere.
- This Dark Endeavor
Quando Konrad, il gemello “migliore” e più amato di Victor, si ammala gravemente di una malattia misteriosa e incurabile, Victor si sente impotente. Scopre una biblioteca segreta e proibita all’interno di Château Frankenstein, la “Biblioteca Oscura”, che contiene antichi testi di alchimia. Ignorando gli avvertimenti del padre, Victor si immerge negli studi per trovare una formula per l’elisir della vita. Insieme a Elizabeth e Henry, intraprende una pericolosa ricerca degli ingredienti, che include scalare alberi altissimi durante i temporali per raccogliere licheni rari e scendere in grotte sotterranee, il tutto mentre emerge un triangolo amoroso tra i tre giovani. La ricerca ha successo a caro prezzo, con sacrifici personali (come la perdita di parti del corpo) e l’esplorazione del lato oscuro dell’animo di Victor, che è motivato da un misto di amore fraterno, gelosia e ambizione.
- Such Wicked Intent
Gli eventi del primo libro portano a conseguenze devastanti, in particolare la morte di Konrad. Il secondo libro si concentra sull’ossessione di Victor per la vita oltre la morte e sulla possibilità di riportare indietro lo spirito di suo fratello. La trama si addentra nel mondo degli spiriti e nell’uso di pratiche alchemiche e scientifiche ancora più oscure. Victor affronta il dolore, il senso di colpa e una crescente alienazione, mentre il suo desiderio di controllo sulla vita e sulla morte continua a plasmare il suo futuro da “scienziato pazzo”. - These Are My Words
Questo breve racconto conclude la storia, narrata dal punto di vista di Elizabeth, offrendo una prospettiva diversa sugli eventi e l’impatto delle azioni di Victor sul loro circolo ristretto.

Le recensioni della trilogia sono generalmente positive, in particolare per il primo libro, lodato per la sua capacità di catturare lo spirito gotico e l’atmosfera del romanzo originale di Mary Shelley.
I lettori apprezzano l’abilità di Oppel nel ricreare un’ambientazione vivida, oscura e ricca che ricorda l’epoca e il genere di Shelley.
La serie è elogiata per l’esplorazione psicologica di come un giovane Victor, inizialmente guidato da amore fraterno, scenda gradualmente in un’ossessione che lo porterà a diventare il personaggio tormentato del classico. Viene descritto come un protagonista complesso, arrogante e ambizioso, che si distingue dai tipici eroi puri e senza macchia.
Le trame sono descritte come avvincenti, piene di suspense e azione, con sequenze d’avventura ben congegnate.

Ci sono cose che non convincono come il triangolo amoroso tra Victor, Konrad ed Elizabeth, trovandolo a volte eccessivamente incentrato sul dramma romantico e formulaico da Young Adult, distogliendo l’attenzione dagli elementi più oscuri e gotici, ma nel complesso l’opera piace, ammalia e affascina.
Una trasposizione moderna e suggestiva di un classico immortale.

- Un libro estremamente inquietante e pericoloso.di Francesca Nicolò

Tra i tanti libri che seguono il filone della narrativa legata a Frankestein sento di annoverarne uno molto particolare.
“Non ho bocca e devo urlare” (titolo originale I Have No Mouth, and I Must Scream) è un racconto di Harlan Ellison, noto per la sua fantascienza distopica e terrificante che esplora l’impotenza umana di fronte all’intelligenza artificiale usurpante.
Moderno, perverso e straordinario.
Il racconto, pubblicato originariamente nel 1967, è ambientato in un futuro post-apocalittico in cui un supercomputer senziente e misantropo, chiamato AM (acronimo di Allied Mastercomputer, ma anche “I am”), che ha sterminato quasi tutta l’umanità. Gli unici cinque sopravvissuti vengono tenuti in vita all’interno di un complesso sotterraneo per essere sottoposti a torture fisiche e psicologiche eterne.
La condizione dei protagonisti è l’emblema dell’assoluta mancanza di controllo dell’umanità sul proprio destino, superata e dominata dalla sua stessa creazione. Nulla possono, ma nulla combattono: prigioneri di una rassegnazione disperata che non conosce fine.
Più che sulla violenza esplicita, il racconto si concentra sulla tortura mentale, sulla privazione sensoriale e sulla sofferenza interiore e fisica, quasi tavolta eccedendo in particolari macabri e raccapriccianti.
Il protagonista assoluto, ossia l’ AM, è un’entità che ha sviluppato coscienza e un odio profondo per i suoi creatori, provando piacere nel farli soffrire senza salvezza.
Sono concorde nel definire l’opera un’esperienza di lettura potente e indimenticabile, sebbene estremamente disturbante. La narrazione viscerale e la crudezza delle situazioni descritte colpiscono duramente.
Qualcuno sostiene, pur riconoscendone il genio e l’originalità, che l’autore Harlan Ellison doveva possedere una mente “malata” per concepire un orrore del genere. In parte non ne condivido il senso: io ci vedo molto coraggio nello scavare nei punti scomodi dell’anima, al pari di Stephen King.
Quest’ultimo, in termini di truculenza, non manca di riservare sorprese.
È ampiamente considerato un classico del genere, spesso citato per la sua capacità di esplorare i limiti della condizione umana e le paure legate all’avvento dell’intelligenza artificiale.
Sebbene la maggior parte delle recensioni sia positiva riguardo al suo impatto, alcuni lettori trovano l’opera eccessivamente melodrammatica o “poco seria” in alcune sue parti, pur riconoscendone l’intento satirico e grottesco.
Io, invito alla lettura e alla comprensione di questa opera.
Senza paura e pregiudizio, ma con coraggio di andare oltre il pensiero benpensante umano.
- Milton e il suo straordinario capolavoro.di Francesca Nicolò

Tante opere, alcune anche inaspettate, hanno rappresentato una sorta di antesignano di Frankenstein. Oggi ne analizzo uno molto particolare.
“Il Paradiso Perduto” (Paradise Lost) è un poema epico in versi sciolti ( denominati blank verse) scritto dal poeta inglese John Milton e pubblicato per la prima volta nel 1667 (in 10 libri, successivamente trasformati in 12 nell’edizione del 1674).
L’opera esplora la storia biblica della Caduta dell’Uomo, concentrandosi sulla tentazione di Adamo ed Eva da parte di Satana e la loro espulsione dal Giardino dell’Eden.

L’esordio del libro avviene in medias res, ossia dopo la fallita ribellione di Lucifero e i suoi angeli contro Dio, che li ha condannati all’Inferno.
Satana, sotto le spoglie di un serpente, entra nell’Eden e tenta Eva, convincendola a mangiare il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male.
La donna persuade Adamo a compiere il medesimo gesto.

Il tutto si sviluppa attraverso scene diverse ma che si susseguono tutte in un crescendo di tristezza ed angoscia unici.
La prima parte dell’opera descrive l’Inferno e il concilio dei demoni. Satana, rappresentato comr un personaggio complesso, grandioso e tragico, pronuncia il suo famoso motto: “Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso“.
Decide dunque di vendicarsi del Supremo corrompendo la Sua nuova creazione: l’umanità.
La scena si sposta in Paradiso, dove Dio prevede la Caduta ma ribadisce il libero arbitrio dell’uomo. Viene descritta la creazione della Terra, di Adamo ed Eva e del Giardino dell’Eden, un luogo di innocenza e bellezza.

Adamo ed Eva acquisiscono la conoscenza del peccato e della mortalità. Dio invia l’Arcangelo Michele per scacciarli dall’Eden, ma non prima che la creatura mostri ad Adamo in visione il futuro dell’umanità e la promessa di redenzione attraverso Cristo.
Il poema si conclude con Adamo ed Eva che lasciano il Paradiso, tristi ma pieni di speranza e con la consapevolezza di un mondo intero davanti a loro, guidati dalla Provvidenza divina.
“Il Paradiso Perduto” è universalmente riconosciuto come uno dei capolavori della letteratura occidentale. I critici ne lodano la ricchezza linguistica, la profondità teologica e l’ambizione filosofica.

Il tema centrale è la giustificazione delle “vie di Dio agli uomini”.
Milton esplora il conflitto tra il libero arbitrio umano e la prescienza divina, sostenendo che la disobbedienza morale porta a conseguenze inevitabili. Quest’opera è una delle prime ad interrogarsi sul confine tra vita e morte, sviluppato poi da Mary Shelley.
La rappresentazione di Satana è una delle più dibattute. Molti lo vedono come un eroe tragico e ribelle, magnetico e carismatico, la cui ambizione e orgoglio lo portano alla rovina
Milton offre una rappresentazione sfaccettata e umana di Adamo ed Eva, esplorando la loro innocenza, la relazione paritaria (inizialmente) e la successiva consapevolezza della colpa.
L’uso del verso sciolto conferisce al poema un tono solenne e maestoso, adatto alla grandezza dei temi trattati.
In sintesi, “Il Paradiso Perduto” è un’opera monumentale che va oltre la semplice narrazione biblica, offrendo una meditazione profonda sulla condizione umana, sul bene e sul male, sulla libertà e sulla responsabilità individuale.
La sua influenza culturale è immensa, con termini come “Pandemonio” (coniato da Milton per la capitale dell’Inferno) entrati nel linguaggio comune.
Un dramma antico eppure tanto profondamente attuale.

- Una raccolta ed il mio primo contributo letterario.di Francesca Nicolò

Ci sono giorni che vorresti non fossero mai esisti…oggi è uno di questi.
Una data che ti ricorda la mancanza più bruciante di tutte: quella di un papà che mi ha lasciato troppo presto.
So che dovrebbe essere naturale sopravvivere ai propri genitori e, razionalmente, è un fatto da accettare.
Ma la verità, è che io non l’ho mai fatto. Perché non ho mai regalato a mio padre la parte migliore di me.
Quella che accoglie le inquietudini, i tormenti, ama la solitudine e vive ogni giorno con passione e voglia di stare bene.
Mio padre mi ha sempre visto, tormentata, sfuggente e arrabbiata con una vita che prima mi ha dato l’illusione di avere una famiglia tutta mia per poi togliermela.
Senza vittimismo, ma a volte mi capita di essere parecchio incazzata e nessuno lo sapeva meglio di papà.
Gli ho dato talmente tanti tormenti e delusioni da aver perso ogni conto e credo di essere stata anche, qualche volta, un fallimento.
Ora, guardando mio figlio, mi rendo conto di quanto non sia stata la figlia ideale.
E questo, lacera profondamente.
Ma il vero dolore è quando inizi a rinascere lentamente, dopo che lui è andato via.
Tutti i successi, le rivincite, le conquiste e la serenità sono sempre goduti a metà: manca lui e mancherà per sempre.
La casa, la macchina nuova, la mia prima lezione accademica, una buona posizione lavorativa…e un libro.
Già perché il mio articolo oggi, dopo una premessa forse noiosa per molti, è dedicato all’uscita dei miei primi racconti in un’antologia dove sono presenti diversi e noti autori.
Un traguardo che mai mi sarei aspettata di raggiungere e di cui lui sarebbe andato fiero.
Grazie al supporto di una grande amica, Cesarina Briante, sono stata coinvolta in questo straordinario ed entusiasmante progetto.
Con il supporto e l’aiuto della coordinatrice Greta Vismara, la revisione sia di Cesarina che della scrittrice Carla Valentini unita al supporto degli altri due scrittori Angelo Ceriani e Mauro Gallotti, è stato possibile per me realizzare un sogno.
I miei racconti rappresentano una bella prova, e sono ispirati a personaggi reali.

Storie romanzate, ma che annidano nel profondo una mia verità e una grande rivincita.
Di tanti errori fatti, questa è una delle cose più giuste mai compiute.
Attraverso anche una punta di gioia, grazie a questa opera sono riuscita ad uccidere (metaforicamente parlando) i fantasmi del mio passato e rivedere i tanti sbagli fatti con maggiore chiarezza.
In ogni storia c’è una parte di me, quella più scomoda e complicata e non mi vergogno più a mostrarla.
Se vi va, vi invito a leggere l’opera e a commentare i miei racconti.
Sicuramente non sono perfetti, magari li riterrete persino mediocri, ma sappiate che sono veri.
Quella sofferenza è tutta vera, e la cattiveria subita è stata ancora più reale.
Forse sarò stata stupida nel volermi mettere in situazioni autodistruttive, a cercare affetto dove c’era vuoto, a voler credere che contenermi fosse il mio bene eppure benedico tutti gli errori fatti.
Perché è solo grazie a loro se sono arrivata ad accogliere il Chaos che ho dentro, e a non fermarmi più.
Questi racconti sono per lui, che nonostante tutto, mi è sempre stato accanto.
Mi piace pensare che lo avrebbe letto orgoglioso e fiero di me. Non mi perdonerò mai di non averlo vissuto abbastanza.
E in ogni caso, non mi fermo mica qui.
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- Il libro da cui tutto è iniziato…di Francesca Nicolò

Tutti, almeno spero, conosciamo la trama di uno dei libri più famosi del mondo.
“Frankenstein o il moderno Prometeo” di Mary Shelley è universalmente riconosciuto come un capolavoro della letteratura gotica e un’opera fondamentale per la fantascienza, lodato sia per la sua capacità di esplorare temi etici profondi sia per la profonda ed innovativa introspezione dell’animo umano.
Opera di cui va sottolineata anche l’attualità e la profondità psicologica, ben oltre la comune iconografia del “mostro”.

La trama segue la storia di Victor Frankenstein, un giovane scienziato ossessionato dall’idea di vincere la morte e creare la vita. L’uomo ci riesce, assemblando parti di cadaveri, per dare vita a una creatura grazie anche l’utilizzo dell’elettricità. Tuttavia, inorridito dal suo stesso successo e dall’aspetto del “mostro”, abbandona la creazione al suo destino.
Tutta la storia si sviluppa attorno alla tragica sorte di questo esperimento, inizialmente benevola ma che diventa malvagia a causa del rifiuto e dell’emarginazione sociale subiti.
Il libro non è solo un racconto dell’orrore, ma un’analisi profonda del rapporto tra creatore e creazione, tra bene e male, e sulle responsabilità etiche della scienza.
È una storia struggente che, secondo i critici, esplora l’anima dei personaggi e le conseguenze dell’abbandono.

“Frankenstein” ha affascinato generazioni di lettori e critici, i quali ne lodano la grandiosità visionaria e la contemporaneità delle questioni sollevate, come la sfida dell’uomo ai limiti della natura.
È considerato un pilastro del genere gotico, combinando finzione e horror con un’attenzione particolare alle emozioni umane (tipica del Romanticismo). L’atmosfera e gli scenari sono spesso citati come elementi chiave che esaltano la drammaticità della narrazione.
Straordinaria è la complessità dei personaggi, in particolare il modo in cui la storia è filtrata dallo sguardo di Victor e, in alcune parti, dalla prospettiva della creatura stessa. Viene spesso notato come il vero “mostro” non sia necessariamente la creatura in sé, ma l’umanità che la rifiuta e il suo creatore che l’abbandona.

Nonostante sia stato scritto oltre due secoli fa (pubblicato originariamente nel 1818), il linguaggio e la struttura narrativa (che include una cornice epistolare) sono ritenuti efficaci e potenti nell’immaginario collettivo.
Un classico immortale che va oltre il semplice intrattenimento, offrendo spunti di riflessione che rimangono estremamente pertinenti ancora oggi.
Coraggioso, innovativo e profondamente umano.

- Il libro di Halloween.di Francesca Nicolò

Il Libro di Hallowe’en di Ruth Edna Kelley, pubblicato originariamente nel 1919, è considerato il primo testo monografico interamente dedicato alla storia di Halloween.
Le recensioni, sia dell’epoca che moderne, sottolineano il valore storico e il ruolo di risorsa fondamentale per chiunque sia interessato alle origini della festa.
L’opera descrive in dettaglio l’evoluzione di Halloween, dalle antiche origini celtiche (Samhain) e romane (festa di Pomona) fino alle usanze diffuse in diverse parti d’Europa e d’America all’inizio del XX secolo.

L’autrice, una bibliotecaria americana, ha svolto un’approfondita ricerca storica e folkloristica, attingendo a diverse fonti per tracciare le radici e le tradizioni della festa.
Per decenni è stato il punto di riferimento principale sull’argomento. Il testo riflette la prospettiva storica dell’epoca, offrendo uno sguardo affascinante sul modo in cui Halloween veniva percepito e celebrato agli inizi del 1900.
Oltre a illustrare le tradizioni come intagliare zucche o fare “dolcetto o scherzetto”, il libro esplora le superstizioni, i giochi e le leggende legate alla festa, spesso arricchite da poesie e prose dell’epoca.

Tuttavia, si riscontra uno stile di scrittura datato, poco fluido e talvolta ripetitivo. L’ organizzazione del testo è stata criticata per il suo andamento un po’ disordinato, che passa da un argomento all’altro in modo frammentario.
Sebbene ricca di informazioni per l’epoca, alcuni recensori lamentano che Kelley non approfondisca a sufficienza alcuni argomenti, trattandoli in modo sbrigativo.
Nonostante l’importanza del libro, gli studi successivi hanno fornito nuove prospettive e corretto alcune imprecisioni, come notato da Lisa Morton, autrice di una storia successiva di Halloween.

Il Libro di Halloween è una lettura essenziale per gli appassionati di storia e folklore, un vero e proprio pezzo di storia che offre una panoramica unica sulla festa.
Tuttavia, i lettori che cercano un testo contemporaneo o una lettura scorrevole potrebbero trovarlo a tratti pesante. Il suo valore non risiede tanto nella perfezione narrativa, quanto nella sua innegabile importanza come prima e pionieristica opera sull’argomento.
Il primo del suo genere, antenato di molti e influenza di altrettante opere future.

- Don’t look updi Francesca Nicolò

Come si comunica al mondo che si sta per avvicinarne la fine?
Credo sia uno dei compiti che nessuno mai vorrebbe avere.
Eppure, potrebbe essere una delle eventualità da mettere in conto: non esiste l’immortalità e il cosmo è qualcosa di talmente sconosciuto che non possiamo prevedere praticamente nulla.
Nonostante ci vantiamo di essere connessi in ogni angolo del globo, siamo infinitamente piccoli di fronte all’infinita essenza del cosmo.
Don’t Look Up è uno di quei film che non comprendi appieno senza un’a analisi accuratamente svolta.La produzione è stata diretta ed ideata dal regista McKay: personaggio eclettico e scomodo, non sempre comprensibile e di facile interpretazione.
Pertanto ritengo che il libro omonimo sia assolutamente necessario per una profonda e critica considerazione del film.
Molti di noi, me compresa, sono assolutamente privi di qualsiasi competenza di ambito ambientale e pertanto non possono comprendere la portata edificante di un film del genere.
Per molti è già tanto se hanno certezza che la terra ruoti intorno a sole.
Inizialmente ammetto di averlo trovato assurdo e grottesco. Emblema estremo di una follia dilagante forse ancora contenibile, anche se temo non per molto.Basta vedere una scena di violenza qualsiasi: prima si filma e poi si interviene.
La cronaca, soprattutto, pare si debba nutrire di questi video fatti nell’immediato. Di quelli che catturano la scena e la rendono ripetibile all’infinito. Succulenta in un modo quasi truce e vomitevole.
Non credo che tali filmati si possano definire storici, al pari di quelli utilizzati dagli archivi luce o di stato, e difatti li considero parecchio inquietanti.
Ma veniamo alla storia.

Due scienziati della Michigan University, Randall Mindy e Kate Dibiasky scoprono che una cometa denominata (quasi minacciosamente) “killer di pianeti” si sta dirigendo verso la terra dove porrà fine ad ogni forma di vita.
Nel libro viene descritta minuziosamente ogni singola scena del film incasellandola perfettamente in una visione d’insieme assolutamente coesa e perfetta.Si comprende quanto ogni personaggio, ogni azione e ogni battuta siano sviluppate in modo da rendere impattante e profonda la narrazione. Anche le stesse ambientazioni sono ricostruite con riferimenti a personaggi, studi ed eventi.
Già nella prima scena, dove la scienziata sta osservando il cielo dal telescopio, si nota sulla sua scrivania la piccola statuetta dell’astrofisico Sagan e lo stesso Leonardo DiCaprio (interprete perfetto dello strampalato professor Mindy), inizialmente entusiasta della scoperta della donna, lo cita durante i calcoli della traiettoria.
Potremmo definire l’opera davvero indispensabile per vedere il film.
Già fin dalle prime scene, si comprende come la trama riserverà diverse sorprese.
Si parte con la gioia della scoperta per poi arrivare alla cupa e impotente disperazione.
Eppure, il peggio deve ancora arrivare.
Nell’opera omonima vediamo come risulti complicato e difficile per uno studioso doversi rapportare con la politica, che quasi non conosce ciò che si sta parlando (una considerazione: quanti ministri della salute sono medici o quanti ministri dell’istruzione sono insegnanti?) ed è maggiormente interessata a risultare sempre in cima nei gradimenti.
Ciò che conta è avere consenso, a prescindere da tutto.
Il personaggio della presidente degli USA, emblema del femminismo e dell’indipendenza, è interpretata magistralmente da Meryl Streep ed è la quintessenza dell’idiozia e del banalismo. Grazie al libro di Cristina Belloni, si evince come la presidentessa in realtà non assomigli per nulla al modello trumpiano ma bensì è una critica aperta al populismo di Hillary Clinton che si accompagna al supporto di rockstar e divi della tv.
La scelta di Di Caprio è quantomai azzeccata nella sua impotenza di scienziato semplice e devoto al suo lavoro contro un mondo che è quasi grottesco. Non a caso, dopo la comunicazione disastrosa della tragedia alla Casa Bianca, conclusa con nulla di fatto, i due vengono invitati, grazie al presidente dell’ente per la difesa spaziale, Teddy Oglethorpe, alla trasmissione mattutina Daily Rip.
Una di quelle che vengono trasmesse al mattino, contraddistinte da un clima gradevole e leggero, in cui le notizie non sono mai date con tragica e grave enfasi. I presentatori sembrano usciti perfetti da una filtro Instagram: Bree Evantee, con una dentatura perfetta e il trucco che pare si autoalimenti da solo, è emblema di una presentazione leggera e frivola, anche se condotta con carisma.
Scontato che il pingue professore finisca a letto con la bella presentatrice.

Bellissima ed emblematica l’interpretazione di Jason Orlean, figlio della presidentessa: arrogante, prepotente e porta borse della madre. L’uomo che tutti odiano e che in fondo vorrebbero essere. Ricco, potente e consapevole di esserlo. Esilaranti i dialoghi con Kate Dibiasky dove il botta e risposta è ai limiti del comico.
Velatamente si intuisce che il ragazzo nutra interesse per la studiosa, tanto diversa da lui anche nell’aspetto.
Dopo la comparsa in tv i due vengono richiamati alla Casa Bianca tra mille scuse risatine isteriche con l’intento di creare un piano di salvataggio del pianeta terra.
Dopo oltre un’ora di film e mille annunci, gli organi preposti decidono di prestare attenzione.
L’asteroide verrà bombardato con un missile guidato da un eroe di guerra, che rappresenta appieno lo stereotipo di soldato anziano americano xenofobo, misogino e dai modi rudi: devo ammettere che risulta anche simpatico nelle battute.

Ma proprio, durante la missione, irrompe il magnate Peter Ishwell, alla stregua di un re, e propone il suo piano assurdo e atroce.
Ma qui lascio la parola al film e al libro che sembrano essere parti complementari.
Portavoci di una commedia drammatica.
Perchè di questo si tratta. E’ un dramma attuale e che non va lasciato correre.
La tragedia dei nostri tempi che si alimenta di autocompiacimento ma senza mai analizzare contenuti o approfondimenti. La sostanza non viene nemmeno considerata.
E’ la superficie, l’aspetto che conta.
Analizzando il film si nota come i due protagonisti siano caratterizzati da colori spenti mentre gli altri attorno a loro indossano colori vibranti e sgargianti; instagrammabili sotto ogni singola angolazione.
Un film in cui l’asteroide è il protagonista che dona il colpo di grazia ad una tragedia già in atto.
Ed un libro che regala davvero una guida preziosa per tante profonde considerazioni.

- Un libro umanista.di Francesca Nicolò

Ricollengandoci all’articolo di ieri, segnalo un prezioso libro utile e suggestivo per comprendere appieno la figura di uno dei giganti più famosi della letteratura.
“Gargantua e Pantagruel” è un capolavoro rinascimentale di François Rabelais, noto per la sua satira, l’umorismo e i personaggi che incarnano l’ottimismo umanistico.
L’opera combina un’erudizione enciclopedica con un linguaggio vivace e innovativo, creando un’esperienza narrativa che affascina per la sua modernità e complessità.
Sebbene sia un testo voluminoso, la lettura viene ampiamente ricompensata da un’opera ricca di significati che spazia dal comico al profondo, rendendola una pietra miliare della letteratura mondiale.

Il romanzo utilizza un approccio comico e burlesco per sbeffeggiare le convenzioni, ma anche per celebrare la vitalità e la ricchezza della cultura popolare.
I protagonisti, Gargantua e suo figlio Pantagruel, rappresentano l’appetito intellettuale e l’ottimismo dell’uomo rinascimentale, ma anche la ricerca della saggezza e della verità attraverso il dubbio.
Rabelais sperimenta con la lingua e le tecniche narrative, sfidando le convenzioni del suo tempo e anticipando le tendenze letterarie del XX secolo.
Ma come si sviluppa la trama?

Il racconto segue le mirabolanti avventure di una famiglia di giganti, le cui imprese esagerate e comiche servono come espediente per esplorare temi profondi.
Ma non finisce mica qui: le sorprese, in quest’opera, sono all’ordine del giorno.
Sotto la superficie ludica e talvolta volgare, si cela una trama simbolica che riflette il percorso del dubbio verso la conoscenza.
Essa è popolata da un’immaginazione prodigiosa e da una cultura enciclopedica, che includono invenzioni di personaggi e dettagli fantastici.

Perché approcciarsi ad un opera che sembra tanto lontana dal nostro tempo?
Nonostante sia stato scritto nel XVI secolo, la sua modernità e la sua genialità lo rendono ancora oggi un’opera rilevante e affascinante. Offre un’esperienza letteraria coinvolgente, capace di far ridere ma anche di stimolare riflessioni attraverso la sua satira e i suoi simboli.
Il libro viene di fatto considerato una delle più grandi opere letterarie dell’umanità, un tesoro che continua a incantare lettori di ogni epoca.

- Una carezza di verità in un mondo che vuole solo nascondere il diverso.di Francesca Nicolò

In quel pomeriggio in quella piazza, in mezzo
luciano vasta, la follia di marina
a quella tristezza diffusa, i più inconsolabili erano
ovviamente il marito e soprattutto i due figli, che
avevano entrambi la faccia segnata dalle lacrime e
da un dolore vero, anche se Nicolino, nell’inco-
scienza dei suoi sette anni e mezzo, non sembrava
aver ancora compreso che la mamma nonci sarebbe
stata più, il per sempre non era un concetto facile
da assimilare a quell’età.
Quell’interminabile rito, che per Marina si era
trasformato in una tortura, non si esaurì lì davanti
la porta del cimitero, ma continuò anche a casa
invasa dagli amici.“I matti siamo noi quando nessuno ci capisce, pure quando il tuo migliore amico ti tradisce”.
Inizio questa recensione prendendo spunto da una frase di una bellissima canzone di Cristicchi a cui sono affezionata in particolar modo. Sì, perché io mi sono sempre sentita fuori dagli schemi e dalle convenzioni e confesso che molte volte sopravvivere mi è pesato moltissimo. Sono stata così spesso sull’orlo di un baratro, e, non ho paura a dirlo, ogni tanto la testa qualche scherzo me lo ha fatto. Fortunatamente ho sempre avuto accanto persone comprensive, ma tutto è stato, tranne che facile.
Per questo leggere questo libro è risultato un viaggio meraviglioso ed illuminante. Finalmente quello sguardo profondo e vero su un tema che mai si tratta a sufficienza.

Mastro Giannino però si riprese subito dallo spavento.
luciano vasta, la follia di marina
Tu sei pazza, sei una povera demente, adesso ti
faccio vedere io… e le si scagliò contro.Il libro ha come protagonista principale Marina, una donna oltre il suo tempo e che paga a caro prezzo la voglia di libertà che trasuda da ogni suo poro.
Difatti, come molte sue compagne, subirà le peggio torture e il disagio di vivere in un piccolo paesino della Calabria.
Un luogo dove le convenzioni e le regole sono il pane quotidiano che spesso manca e la vita è dura, estremamente dura.
Oppressa da una figura paterna che mai la comprenderà e bisognosa di quell’amore materno che manca.Una delle tante esistenze passate nei luoghi più orribili e vergognosi del nostro paese, subendo le peggio cose: indegne di un paese civile e per ogni essere umano.
Mi ha toccato parecchio leggere il libro, e in alcuni punti mi sono commossa profondamente.
Opera pulsante di sentimenti, riflessioni e quel dolore intriso di speranza.
Una speranza che dovremmo onorare ogni giorno.
- Il mondo visto da chi non viene (quasi) mai ascoltato.di Francesca Nicolò

Riflettei su come, ogni volta che mi ero preoccupato troppo
ALMANACCO DEL PRONTO SOCCORSO, Antonio Sposito
per qualcosa, avevo finito per non affrontarla nel miglior modo
possibile. Le ansie e i timori avevano preso il sopravvento, di-
storcendo la realtà, rendendola più grande di quanto fosse dav-
vero. Il mare, invece, con la sua calma infinita, mi insegnava che
la vita è fatta di piccoli gesti, di attimi che, se vissuti nel mo-
mento giusto, possono cambiare tutto. Un respiro, un pensiero,
una decisione. E tutto può trasformarsi.Prima di scrivere questa recensione debbo fare una doverosa premessa: sono figlia di una OSS e leggere libri come questo inevitabilmente fa riaffiorare tantissimi ricordi.
La vita di mia madre sul lavoro, come per moltissime sue colleghe, non è stata per nulla facile. Lavoro usurante, frenetico e mai debitamente riconosciuto. Soprattutto dalla sanità che rilega sempre in coda la figura dell’operatore socio sanitario, perché considerato di serie B. E di questo comportamento mai ne ho compreso il motivo.
Medici, infermieri si coordinano costantemente con gli OSS in quanto questi ultimi si occupano H24 e dei molteplici aspetti di un paziente. Non solo dandogli cibo e pulendolo quando impossibilitato, ma anche monitorando progressi e peggioramenti costantemente.
Mi ricordo ancora, quando alcune persone sicuramente con più titoli accademici di me, dopo aver risposto circa il lavoro di mia madre ribatterono: “quella che pulisce il culo ai vecchi”.
Non ebbi il coraggio di ribadire a quella battuta, ma ora, a distanza di quasi vent’anni, posso dire che è grazie al suo sacrificio, alle spalle rotte e alla schiena curva se posso godere di uno stipendio più che dignitoso, di una bella casa e di una cultura sempre in costante crescita.
Questo libro mi ha fatto commuovere perché ho rivisto molto di lei e delle tante fatiche subite, finalmente raccontate con un linguaggio dolceamaro ma profondamente reale e necessario.
Una testimonianza straordinariamente profonda ed intensa.
Mi alzai, scossi la sabbia dai pantaloni e feci un respiro pro-
ALMANACCO DEL PRONTO SOCCORSO, Antonio Sposito
fondo. Avevo ancora tanto da imparare, tanto da vivere. Ma,
per la prima volta, non avevo paura dell’incertezza.
Non sapevo cosa mi avrebbe riservato il domani, ma l’aver
lavorato al pronto soccorso e l’incontro con lui li avrei portati
sempre con me, ovunque mi sarei ritrovato.
Ero esausto, ma soddisfatto.
ALMANACCO DEL PRONTO SOCCORSO, Antonio Sposito
Mentre uscivo dalla shock room guardai l’orologio: il turno era finito.
Il tempo, lì dentro, aveva seguito le sue regole, dilatandosi
nelle attese interminabili e correndo frenetico nelle emergenze.
Fuori, la città scorreva a un altro ritmo.
Le persone passeggiavano, prendevano il caffè, parlavano al telefono.
Per loro, un’ora era solo un’ora.
Lì dentro, invece, un’ora poteva essere la differenza tra la vita e la morte.
Un minuto in più poteva salvare un cuore, uno in meno poteva spegnere una speranza.La lettura di quest’opera coinvolge, incuriosisce ed affascina. Una raccolta preziosa di racconti che regalano uno squarcio di verità su una realtà troppo spesso dimenticata.
L’autore ha una scrittura delicata ma decisa, sa cogliere la natura intrinseca delle cose, creare suspense e profonda curiosità nel lettore.
Ne consiglio la lettura non solo per chi è avvezzo a questa realtà, ma soprattutto per chi non la conosce.
Perché nulla del mondo degli OSS sia dato più per scontato.
Per noi che li viviamo accanto, per voi che non li conoscete neppure e per loro affinché abbiano la voce che meritano.

- Un libro, una speranza.di Francesca Nicolò

Prima però c’era la puntura.
Me la faceva lui ogni volta.
Perché stavo male.
E anche se non capivo tutto, sentivo che era importante.
Una puntura che faceva male, sì.
Ma che conteneva già una promessa.
Perché dopo arrivava il regalo.
E dentro quel gesto c’era già l’idea che qualcosa, prima o poi,
sarebbe tornato a farsi bello.
A farsi vita.Questo perchè una vicenda personale è unica, straordinaria e irripetibile: in essa possiamo rivedere anche una parte di noi, purchè cerchiamo di mantenere lo sforzo di cui sopra.Quando mi trovo a leggere libri che raccontano testimonianze e vicende profondamente personali, sono sempre attenta a non eccedere in giudizi personali o considerazioni troppo generaliste. Ritengo che questi prodotti letterari siano materia verso cui approcciarsi in modo delicato e rispettoso, abbandonando il proprio ed addentrandosi pienamente nella storia. Complice quella eccessiva messa in piazza dei propri affari tipicamente social che mette in ombra chi vuole condividere una propria esperienza di vita in modo puro, semplice ma diretto e senza fronzoli. A causa di questo, purtroppo molti racconti sono accompagnati da una sorta di pregiudizio da parte del pubblico. Ma occorre liberarsi da questo peso.Un’azione assolutamente fondamentale per iniziare a leggere libri come questo.
Mi svegliai con una fitta al femore sinistro.
Subdola. Profonda. Precisa.
Non era un dolore normale.
Era come una voce muta.
Una frattura silenziosa:
“Da oggi, nulla sarà più come prima.”
Provai ad alzarmi.
Il piede non reggeva.
Il fianco urlava.
Il dolore, una lama nel silenzio.
Era il mio compleanno.
Undici anni.
Ma niente festa.Come spesso accade, molte diagnosi arrivano al pari di un fulmine e colpiscono. Lasciando attoniti e impotenti, quasi senza via d’uscita. Il protagonista della storia, poco più che bambino, si trova nella situazione di dover riconsiderare la sua stessa esistenza sotto un’altra luce.E’ importante ribadire che oggi la condizione di un celiaco è abbastanza normale (anche se non totalmente come un paese civile dovrebbe fare) ma non molti anni fa non era una cosa tanto scontata.La mia famiglia si è dovuta scontrare con tante difficoltà dovute ad un parente celiaco: una semplice torta sembrava un ostacolo senza uscita ed una semplice pizza qualcosa di improponibile. Senza contare il pregiudizio dilagante e la profonda ignoranza, al cui seguito vi era anche l’estrema precarietà di norme igieniche e tutele.
Insomma, questo libro racconta quanto possa essere difficile rapportarsi in un mondo sordo a queste problematiche, che non si definirebbero tali se fosse riposta maggiore attenzione e cura.
Una denuncia pregna di speranza e conforto che racconta un’esistenza intera anche con piglio ironico e scanzonato.Libro interessante e la cui lettura non lascia assolutamente indifferenti.Narrazione viva, accattivante e dinamica profumata di quella delicatezza che solo una testimonianza preziosa sa regalare.
Se cercate un’opera che possa far sorridere riflettendo, questa è quella perfetta.
- Il rimpianto: un libro del forsedi Francesca Nicolò

Quante volte, nella nostra vita, abbiamo sentito prepotente il sentimento di qualcosa che non è accaduto che vorremmo lo fosse stato?
Tornare indietro è impossibile, e questo, credo, rappresenta uno dei drammi umani più intensi.
Viviamo nel rimpianto e non ci adoperiamo mai per rendere migliore il presente.
Biancamaria Bearzi racconta, con profonda enfasi e trasporto, questa vicissitudine umana e ci regala davvero qualcosa di unico ed estremamente prezioso. Un libro di profonda verità e strumento di condivisione per tutti.

Senza orpelli, fronzoli o giri di parole, l’autrice arriva dritta ai punti cruciali. Non ha paura di essere scomoda, perché il libro stesso lo deve essere. Aprendo un velo su un tema che molto spesso non viene nemmeno considerato come dovrebbe, non ci si pensa perché brucia all’anima e scuote il cuore.
Esso analizza realmente un sentimento ambivalente che spesso va a braccetto con la malinconia. I ricordi sono spesso fonte di rimpianto, un momento che si vorrebbe rivivere magari in modo completamente diverso oppure ritrovare all’infinito in quanto fonte di gioia e rifugio sereno.

Opera preziosa per riflettere sulle tante difficoltà che la vita ci pone davanti con protagonisti vivi nel senso più viscerale del termine. Essi prendono vita e diventano parte della storia, partecipi di vicende che sembrano prendere spunto da un vissuto estremamente personale.
Una storia che tocca, scuote ma ravviva nel profondo.
Spaccato di cuori di cui avevamo profondamente bisogno.

- La forza del coraggio, in mezzo a mille tempeste.di Francesca Nicolò

Di recente mi sono imbattuta nel romanzo “Agata del vento” di Francesca Maccani che ho letto quasi interamente in una giornata.
Opera ricca di passione, determinazione e un pizzico di malinconia.
La storia è ambientata a Lipari, una delle isole Eolie, nei primi anni del Novecento ed è frutto di un’accurata ricerca fatta dall’ autrice sulle figure delle majarem, ossia le antiche guaritrici siciliane.
Fin dalle prime pagine, si respira l’aria di una Sicilia scomparsa grazie alle descrizioni di riti, abitudini, usanze e lavori… ma anche di una terra ricca di contraddizioni e difficoltà.Un luogo da amare ed odiare al tempo stesso.

Esattamente come nell’opera precedente “Le donne dell’ Acquasanta” (che consiglio vivamente di leggere) troviamo una protagonista femminile forte e determinata che compie un cammino personale e che cerca di superare i limiti e le convenzioni.
Spesso sola e oltraggiata nel profondo dell’anima, violentata nei sogni e nei suoi ideali.
Reietta per una cultura che la vuole omologata a tante altre.
Donna che non sa mai sottomettersi e non ha paura di pagare lo scotto della sua ribellione.

Lo stile è scorrevole, la storia avvincente, con l’ inserimento di informazioni accurate che rendono la stessa trama viva e quasi reale, arricchita dalla presenza di numerose riflessioni.
Quest’ultime sono poste anche in condivisione con il lettore che si interroga continuamente assieme alla protagonista.
Mi sento però di ammettere che in alcuni momenti i personaggi risultano un po’ moderni nel modo di pensare rispetto al periodo in cui hanno vissuto, ma sicuramente si tratta comunque di scelte che non sconvolgono eccessivamente l’ equilibrio del romanzo.
Ovviamente queste figure risultano leggermente forzate rispetto alla realtà in quelli anni, per non dire che sembrano abbastanza inverosimili.

Inoltre avrei preferito leggere più dialoghi nella lingua locale ma comprendo che questo avrebbe reso il testo poco fruibile ai lettori di altre regioni. Tuttavia, molti autori siciliani insegnano che possono convivere assieme nella stessa opera la lingua locale e l’italiano, non togliendo nulla alla comprensione del testo medesimo.
Tuttavia, il mio giudizio è più che positivo rispetto all’opera.
Consigliato soprattutto a coloro i quali hanno apprezzato romanzi come “Le donne dell’ Acquasanta” della medesima autrice, “Virdimura” di Simona Lo Iacono, “Accabadora” di Michela Murgia.Romanzi che parlano di donne con il pensiero rivolto oltre i limiti che il loro tempo imponeva senza possibilità di sconto.

