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- Corona: una vita a vendere senza sosta e ad ogni costo.di Francesca Nicolò

Che fosse un’evento annunciato, oramai, è cosa risaputa: Corona, dovunque vada, è notizia a prescindere. E di questo lui se ne bea.
Nel bene, ma soprattutto nel male. E questo prodotto Netflix rappresenta appieno la sua essenza. Per quanto lo si possa amare o odiare, lui è un personaggio.
La serie ne racconta gli inizi, a Milano, in una famiglia di sani principi e con mezzi economici notevoli, costruiti con sacrificio e costanza da parte di un padre, Vittorio Corona, che ha fatto della correttezza morale e della passione il suo baluardo.
Grande giornalista, e dotato di un carisma unico.
Eppure Fabrizio Corona, figlio maggiore e rampollo della famiglia, decide di rompere con gli insegnamenti del padre e di creare qualcosa di nuovo e totalmente diverso.

Va premesso che quando il fotografo dei Vip inizia a lavorare i primi anni 2000, dove esplode il fenomeno sociale dei tronisti, delle vallette, delle letterine e di tutte quelle figure, senza arte né parte ma dotate di una dose di bellezza inconfutabile, che si sono fatte notare.
E’ il periodo di Costantino Vitagliano per intenderci: un’uomo di cui tutte le adolescenti erano innamorate, bellissimo, ma che di fatto non sapeva mettere insieme un discorso di senso compiuto.
Corona si è trovato al posto giusto e al momento ancora più azzeccato.
Diventando amante platonico del buon Lele Mora. Una delle personalità forse più ingenue dello spettacolo, a mio modesto parere. Quest’ultimo fa entrare il giovane Fabrizio dalla porta principale di un mondo fatato ed incredibile.
Pieno e straripante di soldi.

Non si può infatti raccontare Corona senza parlare di soldi. Nonostante un agio familiare ottimo e confortevole, il denaro è la droga del ragazzo.
Fare soldi, custodirli provoca in lui in piacere di natura quasi sessuale.
Anche durante la narrazione, si comprende quanto guadagnare sia parte del suo essere.
Il suo ed unico amore sono i soldi, solo e soltanto i soldi.
Persino la relazione con Nina Moric, i risvolti, la luna di miele, il matrimonio e la nascita del figlio è un modo per monetizzare.
Senza pudore o scrupolo.

Su Nina Moric vorrei fare una digressione: il ritratto che ne esce è quello di una donna distrutta, malinconica, con diversi problemi e dannatamente triste.
Fa male vederla in uno stato simile. Già fin dalle diverse interviste rilasciate si comprende quanto abbia davvero bisogno di un aiuto. Che nessun compagno le ha mai saputo dare.
Non solo Corona: vi ricordate il teatrino fatto ad hoc dalla D’Urso con tale Mario Favoloso sulla loro relazione?
Da mettere i brividi, una mercificazione delle debolezze senza che nessuno si sia accordo del bisogno disperato di aiuto da parte di questa donna.

Fabrizio Corona mostra qualche segnale di affetto verso l’ex moglie, a cui deve moltissimo in termini di soldi e popolarità.
Non dimentichiamoci che la modella croata è stata, per decenni, la gallina dalle uova d’oro.
Regalando all’uomo una medianicità unica e complessa.
Perché analizzare il personaggio di Fabrizio è un compito assolutamente scomodo.
Guai giudiziari che si mischiano a mascalzonate degne di un emerito coglione fino a delle accuse assurde.
I commentatori, a ben ragione, definiscono il protagonista come un uomo a metà tra menzogna e verità.
Non si sa mai il confine tra bugia e verità nella sua narrazione.
L’incredibile diventa spesso vero e la quotidianità una bugia.

Aldilà della becera polemica sulla necessità o meno della serie, io credo fermamente che ogni prodotto, anche il più scomodo, debba meritare attenzione.
Oscurare Corona porterebbe ad accrescerne ancora di più popolarità e fama.
Lui si bea di tutto questo, nel raccontarsi la sua versione è sempre quella più avvincente, contorta ed unica. Pause studiate, voce suadente, e gesti appassionati.
Vuole incantare i serpenti e primeggiare per ottenere più soldi.
Mi ha fatto riflettere il fatto che in tutta la narrazione non sia mai stato nemmeno menzionata una piccola parola per il figlio: Carlos. Una prova ulteriore che gli affetti non esistono, se non correlati ad un guadagno.
Ma non stupiamoci. Corona senza soldi non esisterebbe, o meglio, respirerebbe.

- La diva sospesa tra palco e realtà.di Francesca Nicolò

Valeria Bruni Tedeschi è di un altro pianeta, teatrale ma mai eccessivamente ridondante, superba senza essere prepotente. Nel film Duse rappresenta appieno la diva sospesa: tra decadimento e ritrovato vigore. Ancorata ad un successo passato eppure desiderosa di nuove avventure future.
Mai scomposta, mai fuori luogo. Sempre perfetta sia sul palco che nella vita.
La sua interpretazione è stato qualcosa di meraviglioso e poeticamente drammatico.

Una pellicola che non ripercorre i fasti di un successo mondiale e straordinario ma gli ultimi anni di vita di una donna che respirava poesia.
Creatura angelica nei modi e nei pensieri, recitativa in molti atteggiamenti e profondamente legata al suo adorato teatro.
D’altronde la Duse non esiste senza teatro e il teatro non esiste senza la Duse.
In questo film, volutamente, il regista non ripercorre i fasti e gli inizi. Esso si concentra su una donna apparentemente ombra del suo successo.
Un’po’ leggiadra, distaccata da realtà e con il focus sull’arte e sul ritorno dalle scene.
Apparentemente disinteressata ai suoi drammi, come la perdita del denaro e il rapporto burrascoso con la figlia, eppure così intensa in ogni singola emozione.
Bellissima, toccante ed unica: appunto, di un altro pianeta.
Un mondo che non ha bisogno di altro se non della sua essenza infinita ed ossigenante di arte.

- Un film scomodo e perversamente glorificatore.di Francesca Nicolò

Nascita di una nazione (titolo originale The Birth of a Nation), film muto del 1915 diretto da D.W. Griffith, è un’opera monumentale e controversa, celebre per le sue innovazioni cinematografiche rivoluzionarie, ma tristemente famosa per la sua trama apertamente razzista e la glorifitrice del Ku Klux Klan.
Il film, basato sui romanzi The Clansman e The Leopard’s Spots di Thomas Dixon Jr., è un’epopea che copre gli eventi della Guerra Civile Americana e l’era della Ricostruzione, seguendo le vicende di due famiglie: i Stoneman, unionisti del Nord, e i Cameron, confederati del Sud.
Il film si articola in diverse parti, principalmente due.

La prima metà del film si concentra sullo scoppio della guerra, mostrando i figli delle due famiglie diventare amici a scuola, per poi trovarsi nemici sul campo di battaglia. Vengono rappresentate battaglie su larga scala e gli eventi storici che culminano nell’assassinio del Presidente Abraham Lincoln.
La seconda parte è ambientata durante l’era della Ricostruzione. Il Sud è ritratto come caduto nel caos sotto la guida di politici radicali del Nord e degli afroamericani (spesso interpretati da attori bianchi in blackface) che vengono dipinti come rozzi, pigri e pericolosi. In questa fase, il film presenta la nascita del Ku Klux Klan come un movimento eroico, un “salvatore bianco” che ristabilisce l’ordine e protegge la purezza della razza bianca, culminando nel salvataggio di una donna bianca da un “brutale” uomo nero.

Dal punto di vista della tecnica cinematografica, Nascita di una nazione è considerato un capolavoro e una pietra miliare della storia del cinema.
Griffith introdusse e perfezionò tecniche narrative e visive innovative per l’epoca, come il montaggio parallelo, i primi piani, i fade-out e sequenze di battaglia su vasta scala con centinaia di comparse, che emozionarono il pubblico e rivoluzionarono il linguaggio filmico.
Tuttavia, la sua eredità è profondamente offuscata dal suo contenuto estremamente razzista e dalla sua tesi apologetica del KKK. All’epoca della sua uscita, fu il film di maggior successo commerciale e il più lungo mai realizzato, ma scatenò anche immediate e accese proteste da parte della NAACP (Associazione Nazionale per il Progresso delle Persone di Colore) e di altri gruppi per i diritti civili.
Il film è stato accusato di aver contribuito alla rinascita del KKK nella vita reale e di aver cementato stereotipi dannosi e violenti sugli afroamericani nell’immaginario collettivo americano per decenni.La visione del film oggi richiede una consapevolezza critica del suo contesto storico e del suo messaggio ideologico problematico, riconoscendolo come un’opera d’arte formalmente brillante ma moralmente ripugnante. È un film che continua a generare dibattito sul rapporto tra arte, propaganda e responsabilità sociale.

- Metropolis: il capolavoro moderno di quasi cento anni.di Francesca Nicolò

Metropolis (1927), diretto da Fritz Lang, è un’opera monumentale e un classico del cinema fantascientifico, noto per la sua trama distopica e la sua visione futuristica che esplora il conflitto tra classi sociali e tecnologia.
Il film è ambientato in una megalopoli del futuro (l’anno 2026, secondo il film).
La società è rigidamente divisa in due livelli:
- In superficie, i ricchi e i potenti vivono in lussuosi grattacieli e giardini pensili, godendo di agi e divertimenti.
- Nel sottosuolo, la classe operaia lavora in condizioni disumane per alimentare le gigantesche macchine che sostengono la città di superficie.
Il protagonista è Freder Fredersen, figlio di Joh Fredersen, il dittatore/padrone di Metropolis.
Un giorno, Freder incontra Maria, una giovane e carismatica profeta che guida i bambini degli operai e predica la necessità di un mediatore capace di unire “le mani” (gli operai) e “il cervello” (i padroni).

Innamoratosi di Maria e sconvolto dalle terribili condizioni degli operai di cui viene a conoscenza, Freder decide di avventurarsi nel sottosuolo. Suo padre, temendo una rivolta, incarica l’inventore pazzo Rotwang di creare un robot (il Maschinenmensch) con le sembianze di Maria.
Il robot-Maria, a differenza della vera Maria, incita gli operai alla ribellione violenta e alla distruzione delle macchine, portando al caos e all’allagamento della città sotterranea. Freder e la vera Maria cercano di fermare la distruzione e salvare i bambini, mentre gli operai, rendendosi conto di essere stati manipolati, danno la caccia al robot.
Il film si conclude con un’intesa simbolica: Freder, il “cuore”, funge da mediatore tra suo padre (il “cervello”) e Grot, il capo operaio (le “mani”), sancendo una fragile pace.

Metropolis è universalmente riconosciuto come un capolavoro del cinema muto e un pilastro della cinematografia di fantascienza.
Esso è celebre per i suoi effetti speciali pionieristici, in particolare l’uso dell'”effetto Schüfftan” per combinare attori e modellini in scala, e per le sue grandiose scenografie che mescolano Art Déco, Bauhaus ed espressionismo.
L’opera affronta nodi storici essenziali come gli effetti disumanizzanti dell’industrializzazione, la lotta di classe e il rapporto tra uomo e macchina.La sua rappresentazione di una società distopica è potente e simbolica.
Nonostante un iniziale insuccesso finanziario e i successivi tagli e rimaneggiamenti della pellicola originale (gran parte della quale è stata restaurata solo di recente), l’influenza di Metropolis è immensa, ispirando generazioni di registi e opere, dall’animazione giapponese di Osamu Tezuka a Blade Runner.
Sebbene il finale sia stato talvolta criticato per la sua risoluzione forse troppo semplicistica o moralistica (lo stesso Lang in seguito ne prese le distanze), il film rimane un’esperienza visiva travolgente e un’analisi affascinante delle paure e delle speranze dell’umanità di fronte al progresso tecnologico.
- Il sonnambulo più famoso del cinema.di Francesca Nicolò

Oltre cento anni d’età, eppure tanto attuale e inquietante.
Il gabinetto del dottor Caligari (1920) è un capolavoro del cinema espressionista tedesco, la cui trama ruota attorno al misterioso Dottor Caligari e al sonnambulo Cesare, che predice il futuro, scatenando omicidi e confusione tra realtà e follia, in una storia che, tramite le sue scenografie distorte e la narrazione a incastro, diventa una potente metafora sull’autorità, la manipolazione e la psiche, prefigurando gli orrori del nazismo.
La storia è narrata da Francis, che racconta a un anziano in un parco le vicende avvenute nel paese di Holstenwall. Alla fiera di paese arriva il Dottor Caligari con Cesare, un sonnambulo tenuto in una cassa, che, risvegliato, predice il futuro.
Un uomo viene avvertito della sua morte e poco dopo pugnalato; la fidanzata di Francis viene rapita da Cesare.La linea tra realtà e allucinazione si confonde, e il racconto si rivela essere un gioco di scatole cinesi, con un finale ambiguo che ribalta la narrazione, suggerendo che Francis stesso potrebbe essere il vero folle, e Caligari un direttore di manicomio.

Il film è emblematico per l’uso di scenografie deformate e dipinte (strade a zig-zag, case inclinate) che riflettono uno stato mentale alterato, creando un’atmosfera opprimente e inquietante.
Viene visto come una satira e una prefigurazione dell’autoritarismo prussiano e, tragicamente, del nascente nazismo, con Caligari che rappresenta il potere perverso e Cesare l’individuo passivo e manipolato. Esso rimane un’opera rivoluzionaria per la sua epoca, con un impatto psicologico forte, influenzando registi come Tim Burton e David Lynch e diventando un mito del cinema.
Esplora la follia, il sonnambulismo come metafora dell’accettazione passiva, il confine tra sogno e realtà, e il terrore psicologico.Mai come in questa produzione, il confine tra ciò che è vero e immaginato è stato tanto flebile.

