
- Un pedaggio molto inquietante.di Francesca Nicolò

In Friuli vi è una tradizione molto particolare legata ad una curiosità. Tutto si svolge nelle terre suggestive del Carso.
La figura femminile misteriosa e severa della leggenda di Sauris si chiama la Bèlin (o in dialetto locale, der Orsch van der Belin, “il sedere della Belin”).
Secondo la tradizione, la Bèlin era una donna “straniera” che viveva nella valle e che era solita chiedere un “pedaggio” ai bambini locali, in particolare a quelli che si avventuravano fuori dalla valle per la prima volta.
La donna era una vecchia con un grosso sedere sporco.

Questo “pedaggio” consisteva solitamente in generi alimentari come burro, uova o altri prodotti della terra. Non solo, si diceva persino che costringesse i bambini di Sauris a baciare il suo sedere per poter lasciare la vallata per la prima volta.
La storia ha una connotazione educativa, utilizzata probabilmente per tenere i bambini al sicuro all’interno dei confini conosciuti della valle e per insegnare loro l’importanza della comunità e della condivisione.
Ancora oggi a Sauris si tengono manifestazioni ed eventi ispirati a questa e ad altre leggende locali, che fanno parte del ricco patrimonio culturale e folcloristico della zona.

Il sedere della “Belin” è infatti un rito tradizionale che si celebra nella cittadina il 5 gennaio, riproponendo in chiave ironica una leggenda locale.
Oggi, il rito è una festa goliardica in cui i turisti e i visitatori baciano il sedere di un attore che interpreta la Belin per “ottenere il diritto di passaggio”.

- La Nascita del Carso.di Francesca Nicolò

La catena montuosa del Carso è tra le più affascinanti della nostra penisola.
Caratterizzata da un panorama mozzafiato, viene riconosciuta altresì per la notevole difficoltà nel percorrerla. Nei secoli, l’uomo si è più volte interrogato sul motivo di tale, particolare, conformazione.
Secondo diverse e variegate leggende, esso ha origine assolutamente particolare e suggestiva: scopriamole assieme.
La prima versione vuole che esso sia nato dal lancio di un sacco di pietre da parte dell’Arcangelo Gabriele, il quale, per volere di Dio, le raccolse al fine di pulire un’area verde, ma il diavolo bucò il sacco per curiosità, e le pietre caddero sulla terra, creando l’altopiano roccioso.
In un’altra versione, Gesù e San Pietro, mentre viaggiavano, furono derubati di tutte le loro provviste da un contadino, e come punizione, le provviste rubate si trasformarono in pietre che coprirono la terra.
Tutte le due storie sembravano voler spiegare la conformazione che tanto affascinò poeti e scrittori nei secoli. Leggenda o meno, basta vedere un tramonto sul Carso per innamorarsi di questi luoghi.

- Il Ponte del Diavolo.di Francesca Nicolò

Il Ponte del Diavolo a Cividale del Friuli ha una storia che affonda le radici nel XIV secolo ed è indissolubilmente legata a un’affascinante leggenda popolare.
La costruzione della struttura, così come la vediamo oggi, risale al XIV secolo (precisamente al 1442, secondo alcune fonti), sebbene si ritenga che un manufatto precedente, forse di origine romana, occupasse la stessa posizione strategica sul fiume Natisone.
La sua realizzazione fu un’impresa ingegneristica notevole per l’epoca, data la conformazione impervia delle sponde rocciose del fiume, e la struttura si caratterizza per l’ardita arcata principale che scavalca la gola.

Il ponte ha subito numerosi rifacimenti e restauri nel corso dei secoli a causa di danni strutturali e eventi bellici, ma ha mantenuto la sua importanza cruciale per l’accesso al centro storico di Cividale.
Come per molti altri ponti in Europa con lo stesso nome, la difficoltà e l’arditezza della sua costruzione hanno dato origine a una leggenda che coinvolge il diavolo.
Si racconta che, incapaci di completare l’opera a causa delle avversità e della corrente impetuosa del Natisone, i Cividalesi chiesero aiuto al Diavolo in persona. Egli accettò di costruire il ponte in una sola notte in cambio dell’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato.

Una volta completato il ponte, i cittadini, astutamente, vi fecero passare per primo un cagnolino (o un gatto, o un altro animale, a seconda delle versioni). Il Diavolo, infuriato per l’inganno e per aver ottenuto solo l’anima di un animale, si ritirò. Si dice che la grande pietra (nota come “sasso del diavolo”) che si trova sotto il ponte sia il masso che il Diavolo scagliò per la rabbia prima di sparire, o la cesta in cui trasportava il materiale per la costruzione.
La leggenda, al di là dell’elemento soprannaturale, testimonia l’ammirazione e lo stupore delle popolazioni locali per un’opera architettonica così imponente e complessa in un luogo naturale tanto spettacolare quanto difficile da domare.

- Un sacrificio coraggioso e le acque di un lago ricolmo di memoria.di Francesca Nicolò

Oggi, attraverso un mito, spieghiamo un fenomeno scientifico.
La storia della principessa Tresenga e del Lago di Tovel è una celebre leggenda trentina che offre una spiegazione fantasiosa del motivo per cui le acque del lago si tingevano di rosso in passato.
Si racconta che molti secoli fa, il piccolo regno di Ragoli (in Val Rendena) era governato dalla principessa Tresenga, una giovane donna di grande bellezza e coraggio, ma con un carattere fiero e poco incline al matrimonio.
Rifiutò molti pretendenti, tra cui Lavinio, un re potente ma crudele.

Quest’ultimo, offeso dal rifiuto, dichiarò guerra al regno di Tresenga.
Gli abitanti di Ragoli, sebbene inferiori di numero, combatterono valorosamente al fianco della loro principessa.
La battaglia fu sanguinosa e si concluse con un massacro. La principessa Tresenga stessa perse la vita, uccisa da un colpo di spada infertole da Lavinio.
Alla fine della giornata, le acque del vicino Lago di Tovel si tinsero di un rosso intenso, colore del sangue versato dai coraggiosi abitanti di Ragoli e dalla loro principessa

La leggenda narra che, ancora oggi, nelle notti silenziose, lo spirito della principessa Tresenga si siede sulle rive del lago a piangere per la sorte della sua gente.
È importante notare che la storia è una leggenda. Fino a circa la metà degli anni ’60, il lago di Tovel si colorava effettivamente di rosso durante l’estate. Questo fenomeno naturale era dovuto alla fioritura di un’alga (l’Tovellia sanguinea).
Oggi il fenomeno non si verifica più, principalmente a causa della mancanza di nutrienti (come il bestiame al pascolo sulle rive) che alimentavano l’alga, ma la leggenda rimane parte integrante del fascino del lago.
Testimone del ricordo di un grande e disumano sacrificio.

- La ninfa e il Lago di Carezza.di Francesca Nicolò

La leggenda del Lago di Carezza narra la storia di Ondina, una bellissima ninfa che viveva nelle sue acque cristalline.
Questa creatura, con i suoi lunghi capelli biondi e una voce assolutamente incantevole, attirava l’attenzione di chiunque passasse, incluso un potente mago del Latemar (o Vajolet, a seconda delle versioni).
L’uomo si innamorò perdutamente di lei, ma ogni suo tentativo di avvicinarla falliva, poiché la ninfa si rituffava immediatamente nel lago. Su consiglio di una strega, tentò di rapirla creando un magnifico arcobaleno colorato che collegava le cime del Latemar al lago, per distrarla.

Il mago però, dimenticò di travestirsi. Quando Ondina scorse l’arcobaleno, si avvicinò affascinata, ma non appena vide il mago nascosto, capì l’inganno e fuggì terrorizzata nelle profondità del lago, scomparendo per sempre.
Accecato dalla rabbia per il fallimento e per la perdita della ninfa, il mago distrusse l’incantesimo. Prese l’arcobaleno e lo gettò in mille pezzi nel lago.
Fu così che, secondo la leggenda, il lago assunse i suoi colori vividi e cangianti, dal verde smeraldo al turchese, che ancora oggi incantano i visitatori e gli valgono il soprannome di “Lago dell’arcobaleno” (in ladino, “Lec de Ergobando”).
Ancora oggi si dice che la ninfa Ondina viva nelle acque del lago e che,in alcuni momenti dell’anno, si possa scorgere una statua in bronzo della ninfa al centro di esso.
Difatti, a seconda dell’altezza delle acque, una statura emerge o viene sommersa dalle profondità lacustri: esattamente come la protagonista della storia, che si immerse per non riemergere più.

- L’Arena di Verona e il diavolo…di Francesca Nicolò

Siete mai stati all’interno del monumento più famoso della città scaligera?
Struttura che lascia a bocca aperta, ma che racchiude al suo interno diverse leggende.
Una delle più famose narra di un patto tra un prigioniero e il diavolo per costruire l’anfiteatro in una sola notte.
Ma come nacque tutto questo?

Tutto iniziò quando un signore di Verona, ingiustamente condannato a morte, promise ai magistrati della città che, se gli avessero risparmiato la vita, avrebbe costruito un anfiteatro così grande da poter accogliere tutta la popolazione.
Una promessa impegnativa, dispendiosa e sconsiderata: eppure l’uomo era fermo nel suo proposito.
La sera prima dell’esecuzione, il prigioniero, disperato, chiese aiuto al diavolo, che gli offrì di compiere l’impresa in una sola notte in cambio della sua anima.
Eppure il diavolo tutto può compiere, tranne che sconti di qualche sorta.

Mentre i demoni, sotto il comando del diavolo, lavoravano freneticamente per innalzare l’edificio, l’uomo si pentì del patto scellerato e pregò la Vergine Maria. La preghiera fu ascoltata e, al primo canto del gallo, una luce divina fermò i diavoli, lasciando l’Arena incompiuta, senza il suo anello esterno.

Una storia suggestiva ma forse non così reale.
In realtà, l’anello esterno dell’Arena è crollato in seguito al terremoto del 1117, che danneggiò gravemente l’anfiteatro: altro che demonio o patti di sangue.
Questa leggenda serve a spiegare l’aspetto attuale dell’Arena, con la sua caratteristica incompleta struttura esterna. Un modo suggestivo di descrivere un difetto diventato peculiarità.

- La Baronessa che salvò Portofino.di Francesca Nicolò

Una storia, a torto, dimenticata.
Si chiamava Jeannie Watt von Mumm, e non era una donna come tante.
Grazie alla sua audace intercessione, avvenuta nell’aprile del 1945, venne impedito alle truppe tedesche in ritirata di far saltare in aria il borgo ligure, che era stato minato per assecondare i piani distruttivi di Hitler.
Di origini scozzesi, era la moglie del diplomatico tedesco Alfons Mumm von Schwarzenstein, che aveva acquistato e restaurato il Castello di Portofino nel 1911.

Con la guerra al termine, le truppe naziste avevano ricevuto l’ordine di distruggere le infrastrutture, inclusi i porti italiani, al fine di fare “terra bruciata” a tutte le possibili vie di commercio.
Portofino, trovandosi una posizione più che favorevole per ogni tipo di attività, era un obiettivo designato. La nobildonna, che si trovava ancora a Portofino, decise di agire per impedire la devastazione. Dopo vari tentativi, riuscì a ottenere un incontro cruciale con il tenente Reimers, il comandante della guarnigione locale.
Nel drammatico colloquio della sera del 23 aprile 1945, alla vigilia della liberazione, la baronessa von Mumm persuase il militare a non eseguire gli ordini di far brillare le mine.
Una grande determinazione ed una fenomenale capacità di persuasione che le furono decisive e vincenti.

Il tenente Reimers, contravvenendo agli ordini, abbandonò il borgo senza attuare la distruzione. Grazie al coraggio della donna, la perla della riviera ligure venne risparmiata.
In seguito, per il suo gesto, le fu conferita una medaglia d’oro.
Oggi, una lapide a Portofino la commemora per aver salvato il paese.
Va tuttavia ricordato che la vicenda è legata anche alla più ampia “Operazione Sunrise”, un’iniziativa internazionale che portò a incontri segreti in Svizzera per negoziare la resa delle delle truppe tedesche nel Nord Italia.

- Il mostro di Punta Crena.di Francesca Nicolò

Il mare, si sa, non è solo un profondo oceano di segreti.
Quella forse è la parte più “romantica”: ma la realtà e ben diversa e la provvidenziale superstizione dei navigatori ha le sue ben comprensibili ragioni.
Il mondo sottomarino è ricolmo di sorprese non sempre graziose e piacevoli.
Casualmente ho scoperto di questa storia legata ad un luogo assolutamente magico: un tempo, una creatura marina che terrorizzava i pescatori nel tratto di costa tra Varigotti e Noli, in Liguria.
Per secoli, i pescatori della zona vissero nel terrore a causa di questo mostro, che faceva strage di marinai e imbarcazioni.

Fortunatamente, un giorno, un marinaio, armato di coraggio e astuzia, decise di affrontare la creatura per porre fine alla sua ferocia.
Riuscì a sconfiggerla e a ridare tranquillità alla gente del posto.
Questa leggenda si inserisce nel ricco folklore ligure, che abbonda di racconti di mostri e creature marine.
Come molte leggende locali, quella del mostro di Punta Crena è stata tramandata oralmente per generazioni, contribuendo a formare l’identità e la cultura marittima della Riviera Ligure.

- La luna e una rivalità secolare.di Francesca Nicolò

Che i bergamaschi ed i bresciani abbiamo una certa inimicizia è una verità incontrovertibile, eppure è una cosa assolutamente tipica di tantissime province.
Avete mai sentito parlare della inimicizia tra Varese e Como?
Ecco, oggi vorrei raccontare di uno di questi episodi legati alle due città lombarde che sembrano assomigliarsi anche nel pronunciarle.
La leggenda della “Luna rubata di Bergamo” è una storia che narra di come i bergamaschi cercarono di rubare la luna per sconfiggere i bresciani, i quali credevano che il satellite fosse il loro punto debole.
L’impresa fu organizzata dal capo Brembo de’ i goss, che radunò i suoi uomini per rubare la luna non appena esposta dai bresciani, per poi coprirla con l’aiuto di coperte e teloni nascondendola durante il tragitto di ritorno.

La leggenda spiega, in qualche modo, l’antica e praticamente eterna rivalità tra Bergamo e Brescia, nata proprio da questo furto e dal fatto che i bresciani credevano che la luna fosse il loro punto debole.
L’episodio fu talmente preso sul serio dai bergamaschi, tanto che ancora oggi le loro gesta e la loro astuzia sono celebrate, e viene ricordata come il momento in cui si dimostrarono più abili e coraggiosi dei bresciani.
Un momento speciale di rivalsa che ancora oggi è tangibile vedere anche nelle curve sportive.

- Non solo Lochness…di Francesca Nicolò

Ma voi lo sapevate che, millenni fa, esisteva un dinosauro che popolava il Lago di Como?
E c’è molto di più.
Il Lariosauro è sia un rettile acquatico estinto (il Lariosaurus balsami) che ha vissuto nel Triassico, i cui fossili sono stati ritrovati in diverse parti del mondo, sia un mostro leggendario del Lago di Como, la cui esistenza si suppone essere una discendenza del rettile preistorico.
I fossili del rettile reale, lungo circa un metro, sono stati trovati in particolare in provincia di Lecco.

Le sue origini si attestano attorno al Triassico medio, circa 245-235 milioni di anni fa. E non solo a Lecco (Italia), ma anche in Svizzera, Spagna, Israele e Cina.
I reperti fanno supporre si trattasse di un rettile acquatico predatore, lungo circa un metro, con zampe anteriori a forma di pinna e posteriori palmate, adattato alla vita in ambiente acquatico.

Persino alcuni testimonianze raccontano di avvistamenti di un enorme animale di 10-12 metri che nuota nel lago.
Suggestione o realtà?
Una visita al lago forse qualche dilemma dissiperà?

- Triora: un luogo magico e misterioso.di Francesca Nicolò

In Liguria la storia racconta di tante donne che pagarono con la vita la loro libertà.
A Triora, infatti, si svolsero diversi processi di stregoneria tra il 1587 e il 1589.
La causa scatenante fu un’epidemia di carestia e siccità, che aveva messo in ginocchio il paese, portò le autorità locali: serviva un capro espiatorio per una simile disgrazia, che venne individuato in un gruppo di donne accusate di pratiche diaboliche e malefici.

Ma prima di tutto analizziamo correttamente i fatti intercorsi.
Nel 1587, una grave carestia si abbatté su Triora. La popolazione, stremata, accusò alcune donne di essere responsabili della calamità, ritenendo che avessero consacrato i raccolti a Satana. Sembra una accusa assurda, ma in realtà era una consuetudine per l’epoca cadere nella superstizione.
Il governo locale avviò un’inchiesta e le donne accusate furono torturate per estorcere loro confessioni. I verbali riportano che le presunte streghe confessarono di aver praticato riti satanici, ucciso neonati, danzato con il demonio e causato la carestia.

La faccenda divenne talmente grave da richiedere l’intervento dell’Inquisizione di Genova. Durante la seconda fase dei processi, gli inquisitori si recarono a Triora per giudicare le donne. Le accuse più frequenti erano di stregoneria, eresia e rapporti con il diavolo. Alcune donne morirono sotto le torture o in carcere, altre furono trasferite a Genova per essere giudicate e alcune furono condannate al rogo.
Si narra che La Cabotina, la parte più antica e misteriosa del borgo, fosse il luogo di ritrovo delle streghe.

A Triora sono ancora visibili i resti del castello e delle prigioni in cui venivano rinchiuse le donne accusate. Grazie a questa drammatica vicenda, la cittadina è oggi conosciuta come “il borgo delle streghe” e attira molti turisti.
Ogni anno, specialmente durante Halloween, il paese si anima con eventi a tema, visite guidate e rievocazioni storiche.
Un luogo incantevole, tutto da scoprire.

- Una creatura benevola.di Francesca Nicolò

Secondo una leggenda popolare, le acque intorno all’isola di Bergeggi in Liguria sarebbero abitate da una sirena dal cuore gentile, diversamente dalle classiche sirene ingannatrici della mitologia di cui molti hanno memoria.
Il racconto narra che un tempo i marinai, durante le loro traversate, venivano attirati dalle rocce e dalle insidie del mare proprio dal canto ammaliatore delle sirene.
Tuttavia, quando i monaci si stabilirono sull’isola, le loro preghiere e la loro rettitudine avrebbero placato le creature marine, che smisero di essere una minaccia.
Una delle sirene, in particolare, si sarebbe convertita alla bontà e, invece di trarre in inganno i marinai, iniziò ad aiutarli.

Il racconto lega il destino di questa sirena a Sant’Eugenio, un eremita che viveva sull’isola. Si narra che la sirena abbia intonato il suo canto per proteggere i monaci e i naviganti dalle tempeste improvvise. Talvolta, la creatura mitologica appariva ai marinai in difficoltà per guidarli in porto, usando il suo canto non per condurli al naufragio, ma per salvarli.
Oggi, il legame con la leggenda rimane nel toponimo del “Lido delle Sirene” e nel fascino che circonda l’isola e la grotta marina di Bergeggi.
Le sue acque cristalline e il suo ambiente naturale protetto continuano ad alimentare il mito, trasformando un luogo di pericoli in un simbolo di salvezza e bellezza.

- Monte Musinèdi Francesca Nicolò

Tra le alture dei monti torinesi vi è una montagna meta e oggetto di studi variegati e interessanti.
E’ il monte Musinè vicino a Torino.
Da da sempre un luogo circondato da un alone di mistero e folklore, con leggende che narrano di UFO, streghe, fenomeni inspiegabili e antichi riti.
La tradizione popolare attribuisce al Musinè una forte connessione con eventi inspiegabili e avvistamenti di oggetti non identificati, tanto da essere considerato un punto nevralgico per l’ufologia in Italia.
Ma da dove nascono queste storie?

Le prime testimonianze sono pervenute attraverso le cronache di un vescovo del X secolo e raccontano di uno spettacolo di “travi e globi di fuoco” che illuminarono il cielo e la chiesa della Sacra di San Michele, situata proprio di fronte al Musinè.
Nel corso dei secoli sono stati documentati numerosi avvistamenti di bagliori azzurri, verdastri e fluorescenti, che ancora oggi alimentano le teorie su un’attività aliena molto importante.
Ma non solo.
Gli esoteristi e le tradizioni popolari considerano il Musinè una montagna magica, un potente catalizzatore di energie benefiche.

Alcuni credono che il monte sia una sorta di portale o “finestra” aperta su un’altra dimensione, in grado di ampliare le facoltà extrasensoriali. A tal proposito, il Musinè è visto come un centro radiante di energia, collegato a misteriose “linee ortogoniche” o rotte spirituali, che attrae molti appassionati del mistero.
Oltre agli avvistamenti moderni, le storie popolari tramandate da secoli aggiungono ulteriore fascino al monte.
Una leggenda, ripresa anche dallo scrittore Alberto Fenoglio, narra di un mago che abitava sul monte.
Infine sulle rocce del monte sono state rinvenute delle “coppelle”, delle cavità emisferiche scavate dall’uomo preistorico. Questi segni sono interpretati come possibili tracce di antichi riti religiosi che richiamano ancora oggi l’interesse di molti appassionati.
Insomma, un luogo che non manca di fornire spunti e riflessioni interessanti sotto ogni punto di vista.
Un luogo da amare ed esplorare sicuramente.

- La Serenissima.di Francesca Nicolò

Una delle città più famose del mondo e meta prediletta di molti vip.
Di lei conosciamo tutto, anche il più piccolo dettaglio, ma noto che spesso non viene mai spiegato l’origine del nome. Quest’ultimo aspetto meriterebbe un’ulteriore ed accurato approfondimento.
Venezia è chiamata “La Serenissima” a causa del suo titolo ufficiale di “Serenissima Repubblica di Venezia”, che rifletteva la stabilità politica, l’equilibrio del suo governo e la prosperità che l’ha caratterizzata per secoli.

La nomea deriva dal latino serenissimus e sottolineava la tranquillità e la saggezza del sistema istituzionale, che garantiva sicurezza e accoglienza ai visitatori.
Attraverso questo aggettivo si voleva rimarcare quanto la città lagunare fosse un luogo pacato ed ameno per prosperare e vivere serenamente.
Ovviamente il fine politico era più che evidente: l’ epiteto fu usato per evidenziare la pace, l’equilibrio e la tranquillità sociale che caratterizzavano la Repubblica di Venezia, anche in contesti di instabilità politica generale.

La penisola italica non godeva di un clima politico sereno e le lotte civili e tra stati erano praticamente all’ordine del giorno.
Venezia aveva come forma di governo la Repubblica in cui il Doge era eletto a capo del governo.
Questa figura ed il suo ruolo venivano descritti come “serenissimi”, e il titolo si estese poi all’intera Repubblica e alla città da lui amministrata.
Venezia fu una potenza marittima e commerciale, la cui ricchezza e il suo solido sistema di giustizia garantivano un clima di pace e prosperità.
Questa atmosfera contribuì a rafforzare l’immagine di una città serena e florida, ed ha reso il nome come chiaro segno identificato della città nel mondo.

- Da una sirena…una magia.di Francesca Nicolò

È uno degli aggettivi più ricorrenti con cui viene identificata nel mondo.
Ma da dove ha origine tutto ciò?
Napoli viene chiamata Partenope in riferimento a una leggenda legata alla sirena Partenope, che secondo il mito fondò la città greca omonima.
Il suo corpo, giunto sulle coste dell’attuale Napoli dopo la morte, diede vita al primo insediamento, che successivamente divenne Neapolis (“città nuova”) e infine identificato con il nome Napoli che conosciamo ancora oggi.

Questa leggenda, per quanto possa sembrare suggestiva, poggia anche su radici storiche: l’insediamento più antico nella zona del golfo di Napoli, fondato dai Cumani all’VIII secolo a.C., si chiamava appunto Parthenope.
Ma chi era questa creatura mitologica?
Il mito vuole si trattasse di una sirena, le cui origini sono da ricercarsi nella mitologia greca.
Si narra che, dopo aver fallito nel tentativo di sedurre Ulisse, si gettò in mare e il corpo fu trasportato dalle onde fino all’isola di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell’Ovo.

Il primo insediamento di Parthenope fu successivamente sostituito da Neapolis (“città nuova”), ma l’eredità di Partenope rimase nel nome della città e dei suoi abitanti, detti appunto partenopei. Una storia che si tramandò per secoli, fino ai giorni nostri.
Il nome significa “quella che ha l’aspetto di una vergine” e il mito vuole fosse una creatura di rara e straordinaria bellezza, eleganza e fascino.
Dalla leggenda di questa sirena che si lancia in mare e da cui nasce la città, si comprende il legame indissolubile tra Napoli e il mare.
In sintesi, il nome “Partenope” è un richiamo alla sua origine mitologica, un tributo a una leggenda che la lega al mare e alle sue antiche radici greche, prima ancora che diventasse Napoli.
Un mito che travalica secoli e persone, meraviglioso come la città che ne porta il nome.

- La città della Nebbia.di Francesca Nicolò

Studiando le diverse città, ho avuto modo di scoprire che non solo la nostra metropoli meneghina ha il primato della cosiddetta scighera.
Questo fenomeno attraversa l’oceano, arrivando anche negli Stati Uniti.
San Francisco è soprannominata la “Città della Nebbia” a causa della frequente formazione di nebbia estiva, causata dal freddo vento del Pacifico che incontra le terre più calde, sollevando grandi banchi di nebbia che possono coprire la città per ore.
Questo fenomeno meteo è così iconico da essere diventato parte integrante della vita della città.
Ma quali sono le cause della nebbia?
Principalmente i venti Pacifici Freddi: l’oceano Pacifico a ovest di San Francisco ha acque molto fredde, specialmente in estate.
Anche l’aria calda Continentale gioca un ruolo importante in quanto durante l’estate, le temperature delle pianure interne della California diventano più calde.
Tutto questo provoca un forte contrasto termico formando appunto dei banchi nevosi.
Una curiosità interessante è che, nonostante la latitudine di San Francisco sia simile a quella di Atene, l’estate nella città è spesso fresca, con temperature massime che non superano i 21°C, a causa dell’effetto raffreddante della nebbia e del vento.
La nebbia è un fenomeno atmosferico ricorrente che si verifica ogni estate, e può anche calare durante la giornata, riducendo la visibilità e creando un’atmosfera caratteristica per la città.
Se vogliamo questo rappresenta una stranezza ai nostri occhi che viviamo la nebbia come un fenomeno prettamente invernale.La nebbia d’estate agli occhi di stranieri che la vivono come evento prettamente invernale.
Una quotidianità per gli abitanti della città: un bellissimo contrasto tutto da scoprire.
- La città dell’amore fraterno.di Francesca Nicolò

Esiste una città dove l’amore e la fratellanza sono i punti cardine assoluti e le fondamenta della metropoli stessa.
Philadelphia, infatti, viene chiamata la “città dell’amore fraterno” perché deriva dal greco antico «Φιλαδέλφεια» (Philadélpheia), che significa appunto “amore fraterno”.Esso risulta essere derivato dalla fusione dalle parole greche «philein» (amare) e «adelphos» (fratello), significando quindi “amore fraterno”.
Il nome fu scelto dal fondatore William Penn per riflettere i suoi principi di tolleranza e libertà religiosa, sperando che la metropoli diventasse un modello di convivenza pacifica.I posteri e gli abitanti potranno forse rispondere a riguardo.
Il nome chiaramente presuppone un compito importante ed impegnativo.

Ma quali erano i principi che guidavano quest’uomo sicuramente animato da uno spirito profondamente innovatore e rivoluzionario?
William Penn era un quacchero inglese e quando fondò la città nel 1682 aveva in mente di strutturare il centro urbano come l’ideale rifugio di libertà religiosa e tolleranza.
Progetto innovativo e coraggioso per l’epoca, considerando il fatto che la schiavitù rappresentasse la quotidianità e la divario sociale era più accentuato che mai.
Scelse questo nome per simboleggiare il sogno di una comunità basata su questi capisaldi, dove persone di ogni fede potessero vivere insieme pacificamente.
Sembrerebbe che nessuno di questi ideali sia mai venuto meno: Philadelphia difatti ancora oggi risulta essere un simbolo di questa filosofia, con una storia che celebra la libertà e la democrazia, essendo il luogo dove fu firmata la Dichiarazione d’Indipendenza.
Questo legame è rafforzato dalla famosa statua e scritta “LOVE” di Robert Indiana, situata vicino al Municipio e che celebra l’amore e la fratellanza.
Storia e ideali in una bellissima ed eterna unione.
- La città rosa.di Francesca Nicolò

Quasi immersa nella magia di una roccia immortale e immutata nel tempo.
Uno dei posti più affascinanti al mondo, dalla storia millenaria e dal fascino unico.
Ma da dove deriva la sua nomea?
Petra viene chiamata la “Città Rosa” per il colore rossastro e le tonalità che variano dal rosa all’arancio-rosso delle rocce di arenaria in cui i suoi monumenti sono stati scolpiti.
Molto spesso, anche l’illuminazione regala colori sgargianti e con venature sempre differenti.

Questa combinazione di colori è dovuta al contenuto di ferro e ad altri minerali presenti nella roccia, che si ossidano, conferendo alle facciate delle costruzioni la loro affascinante colorazione.
Uno spettacolo che ogni giorno attira migliaia di visitatori.
E le origini del nome di una delle mete più gettonate al mondo?
Esso proviene dal nome “roccia” in greco, un riferimento alla sua natura di città scolpita direttamente in quel materiale.

Sebbene non si tratti di una città “rossa e rosa” come il colore di un salmone, la descrizione della poesia del XIX secolo di J.W. Burgon ha contribuito a definire il suo aspetto.
In passato, i Nabatei chiamavano la città “Raqmu”, che significa “La Variopinta”, un nome che riflette la bellezza policroma delle sue rocce.
I fregi, i templi, le tombe e le facciate monumentali sono stati intagliati direttamente nella roccia arenaria rosa e rossa, creando un paesaggio unico.
La natura stessa attraverso l’azione degli agenti atmosferici, come il vento, ha ulteriormente levigato le rocce, esaltando i colori e le sfumature del sito.
Magia, fascino, storia e natura in uno dei siti da visitare almeno una volta nella vita.

- Il Big Smoke.di Francesca Nicolò

Una città che convive da secoli con una vera e propria piaga sociale che ne è diventata il suo marchio di fabbrica.
Londra è soprannominata “Big Smoke” (Grande Fumo) a causa del massiccio inquinamento atmosferico che affliggeva la città per secoli, causato principalmente dall’uso del carbone per riscaldare le case e dalle ciminiere industriali, che producevano grandi quantità di fumo e nebbia.
Questo fenomeno raggiunse il culmine con un disastroso evento di inquinamento che paralizzò la città e uccise migliaia di persone, portando all’approvazione del Clean Air Act del 1956 per limitare le emissioni.
Ma non solo: sul finire dell’ottocento, il Tamigi era considerato il fiume più sporco d’Europa e le periferie della metropoli erano brulicanti di parassiti e infezioni di ogni sorta.

Infatti, per gran parte del XIX e XX secolo, il carbone era il principale combustibile per il riscaldamento domestico e industriale. Questo processo liberava enormi quantità di fumo nell’atmosfera che erano quotidianamente respirate dai cittadini inconsapevoli della pericolosità. In combinazione con le condizioni meteorologiche, come la mancanza di vento, questo fumo si accumulava, creando una fitta e tossica coltre di nebbia, nota come “smog”.
L’apice del problema avvenne con il disastro del 1952.
Tra il 5 e il 9 dicembre di quell’anno, una combinazione di freddo, mancanza di vento e fumo dalle industrie e dalle case creò una nebbia così densa che paralizzò Londra, impedendo la visibilità e portando a migliaia di decessi dovuti a malattie respiratorie. La nebbia era così spessa da penetrare negli edifici, costringendo i teatri a chiudere e limitando drasticamente i trasporti.

Questa serie di eventi furono preziosi catalizzatori che spinserono il governo a introdurre leggi per ridurre l’inquinamento. Il Clean Air Act del 1956 vietò l’uso di combustibili fumosi e stabilì controlli sulle emissioni. Nonostante i progressi nella qualità dell’aria, il soprannome “Big Smoke” è ancora utilizzato, spesso in modo ironico, per ricordare la storia di Londra e l’importanza di mantenere l’aria pulita.
La città sotto questo aspetto, ma non solo, fu una pioniera nel volersi sempre rinnovare e rimanere all’avanguardia dei tempi.

- La Venezia del Nord.di Francesca Nicolò

Sono stata diverse volte ad Amsterdam, rimanendone sempre affascinata.
La sue case strette, i suoi vicoli e gli scorci ne fanno una città magica con un soprannome tutto italiano.
Amsterdam viene infatti chiamata la “Venezia del Nord” per la sua ricca rete di canali, i centinaia di ponti e la conseguente forma di molte isole e quartieri. Tutto questo ricorda infatti la disposizione della città lagunare italiana.
La comparazione è dovuta all’importanza storica del crocevia di fiumi che la attraversano, denonimati Grachtengordel, che hanno plasmato l’urbanistica e la cultura della città olandese.

La città è attraversata da numerosi canali (“grachten”) che suddividono la città in innumerevoli isole, connesse tra loro da centinaia di ponti, proprio come Venezia. Questi corsi d’acqua sono una parte integrante della storia, dell’architettura e dello stile di vita di Amsterdam, offrendo una prospettiva unica sulla città e rendendo il giro in barca un’esperienza iconica.
Il sistema di canali semicircolari, in particolare i principali Herengracht, Prinsengracht e Keizersgracht, è un elemento distintivo, riconosciuto come patrimonio mondiale dell’UNESCO e parte fondamentale del suo sviluppo urbano.
Ma esistono alcune differenze con la metropoli italiana.

I fiumi della capitale olandese sono quasi tutti artificiali, progettati in maniera urbanistica, a differenza di quelli veneziani che fanno parte della laguna. Ad Amsterdam, inoltre, è ancora possibile la circolazione di auto e soprattutto biciclette, un mezzo di trasporto molto diffuso. Inoltre in Olanda, le case sono a ridosso dei canali, ma solitamente separate da una strada, mentre nella città veneta le abitazioni hanno spesso l’ingresso diretto dall’acqua.
Piccole differenze che nulla tolgono al fascino della meraviglia che esse regalano ad ogni visita.

- La città degli angeli.di Francesca Nicolò

Oggi approdiamo in una delle città- mito per eccellenza degli USA, raccontandone uno degli aspetti meno considerati.
Los Angeles è stata fondata nel 1781 da coloni spagnoli, subendo nei secoli una trasformazione straordinaria: passando da un piccolo insediamento a una metropoli globale. Fulcro di una delle aziende più floride al mondo, ossia quella di Hollywood e delle sue star.
Ma da cosa deriva la definizione di “Città degli Angeli”? Sicuramente l’origine rappresenta quanto di più lontano si possa pensare da eventuali supposizioni. E, manco a dirlo, vi è anche un pizzico di Italia.
La risposta infatti risiede nel suo nome originale che, in un certo senso, fu battezzata pensando alla città di Assisi e alla devozione francescana.

Il nome Los Angeles deriva dall’originale spagnolo “El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles de Porciúncula“, che significa “Il villaggio di Nostra Signora la Regina degli Angeli di Porziuncola”.
Ma perché fu adottato questo nome così singolare e anche abbastanza lungo? Il padre dell’idea fu l’esploratore Gaspar de Portolá, il quale era a capo di una spedizione in California insieme proprio a due francescani.
Tutto nacque dalla casualità.
La comitiva si imbatté in un fiume che dedicò alla festa del Perdono: una ricorrenza che si celebra ogni anno il primo agosto alla Porziuncola, la prima chiesa eretta ad Assisi.
Il fiume, infatti, fu “scoperto” il giorno prima dell’importante festività francescana.
Quando nel 1781 dei coloni messicani fondarono una nuova città nei pressi del fiume, estesero il nome del corso d’acqua alla nascente città.
Sembra una favola, ma Los Angeles nacque grazie ad un santo speciale, nato nella penisola in mezzo al Mediterraneo.
Creando un legame eterno ed impensabile.

- La Città della Fine del Mondo.di Francesca Nicolò

Ushuaia è la città più australe del mondo, capoluogo della provincia argentina della Terra del Fuoco, situata sulla costa meridionale dell’Isola Grande della Terra del Fuoco e affacciata sul Canale di Beagle.
È una popolare destinazione turistica conosciuta come il “Mondo alla Fine del Mondo” per la sua posizione estrema e offre paesaggi montani e marini mozzafiato.
Essa si colloca precisamente al sud dell’Argentina, sull’Isola Grande della Terra del Fuoco, e domina il Canale di Beagle.

L’origine del nome deriva dalla lingua Yaghan e significa “baia che penetra a ovest” o “baia alla fine del mondo”. Conta diverse peculiarità, oltre all’ università, l’aeroporto internazionale, e la presenza di strutture e attività uniche come la ferrovia più meridionale del mondo.
Risulta essere l’agglomerato urbano più meridionale del pianeta ed attira turisti da tutto il mondo.
Il paesaggio è caratterizzato da montagne innevate come il Cerro Martial e il Monte Olivia, che offrono panorami spettacolari.
Venne fondata nel 1884 come parte di un centro detentivo, evolvendosi poi una realtà assolutamente suggestiva, straordinaria e tutta da scoprire!

- La città del vento e della boria.di Francesca Nicolò

Esiste una città di cui si parla molto ma non per la sua nomea.
Chicago è chiamata la “Città del Vento” (Windy City) principalmente per due ragioni.
La prima viene attribuita al clima: la temperatura rigida è dovuta alla posizione e a forti venti che soffiano dal lago Michigan, rendendo la città effettivamente ventosa.Ma pochi sanno che la fama di città ventosa è dovuta anche ai suoi politici.
Difatti essi vengono definiti come “pieni di aria calda” ossia pieni di retorica: quest’ultimo è un tipico idioma americano nato nel 1870. Il soprannome fu introdotto in un articolo del New York Sun, da Charles A. Dana, allora direttore del New York Sun.Il giornalista usò l’espressione “pieni di aria calda” per definire i politici del Michigan.
Questa espressione era un modo per criticare l’eccessiva retorica e l’arroganza dei politici della città.
In sintesi, mentre il vento è una caratteristica reale di Chicago, il soprannome “Windy City” è più probabilmente legato alla condotta dei suoi politici che all’effettiva forza del vento.
- La città dove il peccato non dorme mai.di Francesca Nicolò

Quante volte abbiamo assistito a scene epiche in questa città. Matrimoni improvvisati, follie negli alberghi e ogni sorta di depravazione. Una città dove ognuno si sente libero di consumare ogni peccato inconfessabile.
Senza che ve lo abbia detto, avete capito di quel città io stia narrando.
Las Vegas è soprannominata la “Città del Peccato” (“Sin City”) a causa della legalizzazione del gioco d’azzardo, della disponibilità continua di alcolici e delle opzioni di intrattenimento che in altre località sarebbero considerate peccaminose o illegali. I casinò sono la maggior fonte di reddito della città ed occupano diverse migliaia di persone. È la meta turistica di chi vuole trasgredire ad ogni costo o respirare quell’aura di trasgressione unica.
Diventata famosa per il suo ambiente di lusso e sfarzo, il gioco d’azzardo viene praticato senza limiti assieme ad una vivace vita notturna, promuovendo un’immagine di eccesso e perdizione.
Va aggiunto, inoltre, che l’alcol è disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte, contribuendo a un’atmosfera di edonismo.
La città offre un’ampia scelta di intrattenimento per adulti, sebbene la prostituzione sia illegale nella contea di Clark.
Las Vegas è anche nota per il suo lusso, sfarzo e l’enfasi sull’eccesso, con hotel e resort stravaganti.
In sintesi, il soprannome di “Città del Peccato” deriva dall’associazione di Las Vegas con attività che infrangono o aggirano le norme morali e sociali comuni, come il gioco d’azzardo, il consumo di alcol e il divertimento sfrenato.
- La città delle cento torri.di Francesca Nicolò

E’ uno dei miei sogni: tornare in una delle città dove fiaba e storia si fondono perfettamente, in un connubio di meraviglia e raffinatezza.
Una metropoli da visitare almeno una volta nella vita che, come tutte le città del nord, incanta.
Da molti è definita come la città delle cento torri: ma da dove deriva questo soprannome?
Praga viene da sempre identificata in questo modo per le sue numerose e affascinanti torri, guglie e torri campanarie che svettano dal suo panorama urbano, particolarmente visibili dal Ponte Carlo e dalla collina di Petřín.
Questa nomea rappresenta appieno il un gran numero di strutture gotiche e barocche, le cui punte dorate hanno un fascino mistico e esoterico.
Non si è nemmeno sicuri siano effettivamente un centinaio, in quanto si ritiene che il numero reale sia ancora maggiore.
La città ceca è caratterizzata da una bellissima architettura, unica e suggestiva.
Il centro storico, patrimonio UNESCO dal 1992, è costellato di chiese, cattedrali, torri e campanili che ne caratterizzano l’aspetto.
Non ultimo per importanza, il meraviglioso orologio astronomico famoso in tutta Europa.
Inoltre, molte delle torri di Praga presentano una punta dorata o appuntita che richiama alla memoria le antiche piramidi, sormontate da decorazioni auree.
Questa tipologia di costruzione era un segnale di riconoscimento dall’alto e per molte famiglie nobiliari, un chiaro rimando alla loro potenza.
Più la propria dimora era imponente e maggiore era la rilevanza.
Elementi iconici come il Ponte Carlo e la Torre panoramica sulla collina di Petřín offrono una vista straordinaria su tutto lo skyline
L’insieme di queste strutture contribuisce a creare l’atmosfera magica e quasi fiabesca di Praga, facendola percepire come una città senza tempo.
Le torri di accesso a ponte Carlo, costruite nel XIV secolo, sono considerate tra le più belle porte gotiche d’Europa.
Una torre di Petřín che offre una vista panoramica sulla città, permettendo di apprezzare la sua vasta presenza di torri.
Un’altra importante porta, chiamata delle polveri, che incornicia il centro storico di Praga.
- La città della luce.di Francesca Nicolò

Oggi ci rechiamo a Parigi. Una delle metropoli forse più cosmopolite e suggestive d’Europa: ho sempre ritenuto fosse una capitale dove le idee più innovative ed incredibili potessero prendere vita.
Basta pensare a come il fenomeno Andy Wharol esplose proprio in questa città, mentre in America era osteggiato e deriso in quanto outsider ed appartenente ad una famiglia emigrata della classe operaia.
Di Parigi conosciamo i monumenti più iconici e famosi, ma la sentiamo spesso definire come La Ville Lumière, ossia la città della luce.
A cosa è dovuta questa nomea?
Il suo soprannome prende origine da due diversi motivi.
Quello principale, ed assolutamente straordinario, fu che essa sia stata una delle prime città al mondo a dotarsi di illuminazione stradale pubblica fin dal XVII secolo, diventando un simbolo di progresso e sicurezza.
Dall’altro lato, il soprannome si riferisce al ruolo centrale che Parigi ebbe nell’Illuminismo, un movimento intellettuale che portò conoscenza e progresso alla società, illuminando le menti oltre che le strade.Difatti il termine “Illuminare le menti”( “Lumière” ossia luce) si riferisce proprio anche a questo processo di illuminazione delle menti, liberandole dall’ignoranza e dai pregiudizi, e consolidando l’immagine di Parigi come città della conoscenza e del progresso.

Fu proprio sotto il regno di Luigi XIV, che, per combattere la criminalità, vennero installate lanterne a olio e si chiese agli abitanti di illuminare le finestre. Un sistema, ancora con lampade a olio e poi a gas e infine a elettricità, che trasformò Parigi in una città illuminata e sicura. Evento unico che la rese pioniera nell’illuminazione cittadina.
Esempio per le altre metropoli europee e caratteristica che contribuì a consolidare il suo soprannome.Faro di speranza in un mondo che ama relegarsi nelle tenebre.

- Perchè la grande mela?di Francesca Nicolò

E’ una delle città più famose al mondo, la più iconica sicuramente.
Oggi però vorrei soffermarmi su il motivo per cui viene quasi sempre definita “La Grande Mela”.
Tutto nasce da una combinazione di fattori legati alle corse ippiche, alla musica jazz e a una campagna pubblicitaria degli anni ’70, ma soprattutto perché rappresenta un simbolo di grande opportunità e successo, un premio ambito e una destinazione di eccellenza.

Le origini del termine furono coniate dal giornalista John J. Fitzgerald, che lo utilizzò per la sua rubrica “Around the Big Apple” negli anni ’20, e che poi andò consolidandosi grazie alla comunità jazz di Harlem, che vedeva la metropoli come il culmine del successo musicale.
New York incarnava fama, ricchezza, lusso ed innovazione.
Eppure esiste anche un’altra origine, forse la meno conosciuta: ed era legata alle corse ippiche della città. Il riconoscimento più ambito per i vincitori delle gare veniva infatti paragonato a una grande mela, un simbolo di successo e prestigio.

Anche gli stessi musicisti jazz di Harlem ripresero il termine “La Grande Mela” per riferirsi a New York.
La città era vista come il centro del mondo musicale e il luogo in cui i migliori talenti potevano raggiungere il successo e la fortuna, una vera e propria “mela” dal valore inestimabile. Unica, straordinaria e gigantesca.
Va precisato, che nella cultura antropologica, la mela è un simbolo di qualcosa di desiderabile e redditizio, e New York, con la sua reputazione di città delle opportunità, si è guadagnata appieno questo titolo.
Un nome talmente iconico da rimanere leggendario.

- Un cuore ed un sentimento immortaledi Francesca Nicolò

E’ uno dei luoghi più suggestivi della città giardino e custodisce un segreto prezioso e delicato.
Nascosto in un piccolo e suggestivo angolo del giardino della settecentesca villa Recalcati, ora sede dell’Amministrazione provinciale e della Prefettura, sorge un cippo che porta incise alcune parole emblematiche.
Frase scolorita dal tempo e dalle intemperie ma che recita così.
“A Cor Taddaei Kosciusko”

Sopra di esso, un vaso chiuso da un coperchio: al visitatore appare come un’urna cineraria.
Ma cosa ci fa il cuore di un polacco nel cuore di Varese?
Ci sono molte informazioni circa la sua vita e la vicenda.
Nacque a Mereczowsczyzna il 4-2-1746, studiò a Varsavia nella scuola dei Cadetti e poi a Parigi; nel 1776 si portò negli Stati Uniti, arruolatosi, salì al grado di Comandante del Genio nell’esercito meridionale.
Tornò in Polonia nel 1784. Dopo la seconda Spartizione (1792) capeggia la lotta contro i Russi e nel 1794 prese il comando dell’insurrezione che si estese a tutto il paese, ma dopo alcune vittorie, i patrioti furono sconfitti dai Russi e dai Prussiani.

A Maciejowice fu ferito e fatto prigioniero. Lasciato libero dallo Zar Paolo I, viaggiò per l’Europa, sostando qua e là, si ritirò infine definitivamente a Soletta, in Svizzera, dove passò gli ultimi anni della sua vita ospite della famiglia Zeltner.
Mori nel 1817, dopo un’esistenza trascorsa ad inseguire onori e ideali, con un grande rimpianto.
Durante la sua permanenza si innamorò perdutamente della rampolla della famiglia svizzera, Emilia.
La donna sposò il Conte Giambattista Morosini e portò con sé il cuore di Kosciusko nella dimora dove risiedeva assieme al marito.
Esso era stato posto in un’urna di vetro.

Nel 1829 il conte Morosini, dopo aver acquistato Villa Recalcati decise di portare l’organo del soldato nella nuova fastosa dimora.
Fecero costruire il cippo di cui accennato sopra e posero nel vaso sovrastante l’urna con il cuore.
I Morosini, prima della cessione della villa, provvidero a togliere dal cippo l’urna di vetro col cuore di Kosciusko che fu riportata nella villa dell’amata e collocata in un edificio sorgente nel giardino, adattato a cappella di famiglia.
Il Conte polacco Alessandro Szczawinski-Brochochi, il 15 ottobre 1895 riuscì a riportare il cuore di Kosciusko quasi in terra natale, consegnandolo al museo polacco di Rapperswil in Svizzera dove rimase fino al 1927, anno in cui il museo di Rapperswil fu consegnato alla Polonia e sistemato presso il Museo Nazionale di Varsavia.
Il cuore di Kosciuszko riposa ora in Polonia, per sempre nel cuore e nella memoria.
A Varese rimane il ricordo di un amore immortale e mai spento di un giovane eroe.

- Lamborghini: la più bella diatriba dei motori.di Francesca Nicolò

Oggi, la domenica dei motori.
Per un rientro a tutto gas non c’è niente di meglio che ricordare chi fece della velocità il suo più grande talento.
L’Italia è una delle terre più famose per quanto riguarda la produzione di automobili di ogni sorta: che se ne dica e ci si vanti all’estero, l’ingegno italiano ha dato frutti preziosi.
Ed uno di questi è la Lamborghini.
Un tipico imprenditore agricolo della bassa, pragmatico, deciso, rude ma geniale e tenace in ogni sua idea.

Azienda nata quasi per caso, e da un’occasione mancata di collaborazione. Sembra assurdo: ma la storia inizia dove molte potrebbero finire.
Il fondatore aveva una vera e propria passione per le auto sportive, nata dal contrasto con con Enzo Ferrari, che lo portò a creare la propria casa automobilistica a Sant’Agata Bolognese.
Entrambi, Ferruccio ed Enzo, erano duri e testardi nelle loro idee e mai sarebbero venuti a compromessi. Ed è sicuramente stato infinitamente meglio così.

Il primo successo fu la 350 GT, e negli anni il brand si è poi affermato con modelli iconici come la Miura e la Countach.
Il simbolo del marchio, il toro da combattimento, riflette la forza e l’aggressività delle auto, e i loro nomi derivano da razze di tori da corrida.
Un chiaro segnale in contrasto con il cavallino rampante.
Il toro è simbolo, da sempre di una forza virile e quasi primordiale, mentre il cavallo riflette quasi una velocità aerea.
Due visioni del mondo diametralmente opposte: se Ferrari voleva volare in cielo, Lamborghini voleva essere veloce con i piedi ben piantati al suolo.

Ferruccio era una uno di quelli che faceva della concretezza insegnamento di vita: la sua carriera trasformando mezzi militari in trattori agricoli, fondando la Lamborghini Trattori nel 1948.
Ma come avvenne il celebre scontro tra titani?
Complice un benessere acquisito con tanta fatica, decise di comprare una Ferrari.
All’epoca (e anche ora) le auto di Enzo Ferrari erano considerate vetture d’avanguardia e caratterizzate da una velocità incredibile.
Tuttavia, Lamborghini non rimase affatto soddisfatto.

Dopo aver riscontrato problemi con le frizioni della sua Ferrari e non aver ricevuto la risposta sperata, Lamborghini decise di creare le proprie auto sportive, ritenendo che le auto da corsa dovessero essere “utili”.
Ossia, mantenendo sempre un assetto dinamico, garantire anche confort ed eleganza.
Nel 1963, fondò Automobili Lamborghini, scegliendo come sede uno stabilimento moderno a Sant’Agata Bolognese, non lontano da Modena.
Dopo anni di successi, l’azienda fu acquistata da Chrysler nel 1987 e successivamente ceduta ad Audi nel 1998.
Ferruccio Lamborghini morì nel 1993, lasciando un’azienda che, grazie alla sua visione, è diventata un’icona globale nel mondo delle supercar, sinonimo di lusso e potenza.
Ma anche emblema di come il sogno del figlio di contadini possa trasformarsi in un tesoro prezioso per un paese: insegnamento di caparbietà, tenacia ed ostinazione.
E che dio abbia sempre cari i testardi.

- Il cuore pulsante di Varese.di Francesca Nicolò

Varese è una città ricca di luoghi di condivisione e suggestione.
Cullati da scenari testimoni di secoli e vicende diverse. Uno di quei è la piazza del podestà, meglio conosciuta come quella del Garibaldino.
Cuore pulsante sia antico che moderno di Varese, fu aperta nella contrada del Corso demolendo, in un’ottica di riqualificazione, alcune case negli anni Ottanta del Cinquecento. Essa era importante centro nevralgico in cui si adunavano i cittadini in occasione delle convocazioni del Consiglio Maggiore per esprimere il voto su questioni interessanti la comunità cittadina; ci si raccoglieva in questa piazza per festeggiare personaggi di fama che salivano al Pretorio, per manifestare plausi o il malcontento per le nomine, leggi, decreti.
Insomma, un posto che era davvero il cuore della città: tant’è che era anche deputato al mercato.

Nel luglio 1676 fu collocato, pressappoco nel centro della piazza, un obelisco in pietra sormontata da una croce, che venne successivamente tolto nel 1842 e ricollocato all’ingresso del cimitero di Giubiano.
Attorno al 1901 venne posto al centro della piazza il monumento ai Cacciatori delle Alpi, raffigurante un garibaldino, opera di Luigi Leone Buzzi di Viggiù.

Il Palazzo Pretorio sorgeva sul lato di ponente della piazza, affiancato dall’ex casa Biumi.
Esspo fu voluto dalla comunità nel 1566 e iniziato subito nel 1570.
Dieci anni dopo si collocava sul campanilino eretto sopra il tetto, la campana del comune che serviva per segnalare riunioni, convocazioni, eventi. Richiamo prezioso per rendere partecipe la comunità dei tanti accadimenti attorno ad essa.
Uno scalone costruito nel 1726, con la volta dipinta dal Baroffio, portava ai piani superiori ove erano diversi locali per uffici, salette e un grande salone per ricevimenti.
La facciata e l’interno furono più volte riallestiti e ridipinti.
Durante l’aprile dell’anno 1611 i fratelli Marcantonio e Francesco Pozzi dipinsero sulla facciata dell’edificio lo stemma del Comune e quello del Vicariato, e più tardi la stessa fu riaffrescata dal Fiamminghino.
Venne rifatta definitivamente in stile neoclassico nel 1813.
Nel cortile detto del Broletto, il fregio che corre sopra le colonne del porticato, ospita ancora degli usurati affreschi in cui, entro tondi, si possono intuire busti di uomini, verosimilmente legati alla realtà comunale.Dovunque si guardi, la meraviglia è dietro l’angolo. Letteralmente.

- Modena, a cavallo tra passato e futuro.di Francesca Nicolò

Una città suggestiva e che ha dato i natali a diversi illustri uomini, oltre che essere un luogo incantevole di suggestione e bellezza.
La storia di Modena risale all’epoca etrusca e romana (“Mutina”), ma la fase di massima espansione è legata al periodo estense che, dal 1598, la resero capitale del loro ducato fino all’Unità d’Italia.
Il patrimonio artistico, tra cui il Duomo con la Torre Ghirlandina e il Palazzo Ducale, testimonia questa epoca d’oro.
A giorni nostri, la città è diventata un centro industriale di rilievo, patria di marchi come Ferrari e Maserati, e sinonimo di eccellenza gastronomica con prodotti come l’Aceto Balsamico di Modena IGP.
Ma approfondiamo qualche dettaglio ulteriore.
Le origini di Modena risalgono alla civiltà delle terramare, con un insediamento di palafitte vicino all’insediamento urbano. Successivamente, fu un centro etrusco (Muthuna) e poi dei Galli Boi.
Nel 183 a.C. divenne colonia romana con il nome di Mutina, diventando un importante centro attraversato dalla Via Emilia.
La posizione strategica la rendeva un punto nevralgico di traffici commerciali tra centro e nord Italia, oltre che essere caratterizzata da un clima perfetto per insediamenti abitativi sia stanziali che nomadi.
Dopo un periodo di decadenza seguito alla caduta dell’Impero Romano, la città conobbe una rinascita dopo l’anno Mille.
Ma fu con l’arrivo della famiglia d’Este, che nel 1598 trasferì da Ferrara a Modena la capitale del ducato, che la città divenne il centro politico e culturale della regione.
Essa subì un ammodernamento urbanistico con l’abbattimento delle mura e la creazione della circonvallazione alberata.
Nel dopoguerra, conobbe un grande sviluppo economico grazie all’industria automobilistica e alla produzione di eccellenze agroalimentari come l’Aceto Balsamico di Modena.
Oggi è nota per la sua “Motor Valley”, patria di marchi come Ferrari e Maserati, e per la figura del tenore Luciano Pavarotti.
Il Patrimonio artistico e luoghi iconici sono tra i più noti del paese.
A partire dal Duomo di Modena che, insieme alla sua Torre Ghirlandina, è considerato un simbolo della città, patrimonio UNESCO. Vi è poi il Palazzo Ducale costruito nel XVII secolo per ospitare la corte estense, che è oggi sede dell’Accademia Militare.
Come non dimenticare la galleria estense che che custodisce la ricca collezione d’arte della dinastia estense.
E ultimo, ma non per importanza, il Museo Casa Enzo Ferrari dedicato alla storia del fondatore della Ferrari, che era originario di Modena.
Insomma, visitare Modena è un’esperienza totalizzante per gli occhi, la mente e il palato.
