
La temibile matrigna è appena morta. Anastasia e Genoveffa, le famose sorellastre, sono libere. L’oppressione materna è terminata e finalmente potranno uscire, essere donne e dedicarsi a ciò che hanno sempre desiderato.
“Cosa facciamo ora?”: è la domanda che sovrasta una scena scarna, dominata da una sottogonna nera e da due signore di mezza età che con fare goffo e quasi infantile, si rincorrono come bambine alla scoperta di un mondo nuovo.
La realtà fuori dalla porta le aspetta da sessant’anni. Saranno capaci di vagliare la soglia tanto agognata?


Come due fanciulle vanno alla ricerca degli oggetti proibiti della madre come i cioccolatini e indossando i suoi gioielli, quasi come un gioco. Sullo sfondo, appena volutamente accennata, Cenerentola. La sorella egoista e fortunata, che non degna le sorelle di un saluto e le mantiene nell’oblio come un ricordo scomodo.
Imprigionate in gonne nere, pesanti e oppressive, in una tensione emotiva intensa e viscerale, corrono e litigano. Ripensano alla loro routine quotidiana, tutta legata alla cura della madre.
Annamaria Rizzato e Antonella Tranquilli, immense e straordinarie nel pathos recitativo, regalano un ritratto inedito di due personaggi chiave della fiaba di Perrault.
Donne bambine dominate dalla paura, incapaci di ribellarsi e di cambiare, ma consapevoli e disperate nell’aver speso gran parte della loro esistenza aspettando il principe che sapevano non sarebbe mai arrivato.
Coscienti della grande bugia che è stata loro impartita da una madre egoista.

Una recitazione che a tratti taglia con angoscia l’anima, che fa riflettere su come possano passare mesi, anni e decenni senza fare nulla.
Vivendo di illusioni, speranza vane e disperazioni. Quasi grottescamente aspettando ancora chi le salverà, consapevoli della menzogna a cui si sono autocondannate.
La madre, sullo sfondo, si trasforma in una strega che tiene in scacco le sue creature e le mantiene ostaggio di una prigione dorata.
Una cella con la porta aperta; ma da cui nessuna delle due riuscirà ad uscire.
Forse perché il timore di un futuro incerto era più forte della voglia di riscatto.
Forse perché un fardello spacciato come amore era migliore del terrore di non trovare nulla?
O forse, più semplicemente, perché per molti esseri umani è meglio vivere una bugia che affrontare la realtà.
Ad Anastasia e Genoveffa manca la voglia di cambiare e, con la morte della madre, arriva la resa dei conti.

Una resa grottesca e drammatica che affonda i suoi artigli nelle paure più recondite dell’anima. Lo strazio della consapevolezza di non aver vissuto.
La recitazione è un urlo continuo e disperato di un dolore che si percepisce nei movimenti e nei gesti. Un pianto disperato che non troverà pace.
Consapevole delle sue responsabilità ma mai pienamente maturo da assumerne le colpe. Bambine incarcerate da un amore materno profondamente squilibrato, adulte consapevoli e carceriere della loro stessa esistenza.
Valentina Maselli mette in scena una tragedia innovativa e coraggiosa che parla allo spettatore con prepotenza e invita ad una riflessione profonda.

Quanti si sono sentiti come le sorellastre?
Quante volte ci siamo sentiti carcerieri di noi stessi?
Quante giustificazioni ci siamo dati per non prendere delle decisioni?
Abbiamo preferito una attesa illusoria ma sicura ad un futuro incerto.
Vivendo una bugia, abbiamo rinnegato la realtà così tanto a lungo che abbiamo dimenticato di vivere.
Rimane solo il dolore e un grido: quello di una vita mai vissuta.
E che mai potrà ripetersi.

Ciao ! Già visto lo spettacolo? Merita ?
Grazie .
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Assolutamente, sarà replicato il 1 Giugno a Castiglione 🙂
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