Un venerdì sera speciale nel ricordo di donne libere.

Anno 1484: Papa Innocenzo VIII conferisce poteri ai frati Heinrich Kramer e Jakob Sprenger di svolgere incontrastati la loro opera di inquisitori; i due frati domenicani metteranno per iscritto tutte le tecniche da utilizzare per la caccia alle streghe nel manuale intitolato Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe).
Secondo i religiosi, ci sono più streghe che stregoni: le donne sono più inclini a farsi sedurre dal maligno perché deboli, mentalmente fragili, chiacchierone, vendicative e cadono repentinamente nei dubbi sulla fede.

Venerdì 22 Marzo si è tenuta, presso “Buongiorno Caffè” di Venegono Inferiore, una serata molto interessante focalizzata su un tema ancora poco trattato: la caccia alle streghe e la Santa Inquisizione, con un accenno particolare a quanto successo nel comune di Venegono Superiore.

Sotto l’appassionata lettura ed interpretazione dei testi dell’epoca da parte della straordinaria artista Nicoletta Magnani, abbiamo potuto approfondire le tematiche che hanno caratterizzato un periodo storico molto intenso e complicato grazie agli studi di Andrea Menegotto. E, grazie all’incredibile e continua ricerca della scrittrice Cesarina Briante, sono state raccontate alcune tradizioni ed usanze tipiche delle nostre zone, con particolare enfasi su alcuni oggetti che erano di uso comune nelle case di tante famiglie.

Tutto questo è stato possibile grazie all’associazione “La Varese Nascosta” ideata da due persone straordinarie: Luigi Manco ed Andrea Badoglio. Il suo scopo è quello di promuovere le iniziative e la storia del nostro territorio.

Siamo nel 1520. Lutero ricevette un ultimatum da Roma. La teologia di Lutero era ormai maturata e lo stesso anno il monaco scrisse tre opere fondamentali della Riforma: “Ai nobili cristiani della nazione tedesca”, “Della cattività babilonese della chiesa” e “Della libertà del cristiano”. La Chiesa Cattolica si trovò dunque a dover contrastare una vera e propria rivoluzione religiosa come mai prima. Iniziò la fase dell’inquisizione controriformista per contrastare questa nuova corrente religiosa che attaccava le fondamenta e l’esistenza stessa del cattolicesimo. L’ approccio, in particolare nel caso Venegono, fu di tipo medievale e quasi schematico. Utilizzando come testo principale il Malleus Maleficarum, le fasi del processo e lo stesso verdetto furono l’emblema di tutti i precetti, dettami e dogmi che questo libro imponeva e dichiarava come indispensabili per il corretto funzionamento del procedimento.

Ma chi furono le vittime? Cosa gli accadde? Perché proprio queste donne furono accusate di rapporti con Satana, uccisioni di bambini e maledizioni varie?

A Venegono Superiore furono infatti incarcerate 7 donne per stregoneria e i loro nomi erano: Elisabetta Oleari, Margherita e Caterina Fornasari, Antonina Del Cilla, Maddalena Del Merlo, Mainetta Codera e Giovannina Vanoni. Le sventurate vennero rinchiuse nel castello del conte Fioramonte Castiglioni di Venegono Superiore (ora divenuto il castello dei Padri Comboniani). Qui avrebbero confessato, dopo mesi di interrogatori sfiancanti e atroci torture, di aver avuto rapporti carnali e incontri con il demonio e di aver causato la morte di bestiame e bambini con il semplice tocco della mano.

La prima imputata ad essere ascoltata fu Margherita Fornasari che, assieme alla figlia Caterina, venne accusata di essere seguace dell’eretico Giacomo da Seregno (uno dei pochi uomini messi al rogo). Successivamente, toccò ad Elisabetta Oleari che urlò in tribunale per tutto il processo la sua innocenza. L’unico uomo accusato, figlio e fratello delle Fornasari, ricevette una pena più mite: l’esilio. La povera Margherita morì prima di essere condannata, ma i suoi resti disseppelliti ed arsi. Alle altre sventurate toccò la morte disumana sulla pira: arse vive tra atrochi ed inumane sofferenze. Tutto accadde nella piazza della Chiesa di Santa Maria, sempre in Venegono Superiore, a pochi metri dal castello che le aveva imprigionate.

In loro memoria e per ricordare questi episodi è stato creato il Sentiero delle Streghe: un percorso itinerante che permette di scoprire i luoghi e le vicende di quelli anni.

Il caso di Venegono è infatti ricordato come l’unico di cui si ha una documentazione dettagliata, salvato dal rogo nel 1788 nel cortile di Santa Maria delle Grazie, e finito poi nell’archivio di stato dove rimase per duecento anni fino a che, verso la fine del 1900, la ricercatrice Anna Marcaccioli Castiglioni lo rinvenne e ne scrisse un libro: Streghe e roghi nel Ducato di Milano.

Una piccola forma di giustizia nei confronti di quelle donne che sono state condannate ad una morte indegna per ogni essere umano: il loro ricordo perenne sarà finalmente memoria per i secoli futuri e denuncia di quanto avevano ingiustamente subito. 

Ma quale fu, esattamente, la colpa di queste donne?

Il fatto di essere donne, in quell’epoca storica, le poneva sicuramente in una posizione di assoluta inferiorità: basti pensare che l’80% dei condannati furono streghe. Nel caso particolare delle streghe di Venegono si trattava di figure libere che si stagliavano contro una società gretta e arretrata. Additate come pericolose e punite per questo con la morte. Diverse nell’animo e nei comportamenti e per questo isolate, quindi oggetto di sospetto in un momento di grande suggestione religiosa. Basti pensare alla figura delle segnatici, assai diffuse all’epoca e, molte di esse, finite sul rogo: nell’antichità ci si rivolgeva a loro perché erano medicatrici e farmaciste. Le vittime possedevano una confidenza istintiva con la natura, erano raccoglitrici, guaritrici, levatrici, e spesso tutti i loro saperi, appresi per via femminile, venivano trasmessi a loro volta per via matrilineare come nel caso di madre e figlia condannate. La loro conoscenza proveniva da una connessione fortissima con i boschi e tutto l’universo a loro legato. Questa unione portava alla continua scoperta di nuovi rimedi o cure che potessero aiutare la vita quotidiana.

La santa sublimava la sua fede nel martirio, la strega pagava col supplizio la sua fede rinnegata.

Soprattutto grazie agli straordinari libri della scrittrice Cesarina Briante siamo in grado di ricostruire l’attività, gli strumenti e le tradizioni di molte guaritrici. Come un salto nel tempo dove scopriamo tradizioni che spesso sono attive anche ai giorni nostri.

Una serata dove storia, tradizione e racconto si sono fusi assieme per rendere omaggio ad una storia tragica che necessita di essere raccontata e ascoltata.

Merita per renderci ancora più consapevoli delle brutture dell’animo umano e di quanto la libertà debba esserci cara e preziosa. Erano donne, madri e figlie che non sono state capite solo perché erano fuori dagli schemi di ciò che il mondo dell’epoca aveva stabilito.

Colpevoli di essere donne, prima di tutto, e condannate al rogo, forse ancora prima di nascere.

A quel rogo di ignoranza, derisione e bruttura che per anni ha bruciato nelle coscienze di troppi uomini e che speriamo nei secoli si spenga definitivamente.

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