
Oppido Lucano fa parte della diocesi di Acerenza, il cui patrono è san Canio. Un nome molto diffuso nelle zone della provincia potentina.
Scopriamo insieme qualche dettaglio in più sulla vita di questa figura, oggetto di profonda venerazione da parte dei fedeli e di ricerca da parte di molti studiosi.
Nacque in Africa e si convertì giovanissimo al cristianesimo, scalando rapidamente con la forza della devozione e dello studio, le gerarchie ecclesiastiche: infatti divenne vescovo durante il III secolo D.C nella chiesa di Iulia, a circa una cinquantina di km da Cartagine.
L’ etimologia del suo nome deriva dal latino canus, ossia canuto, venerabile.
Questo aspetto è, con molta probabilità, una reminiscenza della tradizione romana estremamente rispettosa verso le figure “mature”.

Nel periodo in cui Canio era attivo, il culto cristiano non era accettato formalmente, ma era comunque tollerato soprattutto nelle zone più periferiche dell’impero. Tuttavia, dopo l’ascesa al trono di Diocleziano, le persecuzioni dei seguaci di Cristo si fecero più intense e capillari.
Infatti il giovane vescovo, fu convocato di fronte al prefetto Pigrasio, che cercò di obbligarlo a confermare la sua fedeltà alla religione ufficiale con sacrifici di fronte agli idoli e al busto dell’imperatore.

San Canio fu risoluto e si azzardò persino a definire gli idoli pagani come prodotto della fantasia e della superstizione e definì l’imperatore come una persona assolutamente normale e priva di alcun connotato divino.
Su ordine del prefetto, furente, venne imprigionato e torturato in modo atroce. Gli venne persino versato del piombo sulle ferite ancora calde. Nulla, però, sembrava scalfire la fede del santo e addirittura, con estremo coraggio, cercò di continuare la sua opera di evangelizzazione verso i suoi compagni di prigionia e con gli stessi aguzzini.
Nemmeno la fame, a cui venne costretto come estremo tentativo di persuasione, poté nulla.
La provvidenza fece in modo che una serie di eventi fortuiti gli permisero una fuga verso la salvezza.
Si racconta infatti che, durante l’esecuzione capitale (che sarebbe dovuta avvenire per impiccagione), avvenne un terremoto che costrinse tutti a rimandare il tragico evento.
Successivamente un violento ciclo di pioggia suggestionò gli stessi carcerieri al punto da farlo fuggire nottetempo, ritenendo questi avvenimenti un chiaro segno della collera divina.

Riuscì a salvarsi dalla decapitazione e a riparare in Campania, presso il Volturno. Si rifugiò ad Atella Campana, oggi sant’Arpino e continuò la sua opera di evangelizzazione.
Il suo amore e la sua devozione verso Dio, che lo avevano tanto confortato durante il periodo della prigionia, non vennero mai meno nel cuore.
La sua figura divenne un prezioso punto di riferimento e sostegno della comunità campana.
Gli furono attribuiti diversi miracoli come ad esempio la guarigione miracolosa di un’uomo dall’angina pectoris, la restituzione della vista ad una donna cieca, ed un esorcismo verso un giovane.
Morì in un rovereto nel 310 d.c circa, provato nell’anima e nel fisico da tante vicissitudini.
La sua ascesa al cielo avvenne nel sonno e in pace eremitica, come aveva deciso di ritirarsi nei suoi ultimi anni.


Nel luogo della sua dipartita, venne eretto un piccolo tempio votivo.
Nel 799 il vescovo di Acerenza, Leone, fece portare i resti del santo da Atella ad Acerenza. Durante la processione una reliquia del santo venne donata ai fedeli.
Il corpo del Santo arrivò nella citta lucana il 25 Maggio 799. Da allora, quel giorno divenne festa patronale della città. Venne successivamente riposto nella nuova cattedrale.



I resti vennero nascosti per sfuggire alle persecuzioni saracene e da allora non fu più ritrovato. Tuttavia ne rimase il bastone, che tuttora è conservato nella basilica.
Esso si trova all’interno di un bellissimo altare ed è visibile attraverso un piccolo buco nella parete.
Sono tanti i racconti legati a questo oggetto, come ad esempio quello che, durante la notte del 30 Maggio 1799 il bastone rimase sospeso levitando all’altezza del suo altare.


Un bastone in legno, lungo 145 centimetri e con un diametro di cinque, che ha il potere di muoversi da solo. Nei secoli sono tante le testimonianze di coloro che hanno visto l’oggetto spostarsi e, addirittura, levitare. Un movimento, dal punto di vista scientifico, impossibile da spiegare visto che il bastone, essendo in legno, non è soggetto a magnetismo. Ancora oggi non mancano le testimonianze di chi ha assistito al prodigio (una delle ultime risale al 2015).

Oggi il bastone è chiuso da un piccolo vetro con dei buchi a forma di croce, soprattutto per preservarne l’integrità di una reliquia tanto antica.
La tradizione popolare vuole che l’avvicinamento o meno del bastone alla fessura sia determinato dall’anima di chi si accosta alla feritoia. Sicuramente le anime di chi si è appena confessato sono le predilette per una sorta di avvicinamento al bastone.

Il patrono di Acerenza rimane, ormai da secoli, una figura importantissima del panorama cristiano lucano e non solo. Simbolo di forza e coraggio che nulla temono, in nome di una fede straordinaria e di un coraggio altrettanto incredibile.
Uomo di coraggio, eroe nella fede.

