
«Nel destro lato è Scilla; nel sinistro
Virgilio, Eneide
È l’ingorda Cariddi. Una vorago
D’un gran baratro è questa, che tre volte
I vasti flutti rigirando assorbe,
E tre volte a vicenda li ributta
Con immenso bollor fino a le stelle.»
Alle porte della Sicilia, in quel tratto di mare di poche decine di km, è racchiuso un universo di fascino e mistero che dura, immutato, da secoli. Un punto di mare dove la Trinacria e la Calabria si fronteggiano l’una con l’altra, quasi a toccarsi ma separate da un lembo di mare.
La leggenda di Scilla e Cariddi: padrone e guardiane, letteralmente, dello Stretto.
Una storia tragica che unisce due figure mitologiche in solo, crudele, destino.
Scilla appartiene alla terra calabra, Cariddi alle sponde sicule.

Scilla, figlia di Ecate, è una bellissima ninfa che incontra, nei pressi di Zancle, Glauco, un pescatore della Boezia, trasformato in divinità marina. La donna rimane scioccata da questo essere e scappa via. L’uomo cerca di farla desistere dalla fuga e le racconta la sua drammatica vicenda. Tuttavia la giovane, presa dalla paura, non si cura delle dolci rassicurazioni della creatura e scappa.
“Non sono un mostro né una bestia feroce, o vergine, ma un dio dell’acqua […], prima però ero un mortale, ma a dire il vero il profondo mare era già il mio mondo”
Metamorfosi Ovidio
Disperato, Glauco racconta l’episodio alla maga Circe che cerca di sedurre il dio, invano. Così, adirata, decide di riversare il suo astio nei confronti di Scilla. Trasforma la malcapitata in un mostro orrendo munito di sei teste di cane latranti, terrore di navigatori e marinai di ogni epoca. La povera ragazza si vede così condannata ad un destino atroce e senza ritorno.
La creatura ferale, secondo la leggenda, si rifugia nella grotta sotto al castello in corrispondenza del promontorio Scilleo. Uscendo di tanto in tanto per uccidere i tanti malcapitati che attraversano la rocca dove lei dimora.

«Una gamba orribile. Come di un calamaro, priva di ossa e viscida. Le è scaturita dal ventre, e poi ne è spuntata un’altra, e un’altra ancora, fino a contarne dodici, tutte a penzolarle dal corpo […] Inarcava la schiena, contorceva le spalle. La sua pelle è diventata grigia e il collo ha cominciato ad allungarsi. Da quello, sono spuntate cinque nuove teste, ognuna fitta di denti […] E per tutto il tempo lei non faceva che latrare e ululare, abbaiava come un branco di cani selvatici»
Circe, madeline miller
Cariddi, invece, abita la sponda sicula.
La donna era una bellissima naiade, figlia di Poseidone Gea, dissoluta, vorace e dedita al furto. Rubò ad Eracle i buoi di Gerione, mangiandone alcuni. Zeus, adirato, la punì trasformandola in un mostro marino.
Esattamente come in vita, la donna, ora orrenda creatura degli abissi, arraffa ogni cosa incroci il suo sguardo attraverso un vortice spaventoso e senza via d’uscita.

E viene da chiedersi, cosa c’è di vero in questa suggestiva leggenda?
Nella rocca di Scilla, fino al XVIII secolo si poteva notare una formazione di scogli che dava l’impressione di un’orrenda creatura in procinto di uscire dalla grotta mentre per il caso di Cariddi, come si può facilmente intuire, un tratto di mare incrocio di tante correnti è normale sia soggetto a vortici e mulinelli di diversa entità.
Ma la leggenda non può finire con una semplice spiegazione scientifica e razionale.
Essa si alimenta di fascino e meraviglia, creando quella suggestione che da millenni questo angolo di mare alimenta.
Forse Scilla e Cariddi sono frutto della fantasia di poeti, cantori e narratori, ma la loro memoria è reale e viva: cuore pulsante di un mondo meraviglioso che accomuna la Sicilia e la Calabria. Terre che non finiranno mai di essere scoperte nell’anima e nel cuore più profondo.

