La Mafia dell’Antimafia

In un paese dove Mafia, Camorra e tutte le organizzazioni criminali possibili spadroneggiano indisturbate, amministrare la giustizia con coscienza, scrupolo ed imparzialità dovrebbe essere una prerogativa fondamentale.

Eppure l’inchiesta, partita dalla procura di Caltanisetta, e il lavoro d’indagine dell’emittente televisiva Telejato hanno scoperchiato l’impossibile.

Questa docuserie Netflix racconta questi anni difficili con gli occhi antitetici dei due protagonisti: appassionati, determinati e profondamente convinti delle loro idee nonostante siano su fronti diametralmente opposti.

Giuseppe Maniaci, per tutti Pino, direttore di Telejato e da sempre impegnato nella lotta alla mafia e alle sue barbarie. Diretto, coraggioso e tenace nello smascherare le tante brutture della sua amata terra.

Uomo che non sembra conoscere la paura, nonostante le tantissime diffamazioni e messaggi intimidatori subiti.

D’altro lato la dottoressa Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, da sempre giudice simbolo della lotta alla mafia. Celebre per aver redarguito Totò Riina durante il maxi processo.

Secondo opinione di molti, una donna anch’essa coraggiosa e determinata.

Ma, a volte la realtà, supera i peggiori incubi.

Telejato scopre, grazie alle segnalazioni di alcuni imprenditori di Borgetto, che il tribunale di Palermo per le misure di prevenzione compiva alcune operazioni abbastanza ambigue e poco trasparenti.

Le misure di prevenzione, la cui istituzione venne fortemente voluta da Giovanni Falcone, dovevano essere attuate secondo alcuni criteri ben definiti. Se un’azienda era sospettata di essere in affari con la mafia, la sua amministrazione era posta sotto controllo dello stato.

Un mondo per depauperare le organizzazioni criminali e restituire le aziende alla collettività. La prassi, una volta sequestrato il bene, era di nominare un amministratore temporaneo, scelto dal tribunale. Questa figura si occupava di mantenere vivo e proficuo il bene.

Uno degli amministratori prediletti dalla Saguto era Cappellano Seminara, che collaborava anche con il marito della stessa giudice: Lorenzo Caramma.

La situazione, già spiegata in questo modo, poteva suscitare un certo sospetto: quantomeno per una sorta di conflitto di interessi. Ma Pino Maniaci scopre qualcosa di più, qualcosa di assurdo e sconcertante.

Ribattezzando le persone vicino alla donna come “Il Cerchio Magico” si scopre che le aziende, i negozi e le tante attività sequestrate non solo non venivano riconsegnate ripulite alla comunità. Fallivano in modo rovinoso. Nonostante ricevessero rimborsi e finanziamenti milionari.

Inizialmente nessuno prende in considerazione Telejato, ma poi le crepe di un sistema cancrenico e malato iniziano ad essere di dominio pubblico.

In questo prodotto televisivo vengono scardinate a fondo le conversazioni della famiglia Caramma, scoprendo un velo di omertà e connivenza.

Sul fondatore dell’emittente di Partinico viene gettata una valanga di fango e infamia, che ottiene l’esatto opposto di quanto previsto: attorno a Pino ed alla sua creatura si crea un muro di solidarietà forte e coeso.

E la vicenda si conclude come tutti abbiamo avuto notizia.

Francamente avrei preferito che l’inchiesta di Maniaci si fosse rivelata una bolla di fumo e non per disistima nei confronti del giornalista. Ma perché quando manca la giustizia è come se mancasse la terra sotto ai piedi.

Come se tutte le persone morte per una Sicilia libera dalla mafia fossero state uccise due volte.

Di chi possiamo fidarci se la giustizia muore?

Come possiamo dirci un paese civile se calpestiamo i diritti e disonoriamo la memoria?

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