
Oggi, 9 Ottobre, ricorre uno degli anniversari peggiori della nostra storia: evento spesso passato nel silenzio e nell’indifferenza perché rappresenta, a tutti gli effetti, omicidio di stato. Troppo scomodo rivelare che fosse una tragedia annunciata.
E bisogna avere il coraggio di raccontare, partendo dalle origini.
Ripentendo all’infinito quanto successo, incidendo nella mente i nomi e cognomi dei responsabili.

La diga del Vajont, eretta per sfruttare al massimo la forza delle acque del bacino del Piave, era,nei primi anni sessanta, la più alta del mondo e il canyon scavato dal torrente Vajont nel suo cammino verso il fiume uno dei più profondi. Il lago artificiale avrebbe avuto una capacità straordinaria di contenimento dell’acqua e avrebbe prodotto molta energia elettrica. In un periodo di forte espansione industriale, avere un bacino d’acqua di dimensioni così importanti rappresentava un’occasione allettante per le società di energia elettrica.
Poco importava se il posto scelto per erigere una simile opera era tutt’altro che adatto.
Progettata da Carlo Semenza,bvide la luce tra il 1957 e il 1960 nel comune di Erto e Casso, lungo il corso del torrente Vajont, da cui prende il nome.

Il primo ad opporsi fu il tecnico austriaco Leopold Müller. I rischi prospettati furono poi confermati da una prima frana, tre anni prima del disastro. Eppure nessuno diede mai seguito a tutte le proteste di giornalisti, come Tina Merlin, e di geologi come lo stesso figlio di Semenza, studioso di fama internazionale. Il 4 novembre 1960 alle 12:20, 750.000 mila metri cubi di materiale franarono dal monte Toc, dopo il primo riempimento dell’invaso, che aveva raggiunto quota 650 metri.
Ma la Società adriatica di elettricità (Sade), proprietaria della diga, era consapevole che, nonostante tutte le avvisaglie,non ci sarebbero stati impedimenti a ottenere le autorizzazioni statali.
Il profitto sopra ogni cosa, anche la sicurezza.
“La Sade è uno Stato nello Stato. Ottiene i permessi. Ottiene gli espropri. Pilota i collaudi. Ha in mano il ministero dei Lavori pubblici”
Tina Merlin


In modo scellerato si decise di portare l’invaso a 715 metri per potenziare al massimo il lavoro della stessa struttura. Decretando, successivamente, la morte di tanti innocenti.
Questo indebolì il fronte franoso. Una nuova scossa dal Toc, nel settembre del 1963, fece premere per un lento ma tardivo svasamento del lago, arrivando a quota 712 metri. Il 7 ottobre fu organizzata l’evacuazione dal Toc, che continuava a tremare. A nessuno però venne in mente di fare evacuare gli altri paesi delle valli del Vajont e del Piave sui quali, il 9 ottobre 1963, si abbatté l’onda mortale.


Alle ore 22.39 una frana si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino provocando un’onda che superò la diga e distrusse il paese di Longarone causando 2 000 vittime.
La diga resistette, come un gigante testimone delle mostruosità attuate sotto la sua ombra.
Famiglie distrutte, sfollate e testimoni di qualcosa devastante ed atroce. Orrore causato dalla bramosia di denaro e potere. Gente innocente condannata ad una morte oppure ad una vita distrutta per sempre.
Mai risarcita abbastanza (se mai esiste una qualche forma di risarcimento a tanto male) e uccisa due volte dalla malagiustizia e dall’indifferenza.
Nel 1971 l’iter processuale si concluse con la sola condanna di Alberico Biadene, ingegnere della Sade, a 5 anni, e di Francesco Sensidoni, del ministero dei Lavori pubblici, a 3 anni e 8 mesi, entrambi per il reato di inondazione, aggravato dalla prevedibilità.
Condanne ridicole e frutto della rete di connivenze create tra dirigenti. L’unico ad avere un briciolo di dignità fu il capocantiere e imputato, Mario Pancini, che ebbe il coraggio di suicidarsi nel 1968 prima dell’inizio del dibattimento.
Sfinito dalla colpa e dalla infamia.



A te che non hai mai visto la guerra,
un alpino all’alba del disastro
Vai a Longarone e capirai cosa significa
La tragedia del Vajont fa male e arrabbiare per tutto il fango gettato sulle vittime, sia in senso letterale che metaforico. Fango versato su innocenti che mai sono stati ascoltati abbastanza.
Una prova per tutti: guardate i palinsesti di stasera, anniversario della tragedia, e cercate.
Troverete di tutto, tranne che documentari o testimonianze sul Vajont.
Sono morti scomode, da uccidere ad ogni ricorrenza con il silenzio e la connivenza tra stato e società legare alla Sade.
Ma la storia ha sempre un filo conduttore: la verità. A questa, nessuno può scampare. Essa sarà sempre viva, immortale e giudice supremo.
Quei morti sono nel cuore di tanti e per sempre vi rimarranno.
2000 persone di cui 470 bambini a cui nessuno ha mai chiesto scusa.
Per loro, per la la loro giustizia, il ricordo in eterno.

