
Nell’ultimo respiro di un anno pieno di novità e di cambiamenti,
don antonio locatore
Locantore, nel percorrere il tragitto verso Palmira, viaggiò tenuto
in ostaggio da diverse preoccupazioni che progredivano nella sua
mente e nel suo animo, susseguendosi, sovrapponendosi e
ripetendosi in modo asincrono e disordinato. La scarsa
esperienza, normale per la sua giovane età, ed il ricordo dei sui
affetti più prossimi lo rimandavano ai luoghi che stava lasciando,
forse definitivamente.
Questo libro racconta la vita straordinaria di una della più importanti figure di Oppido Lucano: Don Antonio Locatore.
Grazie ad una ricostruzione storico biografica, lo scrittore lucano Vito Marone racconta la vicenda di questo uomo innovatore e straordinario. Un lavoro coraggioso, capillare e non facile.
Partendo dalle origini fino agli ultimi mesi di vita.
La narrazione inizia nel 1913 e Don Antonio Locatore da Montescaglioso, un giovane parroco , si sta recando nel paese di Palmira (oggi Oppido Lucano) per prendere servizio presso la parrocchia. Un paese arroccato nel difficile ed irto entroterra lucano dove la povertà e la precarietà sono compagni della vita di ogni contadino.
Tanti pensieri e preoccupazioni affollano la mente dell’uomo mentre è in viaggio.
Nuova città, nuove persone e tempi che stanno cambiando.

L’uomo deve scontrarsi con alcune difficoltà come l’iniziale diffidenza dei cittadini che volevano una figura locale per ricoprire un ruolo importante come quello ecclesiastico. Preoccupazioni che affliggono lo stesso sindaco di Palmira, timoroso del possibile risentimento dei paesani.
Anche la chiesa del paese portava il suo bel da fare. In condizioni precarie e indegne di una comunità che poneva nella fede il suo conforto principale. Fin da subito, la missione di Don Antonio Locatore diventa quella di supportare e rendere accogliente la casa del Signore.
E iniziano i primi scontri con un’amministrazione comunale nella figura del nuovo sindaco Gaetano De Rosa detto “Caitaniello”, personaggio che racchiudeva in sé gli ideali del proletario comunista con una buona dose di avversione verso le spese straordinarie per la curia.
Si confrontavano due forti personalità, si dividevano due uomini
don antonio locatore
entrambi del popolo e per il popolo, ma con concezioni molto
distanti su come difendere e in che modo confortare i più
disagiati che all’epoca comprendevano la quasi totalità della
popolazione. I successivi mesi che rimanevano da trascorrere di
quel 1914 si trascinarono lenti e la distanza tra le due “autorità”
cittadine, sindaco e parroco, diventava sempre più evidente.
Negli anni a venire il dialogo tra le due istituzioni si ridusse al
minimo, fino ad essere quasi inesistente quando non assumeva
il tono di scontro, finché, nel 1919, il De Rosa fu sfiduciato dal
consiglio comunale e costretto alle dimissioni, accusato di abuso
di potere e di cattiva gestione del denaro pubblico, ma tutto ciò
sarebbe passato presto in subordine e le attenzioni dei palmiroti,
come le attenzioni di tutti i popoli del mondo, si sarebbero
concentrate su ben altri fatti e su più sconvolgenti accadimenti.
Tutto però viene sconvolto dall’arrivo della prima guerra mondiale: la chiamata alle armi diventa una piaga contro cui la popolazione si trova inerme. 77 ragazzi morirono nei campi, lasciando nel più completo dolore le famiglie inermi nelle case.

Seguendo quella la sua prima e intima vocazione, ossia quella di aiutare gli altri, Don Antonio decide a soli 28 anni, di diventare cappellano militare. Profondamente consapevole dei rischi, ma determinato a voler dare il suo contributo a quella che giudicava come una carneficina insensata.
Un’ esperienza profonda e segnante. Il conflitto mondiale fu un massacro di vite e lasciò molti traumi e mutilazioni nei tanti sopravvissuti.
Ebbe conoscenza diretta di
il prete forestiero
quanti orrori potessero scaturire da un conflitto di così ampia
portata, toccò con mano la sofferenza dei militi, vide coi suoi
occhi l’immane tragedia che si stava consumando e che avrebbe
condotto l’umanità verso un baratro dal quale sarebbe uscita solo
attraverso ulteriori sofferenze ancora più devastanti. Sarebbe
ritornato a Palmira con animo profondamente mutato e con
propositi ancor più decisi nel provare ad alleviare le sofferenze
altrui che certamente il dopoguerra avrebbe riproposto
acutizzando le già precarie condizioni dei reietti e dei numerosi
reduci
Dopo la fine della guerra, iniziano i lavori di ristrutturazione della Madonna del Belvedere. Uno dei simboli più cari al popolo oppidese. Il curato ne comprende l’importanza e cerca di reperire da ogni possibile fonte il denaro necessario per un lavoro tanto imponente.
Il libro approfondisce anche uno dei sodalizi più importanti della vita di Don Antonio: la profonda amicizia con Canio Pafundi. Filantropo che aiutò moltissimi bambini indigenti del paese. Attraverso la sua munificenza, si cercò di alleviare la povertà che imperversava tra i concittadini.
Da qui l’idea di unire le forze per costruire un asilo infantile. Opera coraggiosa e innovativa per l’epoca.
Don Antonio aveva,
il prete forestiero
da subito, preso ad ospitare e ad accudire in casa propria e a sue
spese una moltitudine di fanciulli bisognosi, ma era evidente che
ciò non potesse bastare e mai sarebbe bastato considerando che
oltre agli orfani di guerra vi erano molti bambini che venivano
abbandonati a loro stessi per il fatto che molti genitori, madre e
padre, erano contemporaneamente costretti al duro lavoro in
campagna. Il numero di piccole anime bisognose di ricovero
andava via via crescendo perciò ai due venne in mente l’idea della
creazione di un luogo preposto ad ospitare tutti i bambini del
paese per l’intera giornata, un asilo infantile per bambini in età
prescolare dai 3 ai 6 anni. Quella fascia di età era quella più fragile
e più vulnerabile alle mancanze sociali e strutturali che erano
manifeste nel piccolo paese di Palmira. Troppo piccoli per
intraprendere un lavoro o dare una mano ai propri genitori e
abbastanza cresciuti per poter essere affidati alle cure di una
struttura fatta apposta per loro. Di comune accordo fu deciso di
rivolgersi all’amministrazione comunale per chiedere se fosse
possibile individuare un terreno libero dove poter edificare e
ubicare la struttura per l’asilo infantile

Non solo opere di bene ma anche lotte con le classi più abbienti. Don Antonio era un “prete scomodo”, un indiscreto “forestiero”, irrispettoso di equilibri secolari, irriverente al
cospetto dei cosiddetti “nobili”, indigesto, quindi, a quelli verso i quali bisognava levarsi il cappello al loro passaggio.
Caratteristiche di un uomo che non cerca mai il consenso ruffiano verso i poteri forti.
Dalla parte dei deboli, sempre e fino alla fine.
Opera straordinaria, coinvolgente e interessante per il lavoro di straordinario approfondimento fatto.
Parte integrante della storia di un paese unico.
Uomo grande d’anima e carisma. Il cui insegnamento è stato uno dei fondamenti di Oppido Lucano.
Fondamenta per essere un paese sempre migliore e attento ad ogni essere umano, senza alcuna distinzione.

