L’incanto della Luna Rossa

“Non andate mai da soli nel bosco mi raccomando, soprattutto dopo il tramonto, è molto pericoloso e potreste trovare un Gorg che vi porterà via” dicevano per spaventarli ed essere sicuri che li avrebbero ascoltati.
Non c’era niente di più terrificante agli occhi di un bambino, e non solo di un bambino.

Una storia che trascende e oltrepassa il genere fantasy. Trattenendo il lettore immerso nella magia della trama. Uno dei fantasy più belli che abbia mai letto, intenso e coinvolgente. Unico nel suo genere, perché rifiuta audacemente una definizione vuota e a sé stante che lo possa rendere uguale alla massa di creazioni letterarie a cui siamo abituati. Innovativo senza sentirsi superbo, e coraggioso dietro lo straordinario lavoro compiuto nella stesura stessa dell’opera.

Si apre, al pari di una magia, un mondo incantato e suggestivo. Figure assolutamente nuove e apparentemente miscellanea artistica di tanti personaggi della tradizione ma che in realtà sono del tutto nuovi nella loro unicità.

Molteplici, e tutti da scoprire…ma sappiate e siatene certi; io qui non rivelo nulla. Un romanzo simile si legge scoprendolo: raccontarne la storia, anche se per sommi capi, sarebbe una perdita ed un torto alla sua bellezza intrinseca.

Lo devo ammettere: ricreare una realtà parallela con equilibri ed ecosistemi perfetti ed autonomi la trovo una scelta audace e indice di una profonda intelligenza ed immaginazione. Leggendo questo libro non potuto non pensare alle leggende nordiche ai tanti racconti legati ad esse. I personaggi stessi me li ricordano.

Sono presenti i Lemmick, un popolo protettore degli umani e custode delle foreste, mentre i Gorg sono i nemici della storia: personaggi guidati da una oscura forza che li rende temibili e oppressori.

Raccontate come personaggi viventi e che prendono vita attraverso descrizioni accurate e introspettive dei diversi personaggi. Quasi vivendo la stessa trama secondo punti di vista differenti e donandone una perfetta visione a 360°.

Il libro è una sorta di racconto corale, puzzle di anime alle prese con uno straordinario disegno di vita fatata ma al tempo stesso con tratti assolutamente reali.

Le emozioni, provenienti da qualsiasi essere fantastico o no, sono descritte da un’essere umano. Ricordatelo sempre: e pertanto possono essere più vicine a noi di quanto ci limitiamo a credere.

Una sottospecie della razza umana o una razza alternativa, questo non era ben chiaro, i Gorg erano degli umanoidi grandi e grossi, muscolosi e imponenti. Erano ricoperti da una peluria che li rendeva simili a bestie, barba e capelli trasandati, i canini particolarmente grossi e acuminati, gli occhi rossi come quelli di un demone e la pelle, ruvida come la corteccia di un albero, di un colore grigio-verde; quest’ultima caratteristica era dovuta al
fatto che vivevano relegati in luoghi angusti situati ai margini del Regno, con poca luce e soprattutto malsani
denominati “plaghe nere”. Si diceva che amassero adornarsi di trofei di guerra e tatuarsi la pelle con motivi
tribali dei quali solo loro conoscevano il significato. Provavano un profondo odio verso gli uomini che, in
seguito a violenti scontri per il predominio di parecchi territori, li avevano praticamente ridotti in schiavitù
nelle zone centrali del Regno, quelle lontane dalle plaghe, costringendoli a svolgere i lavori più duri e
pericolosi e trattandoli come bestie da soma. Per vendetta, a volte alcuni Gorg uscivano quindi allo scoperto
per razziare i villaggi dei contadini che potevano ben poco contro la loro furia.

La storia è un susseguirsi di colpi di scena, attimi di serenità alternati da momenti pieni di sgomento. Il lettore si trova smarrito e colmo di domande: esploratore di un mondo fantastico ma sconosciuto. Ma, come succede con i romanzi fantasy più belli, ogni nebbia del pensiero si dipana rapidamente.

Tutto diviene chiaro e al tempo stesso si vorrebbe comprendere ancora di più quel mondo, esserne parte e viverlo. In racconti come questo, descritti in modo così coinvolgente e dettagliato (senza mai essere tediosi) ci si domanda se davvero appartenga tutto alla fantasia.

Fin da adolescente, quando lessi Tolkien, mi sono sempre domandata come si possa ricreare tanta bellezza dalla fantasia. Universo strutturato e logico, dove tutto è perfettamente equilibrato. Non credo sia solo frutto della fantasia, mezzo che abbiamo tutti ma che ci dimentichiamo di usare.

E’ quella voglia di esplorare che brucia nel cuore. E’ quella forza che ti spinge a voler conoscere sempre più luoghi, quando il mondo non ti basta.

Credo che nascano così romanzi fantasy.

La leggenda narrava che, agli albori del mondo, si fosse scatenata una grande guerra tra i giganti primordiali
e gli dei. La “ribellione dei giganti”, così veniva chiamata; quando essi, possenti e superbi, si erano creduti
superiori agli dei e, volendo essere gli unici dominatori della terra, avevano mosso guerra. Una superbia
pagata a caro prezzo quando Rodon, il più possente di essi, nel tentativo di colpire il centro della terra dove
dimorava Gea, la dea della natura, aveva affondato la lama della sua spada nella montagna, raggiungendo il
Regno degli Inferi e dando vita a quell’immensa spaccatura. Grimorio, il dio dell’Oltretomba e della morte,
adirato da tale oltraggio, aveva quindi inviato Balam, il più potente dei suoi demoni, al comando delle sue
legioni a sterminare i giganti, ordinandogli di trascinare Rodon fin giù negli Inferi attraverso quella voragine
che egli stesso aveva creato, per punirlo e farlo soffrire in eterno.

Che il libro mi sia davvero piaciuto penso sia chiaro, ma vorrei che ogni lettore andasse oltre quello che spesso incasella libri come questo.

Avvicinatevi con lo sguardo di un’esploratore e troverete un mondo.

Immaginate di vivere le vicende dei protagonisti e comprendete appieno il vero senso dell’opera stessa.

Scavalcate ogni barriera che vi hanno messo davanti gli occhi con la scusa di guardare la realtà e capirete.

Capirete che non esistono solo gli esploratori tra i grandi nomi delle conquiste.

Hanno scoperto anche gli scrittori, attraverso il peso delle loro cicatrici e dei loro pensieri.

Lisette spostò lo sguardo su di lei e, senza bisogno di proferire parola, avvenne quella magia che solo i
bambini sanno compiere. Gli sguardi delle due fanciulle si incrociarono per un istante; si sorrisero, non un
semplice sorriso, ma quel sorriso sincero e innocente, il sorriso degli occhi.
Wick comprese il disegno del fato, quello a cui nessuno può sottrarsi. Due giovani vite, legate per sempre da
uno dei sentimenti più forti e indistruttibili: l’amicizia. E lì accanto, lui, con il compito di vegliare su di loro
e proteggerle, come maestro e guida in attesa del compimento del destino. Solo alla fine del lungo percorso
che avevano di fronte, Kadara, il dio del fato, avrebbe mostrato l’intero disegno che aveva in serbo per loro.
Dovevano solo e semplicemente vivere al meglio il tempo concesso.

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