
Nel territorio del Comune di Stigliano sorge il castello di Masseria Caputo; si tratta di una torre con ambienti padronali dell’Ottocento, che documenta un periodo veramente d’oro per la Basilicata, prima che il suo territorio fosse completamente sfruttato e depauperato della sue ricchezze silvo-pastorali.

Qui, un tempo, viveva mastro Giuseppe Caputo, da tutti ritenuto un uomo fortunato: lavorava poco, guadagnava quanto gli bastava e trascorreva la giornata chiacchierando, mangiando e bevendo con gli amici.
Era panciuto, basso, largo di cintura e due gambe corte. Portava un paio di calzoni così ampi che potevano contenere un tomolo di fave, aveva la testa grossa, un grossissimo naso da peperone due piccoli occhi.
Era soprattutto un gran ghiottone di frutta e non si faceva pregare specialmente se si trattava di fichi. Si considerava soddisfatto solo quando aveva svuotato il paniere che aveva dinanzi. Allora si puliva le labbra col palmo della mano due o tre volte, si allentava i pantaloni e allegro cantava: “Megera megera, tienimi contento quanto ti pane tienimi gagliarda questa ciccia specie quando mi è vuota”.

Vedovo senza figli abitava, nei tempi che Stigliano era appena un villaggio, in una strada che portava a Cirigliano dove, come dicevano gli antichi, si radunavano le streghe.
Una notte mastro Giuseppe, mentre ronfava stando supino sul letto, cominciò a sentire un fonte dolore di pancia. Dapprima cercò di sopportare pensando al paniere di fichi della mattina, ma poi non ne poté più, s’infilò i calzoni e uscì di casa per un bisogno.
Non l’avesse mai fatto!
In un attimo si vide circondato da gatte nere. “Buonasera mastro Giuseppe”, cominciarono. E chi gli dava un pizzico al sedere nudo, chi gli tirava l’orecchio, chi gli abbassava il cappello sugli occhi. Mastro Giuseppe si vide in pericolo e voleva scappare, ma le gatte aumentavano di numero e lo assediavano contro un tronco d’albero di giuggiole.
Allora si credette perduto e cominciò a pregare e a piangere perché non gli facessero del male. Le streghe alla fine ne ebbero compassione e proposero in coro un patto: “Mastro Giuseppe Caputo, noi ti lasceremo per fatti tuoi quando ci reciterai due versi”. “Mi chiamo mastro Giuseppe Caputo, in questo giro mi sento stretto, se questa volta arrivo a scampare non mi vorrò più intrippare”.
Le streghe alla fine lo lasciarono in pace il pover uomo.

