Il Matrimonio in Basilicata.

Tra le varie usanze, oggi completamente modificate dalla nuova ventata del progresso e della civiltà, un posto particolare merita quella riguardante il fidanzamento e il matrimonio dei contadini grassanesi. Poiché, per la maggior parte delle ragazze, non c’era possibilità ne d’uscita ne di corteggiamento, l’unica occasione concessa loro dai genitori, per assentarsi da casa, era quella di partecipare alle funzioni religiose.
Ed era allora il momento, specie quando si recavano alla Chiesa Madre per ascoltare la messa cantata, di agghindarsi e farsi belle affinché i giovani potessero ammirarle. I loro visi non conoscevano belletti e cosmetici; la loro chioma non conosceva i caschi; le loro unghie si mantenevano lontane dallo smalto. Erano veramente semplici e naturali, o come meglio si suol dire oggi, ragazze «acqua e sapone».



Quando era giunta per loro l’età di sposarsi, delle donne specializzate nel trovar marito «i sanzal», attraverso continui incontri e proposte con i genitori, concordavano il futuro matrimonio. Il ragazzo, per avere buone credenziali, doveva avere determinati requisiti: essere lavoratore, avere ottime qualità morali e, massimamente, essere possessore di alcuni tomoli di terreno e di capi di bestiame.
Agli artigiani si richiedeva, invece, oltre ai requisiti morali, il possesso della bottega per poter esercitare il mestiere.


Questi erano ben accettati dalle fanciulle. Il motivo era ovvio: con un marito contadino, per consuetudine, la donna si recava quotidianamente in campagna, percorrendo, di buon’ora, molti chilometri a piedi; con un marito barbiere, calzolaio, sarto, falegname, muratore o fabbro (questi erano i mestieri tipici degli artigiani), invece, lei se ne stava tranquillamente a casa a svolgere le attività domestiche, senza molto affaticarsi e stancarsi.
Una categoria particolare di artigiani era quella dei macellai e dei bardai che si tramandavano il mestiere di padre in figlio. Questo, perché temevano che l’apprendistato arrecasse loro danni economici con l’apertura di altre botteghe.



«Combinato» il matrimonio dalla «sanzal», il fidanzato, dopo aver indossato l’abito della festa «a mutann» e dopo aver lucidato le scarpe con il sego o con la fuliggine lasciata dal fumo sulle caldaie, si recava a casa della fidanzata. Essa, attorniata dai suoi, si faceva trovare tutta ben acconcia, silenziosa e timida.
Subito dopo i convenevoli da parte dei padroni di casa, gli ospiti venivano invitati a prendere posto in una fila di sedie disposte frontalmente: da una parte il fidanzato con i propri congiunti; dall’altra, la fidanzata con i suoi. Il padre della ragazza era il primo a prendere la parola e annunziava agli astanti la dote che intendeva dare, oltre al corredo, alla propria figlia.


Da questo momento il fidanzamento assumeva la veste dell’ufficialità ed era, pertanto, consentito al fidanzato di recarsi, al ritorno dalla campagna o a lavoro ultimato se si trattava di artigiano, a far visita alla promessa sposa. Era vietato, nel modo più assoluto, lo scambio di carezze e di baci, anche perché la ragazza era continuamente vigilata dalla madre alla quale veniva fatto divieto dal marito di assentarsi e allontanarsi dalla casa, quando in questa, la sera, andava il fidanzato della figlia.
Capitava, però, non di rado, alla mamma di distrarsi momentaneamente per dar da governare agli animali. E questo era il momento favorevole allo scambio di qualche carezza furtiva o di qualche bacetto innocente tra i due. Il fidanzamento, quasi sempre, non aveva intoppi.

Se questi si verificavano, erano motivo di litigio, per cui difficilmente poteva essere ricomposto. V’era allora la rottura e, con questa, subentrava tra le due famiglie un odio che durava tutta la vita.

Tre giorni prima del matrimonio, il giovedì, era esposto il corredo nella casa della sposa che, in tale occasione, indossava un elegante vestito fatto cucire dalla sarta. L’abilità e la bravura di questa consistevano nel far risaltare le parti più salienti del fisico della ragazza: collo, seni e fianchi.



Di pomeriggio, «a vespr», si teneva il ricevimento nell’abitazione della sposa alla quale le donne invitate portavano in regalo oggetti per l’arredamento della sua casa: piatti, posate, caldaie, sedie, braciere di rame, bacinelle e orinale, «u mizzon». I parenti più stretti e le comari provvedevano, invece, ai mobili: letto, tavolino, specchio, comò, comodino e cassone.
Effettuata la distribuzione dei biscotti, che non venivano quasi mai consumati sul posto, ma messi ed annodati in un grande fazzoletto perché potessero essere fatti vedere ed «assaggiare» ai propri familiari, le donne si trasferivano dalla casa della sposa a quella dello sposo.
Si formava, così, un corteo davanti al quale avanzava, a passi lenti, una donna con in mano un cesto contenente le paia di scarpe avute in dote dalla sposa. Ad essa facevano seguito tutte le altre, recanti in mano l’oggetto dato in dono agli sposi. Questo passaggio dei doni ricevuti dalla casa di lei a quella di lui, oltre ad essere un atto di omaggio, era un atto di sottomissione che la donna faceva all’uomo.

A cominciare dal mattino della domenica, si recavano presso la casa della sposa, per agghindarla, due donne specializzate nell’acconciatura: «a caper» e «a mestr».
La prima aveva il compito di provvedere all’acconciatura dei capelli che, dopo essere stati intrecciati e tirati in su, venivano raggomitolati a tuppè, «a tupp», e fermati per mezzo di bastoncini di osso, le forcine da capelli, chiamate in vernacolo «i spatucce»; la seconda provvedeva all’abbigliamento personale della sposa e, particolarmente, al vestito bianco, al bouquet «u buchè», e al velo, sormontato da una ghirlandetta a semicerchio, «a chirland da zit».
Non appena questi preparativi erano ultimati, lo sposo, accompagnato dai propri familiari, si recava a casa della sposa, davanti alla quale, nel frattempo, s’erano raccolti tutti gli invitati che non avevano potuto trovare sistemazione internamente, per incapienza del locale.
Effettuata la distribuzione dei biscotti e del rosolio sia all’interno che all’esterno della casa, la coppia varcava la soglia della porta, salutata da tre colpi di fucile sparati dal padre della sposa o da prolungati scoppi di mortaretti.



Un lunghissimo corteo, con in testa gli sposi seguiti dai compari d’anello e dalle coppie dei giovani a cui si accodavano quelle dei coniugati, si snodava per le strade del paese, facendo obbligatoriamente lo stesso percorso fino alla chiesa.
Alla destra della sposa prendeva posto la suocera alla quale era concesso l’onore di sollevare il velo da terra. Uno stuolo di ragazzetti precedevano il corteo nuziale, spostandosi a destra e a manca, in avanti e indietro, attirati dal lanci dei confettini colorati, «i cannlin», che, di tanto in tanto, parenti ed amici prendevano dalle tasche e, in segno di gioia, buttavano per l’aria.
Molte volte si venivano a creare una tale confusione e un tale pigia pigia tra i bambini da far nascere dei piccoli tafferugli tra loro per cui a farne le spese erano proprio gli sposi ai quali venivano calpestati i piedi, ogni qualvolta i confettini andavano a finire davanti a loro.



All’ingresso in chiesa, la suocera, dopo aver leggermente bagnata la mano destra nell’acquasantiera, porgeva l’acqua benedetta attinta dalla pila alla sposa affinché, da ossequiosa cattolica, si facesse il segno della croce.
Al ritorno dalla chiesa, dopo la celebrazione del rito, lungo il percorso, uscivano di casa molte donne per augurare felicità e figli maschi agli sposi e, come segno di fertilità, lanciavano pugni di orzo o di grano o piccole bucce d’arancia sul vestito della sposa che, per l’occasione, anche se impacciata e rossa in viso per un pò di vergogna, distribuiva sorrisi e assentiva con un cenno del capo.


Mentre tutto ciò si svolgeva all’esterno, in casa dello sposo fervevano i preparativi di un sontuoso pranzo «u banchett» preparato da donne esperte nell’arte culinaria.
Non appena gli sposi facevano il loro ingresso nella casa della suocera, questa, dopo averli baciati, metteva un dolce in bocca alla nuora, oppure lo buttava a terra per farlo calpestare: si voleva augurare, con questo atto, una vita in comune improntata alla dolcezza, alla benevolenza e all’amorevolezza.

Subito dopo gli sposi, ai quali spettava, a capotavola, il posto d’onore, si disponevano attorno ad un lunghissimo tavolo da pranzo tutti gli invitati. E qui era data loro la prima occasione di sedere l’uno accanto all’altra e scambiarsi, ancora alla chetichella, da sotto il tavolo, strette di mano, strofinii di gambe e pizzicotti, e sussurrarsi paroline affettuose alle orecchie.
Al loro fianco sedevano il compare e la comare d’anello cui erano rivolte le maggiori attenzioni. Le ragazze nubili erano separate dai giovanotti e formavano un gruppo a se stante, quando non desideravano sedersi accanto ai genitori e agli zii.

Il pasto era composto di maccheroni, carne a ragù, spezzatino con finocchietti, arrosto con contorno d’insalata verde e, come dolce, veniva servito «u pastizz ca ricott».
A tavola, con il pranzo comunitario fra le due famiglie degli sposi, si stabiliva un vincolo così stretto e sentito di «cumparizii» che durava tutta la vita. L’inizio del banchetto era quasi sempre preceduto da una poesiola, in dialetto, declamata da una bambina, e da un brindisi fatto dagli adulti, per mezzo dei quali venivano fatti agli sposi auguri di felicità, di prosperità e di lunga vita in comune.
I piatti serviti erano ricchi, vari e gustosi, e venivano spesso innaffiati da buon vino di produzione propria. Lo sposo, inebriato da «lu succ d la grest», diventava allegro, disinvolto, loquace; la sposa, al contrario, appariva compunta, silenziosa e frastornata.
Le pietanze erano numerose e si susseguivano a breve distanza l’una dall’altra, concedendo il tempo strettamente necessario all’ingerimento a tutti i commensali che, tra un bicchiere e l’altro, erano i soli a gustarle e a decantarle con arguti e faceti brindisi fatti in onore degli sposi e dei rispettivi genitori.

Ultimato il banchetto, i convitati, a seconda del grado di parentela e delle proprie possibilità economiche, in atto di omaggio e di contribuzione alle onerose spese sostenute dallo sposo, depositavano, sotto il piatto, una busta contenente monete di carta con un bigliettino di auguri, debitamente firmato.
La sera si ballava a suon di organetto, e le danze erano aperte dagli sposi cui seguivano le coppie formate dal due compari d’anello e dagli altri invitati.
Un ballo particolare era quello riservato ai genitori dei festeggiati: il padre della sposa ballava, a tempo di polca o di mazurca, con la madre dello sposo; il padre dello sposo con la madre di lei.

La serata da ballo era chiusa da una movimentatissima quadriglia a cui tutti prendevano parte, formando un grande cerchio, al centro del quale, gli sposi, avvolti da variopinte stelle filanti, ballando, si sentivano per la prima volta tra loro avvinti e uniti per sempre.
Dopo di ciò, i festeggiati prendevano commiato dagli invitati e si avviavano, accompagnati dal loro intimi, verso la casa nella quale era stato preparato il loro nido d’amore. Qui, entrambi stanchi e frastornati, restavano finalmente soli.
Allo spegnersi del lume ad olio, a petrolio o della candela, degli amici convenuti sotto la finestra o sotto il balcone, rallegravano la loro unione con la serenata.
I Suonatori erano dei barbieri che, per tradizione, oltre ad esercitare il loro mestiere, amavano suonare, ad orecchio, esercitandosi nel proprio salone con chitarra e mandolino.
La mattina seguente, ad ora piuttosto inoltrata, la madre dello sposo andava a far visita agli sposini per invitarli a pranzo per tutta la settimana. Ed era questa l’occasione favorevole per entrare, in qualità di suocera, nella camera matrimoniale per rifare il letto..

Il resto è storia.

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