Il poeta degli ossimori.

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.
C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona fortuna,
si arrivi a morire dopo tanti bei giorni,
pieni di tantissime cose di questo mondo
o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto povera dei giorni.
Io son felice, a questo mondo,
solo di questo e spero
che a me il destino procuri
con le sue pesti e la pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello
di tutti questi miei dolorosi giorni;
o di questo mio dolore
si dimentichi per un solo giorno.
M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge universale,
e altre cose e uomini impareremo ad amare.
Ma io ho nostalgia delle cose impossibili,
voglio tornare indietro.
Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.
Conosco adesso il tempo certo degli abissi
e la parola povera della vita,
e l’esclusione e l’essere
e il pentimento e la colpa.
E tutto dura nel mio corpo eterno,
e io non posso amare senza amor
e non posso soffrire senza dolore.
Ceneri del nostro tempo
gli evidenti abissi del dubbio e l’assoluto.
La mia paura è grande
ma ho il coraggio di esistere.
Soltanto in me è l’errore
del giorno e della notte.
Il tramonto è leggero
come una carezza,
e il giorno nella notte si trasforma.
Di questo genere del mondo
che è l’esser vero
l’inconsapevolezza giovanile
fa nascere qualcosa che
soltanto l’amore della ragione
conduce ad esser vero.
Anche di questo eterno errore
sono prodighi gli attimi fuggitivi,
le origini e la fine.
Abbiamo nel cuore un solitario amore,
nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo
per nostro vario cammino.
Le spiagge i cieli,
la riva su cui sassi e rovi e il solitario equiseto,
e colli erbosi grassi rioni,
città dispiegate come belle bandiere,
e nude prigioni.
Questa è la nostra vita.
Questi nostri volti vagabondi
come musi di cani ci somigliano.
Il vento il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

Non ha più limite la mia pazienza, beppe salvia

Beppe Salvia  è stato un poeta italiano, figura di spicco della scena letteraria romana degli anni Settanta e Ottanta.

La sua opera, caratterizzata da una profonda malinconia e da un linguaggio di ossimori e contraddizioni, è stata in gran parte riscoperta e valorizzata postuma, in seguito al suo tragico suicidio avvenuto a soli 30 anni. 

Nato a Potenza nel 1954, Salvia si trasferì a Roma con la famiglia nel 1971 dopo la prematura scomparsa del padre. Nella capitale, oltre a dedicarsi a studi di entomologia e al disegno, si inserì nel vivace ambiente letterario emergente.

A partire dalla fine degli anni Settanta, iniziò a pubblicare le sue poesie su importanti riviste come Nuovi ArgomentiPrato pagano e Braci. Quest’ultima fu fondata da lui stesso insieme ad altri poeti come Claudio Damiani e Marco Lodoli.

Beppe Salvia si tolse la vita a Roma il 6 aprile 1985. Il suo gesto e la sua produzione poetica sono stati approfonditi da biografie più recenti, come Vita e morte di un poeta di Nicola Bultrini (2025), che ne scavano l’animo sensibile e tormentato. 

Gran parte dell’opera di Salvia fu pubblicata postuma, contribuendo a costruirne la fama dopo la morte. La sua poesia, pur recuperando forme metriche della tradizione, le reinventa dall’interno, creando immagini di grande chiarezza espressiva ma cariche di inquietudine esistenziale. 

Le sue pubblicazioni principali includono: 

  • Appunti (1978): Raccolta pubblicata in vita, considerata un’edizione non veniale.
  • Lettere musive (1980): Pubblicata all’interno dei “Quaderni di Prato pagano”.
  • Estate di Elisa Sansovino (1985): Una delle prime raccolte postume, pubblicata poco dopo la sua morte con lo pseudonimo di Elisa Sansovino.
  • Cuore (1988): Spesso considerato il suo libro più importante. È stato ripubblicato da Interno Poesia nel 2021.
  • Elemosine Eleusine (1989).
  • I begli occhi del ladro (2004): Un’antologia curata da Pasquale Di Palmo che raccoglie poesie e prose inedite.
  • Un solitario amore (2006): A cura di Emanuele Trevi e Flavia Giacomozzi, riunisce gran parte della sua produzione poetica.
  • I pescatori di perle e due prose inedite (2018).

È presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio la stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che sbava dal ca-
lice, son chiusi i begli occhi del ladro.
 (Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
su la mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)
 È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
a questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.
 fui prigione di cifre d’alfabeto
e delle loro forme allineate
e dello sciocco mistero che non mai
muti maestri insegnano a noi.
mai mi fu detto e con stenti imparai
che non v’è ossa e sangue nelle cose
morte, di che si possa, meravigliose,
dimenticarne, eterne. E non più mai
le perfezioni del pensiero a queste
cose inanimate san provvedere
che sian così mutevoli e leggere
da non imprigionare i vivi. Tanto
noi siamo, d’aerea vita soltanto
nuda dimora della vita e tanto
basta ad avere caro il grave, il centro
imperfettibile, d’ignoto peso.
 sull’argine corrono corrono
in motocicletta.
ma senza fretta aggiustano
qualcosa ai fari ai freni
al motore.
guardano il fiume guardano
gli zingari fare l’amore.
gridano assaltano la curva
sembrano gli indiani,
sgommano impennano,
quasi fanno scintille, e viene
il buio. si baciano
sconfitti dal rumore i baci degli zingari

 

Beppe Salvia, Cuore

Una personalità complessa la sua, ma che mai si piegò ai canoni di una poesia senza anima e di una letteratura vuota ed informe.

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