Non chiamatelo Frankestein..

Dopo aver visto il campione di incassi e visualizzazioni non potevo non commentare quanto recentemente prodotto dalla mente geniale di Guillermo del Toro.

Tuttavia, questo è uno di quei casi dove mi trovo ad essere combattuta tra due giudizi.

Ho letto diverse volte il romanzo di Mary Shelley e l’ho sempre considerato un capolavoro: moderno persino per la nostra epoca e audacemente folle in ogni singolo capitolo. Non è semplicemente la storia straordinaria di un genio perverso come Viktor Frankenstein: è una denuncia contro quella assurda voglia sfrenata di sfida a tutti i costi tipicamente umana.

Metafora del viaggio di Ulisse verso il baratro della follia travestita da conoscenza.

Facciamo, prima di tutto una breve introduzione al romanzo.

Il protagonista appartiene ad un’élite privilegiata dove non mancano mezzi e tantomeno affetto. In casa dello stimato dottore svizzero, padre del giovane Frankenstein, accoglienza e benevolenza sono ossigeno endemico. Una realtà moderna, accogliente e molto lontana dalle rigide etichette dell’epoca.

Persino l’arrivo di una giovane orfana come Elisabeth viene vista dal nucleo familiare come un momento di gioia e condivisione. La bambina appartiene ad una famiglia sventurata ma viene accolta con tutti gli onori e trattata al pari di ogni singolo membro della potente famiglia.

Nel film, invece, Viktor è un ragazzo tormentato e vittima di un padre despota ed estremamente conservatore. Devastato dalla perdita di una madre mal tollerata e mal giudicata dal consorte.

In questo caso sarebbe stato fondamentale approfondire l’elaborazione del lutto del protagonista secondo lo schema dell’opera letteraria in quanto gioca un ruolo fondamentale in tutta la narrazione. Questo aspetto avrebbe fatto probabilmente riconsiderare ogni successiva azione.

Il giovane si vede privato della madre a causa di un parto difficile e la vita meravigliosa e invidiabile viene stravolta. Il patriarca, infatti, cade preda di una depressione profonda in quanto si sente responsabile della morte dell’adorata consorte: inizia ad essere iperprotettivo con l’ultimo arrivato e a non curarsi più di nient’altro.

Tutto nasce dunque da una ferma opposizione al dolore e alla perdita di qualcosa di prezioso. Sicuramente il protagonista è una persona dedita e devota alla scienza, ma dopo tale accadimento, il suo amore diventa una vera e propria ossessione malata.

Nonostante la trasposizione cinematografica un po’ azzardata, non posso non definire incredibile l’interpretazione di Oscar Isaac che ha reso l’ossessione dell’uomo parossistica e folle. Egli non osserva e considera nulla attorno a sé, ostinato nel voler perseguire il proprio scopo e dimostrare al padre che egli gli è nettamente superiore: eroe tenebroso, strambo per molti versi, e che incarna perfettamente il modello di uomo egoista.

In questa interpretazione, il confine tra personaggio letterario e cinematografico pare assottigliarsi notevolmente.

Persona che in quanto vittima della sorte si sente in potere di compiere ogni cosa.

Il protagonista del film sembra più accecato dalla sete di rivalsa che da quella di conoscenza. Focoso, iracondo eppure magnetico in parole ed espressioni.

Va precisato che nella trama cinematografica tuttavia mancano alcuni personaggi fondamentali come il professore Waldman e l’amico fidato Henry Clerval. Il primo, grande mentore di Viktor Frankenstein, è determinato nel metterlo in guardia dai suoi assurdi propositi mentre il secondo è una delle persone a lui più fedeli e affezionate, senza interesse e spontaneamente.

Nonostante questi presupposti, non mi sento di condannare totalmente l’opera cinematografica che riscrive il capolavoro dandole un’interpretazione diversa.

Migliore o peggiore? E chi può dirlo? Personalmente credo che ogni libro è frutto del proprio tempo e un regista straordinario può solo reinterpretarlo nel migliore dei modi possibili e secondo la visione dell’estro che lo caratterizza.

Eppure lo sguardo della creatura creata da Guillermo del Toro è qualcosa che oltrepassa il cuore. Innovativo e straordinario, discostante da quella interpretata magistralmente da Robert De Niro nel 1994. Quest’ultima era più animalesca, rabbiosa e ferale.

Il mostro di questo film, interpretata da Jacob Elordi, è qualcosa di meraviglioso e profondamente umano come mai vista sullo schermo. Di aspetto brutale, ma tanto vicino ai tormenti umani e dotato di una sensibilità fuori dal comune. Nato da una commistione di cadaveri, anima pura e semplice che si erge contro l’orrore stesso della sua creazione.

Interpretazione moderna di un classico, o abuso di trasposizioni personali nelle opere note?

Agli spettatori la dura sentenza.

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