
L’eccidio dei sette fratelli Govoni è un episodio di violenza avvenuto nel maggio 1945, a seconda guerra mondiale appena conclusa, nell’ambito delle rappresaglie post-liberazione nella “Bassa” bolognese.
L’11 maggio 1945, i fratelli Dino, Emo, Augusto, Ida, Marino, Giuseppe e Primo Govoni furono prelevati dalla loro casa a Pieve di Cento da un gruppo di ex partigiani appartenenti alla 2ª Brigata Garibaldi “Paolo”.
Dei sette fratelli, solo due avevano effettivamente aderito alla Repubblica Sociale Italiana (RSI). Tra loro c’era anche una donna, Ida, madre di una bambina piccola.
Dopo essere stati condotti in un casolare presso il podere Grazia ad Argelato, furono torturati e uccisi. I loro corpi vennero occultati in una fossa comune insieme a quelli di altre dieci persone prelevate in precedenza (tra cui la professoressa Laura Emiliani).
I resti vennero rinvenuti solo nel 1951, grazie alle indicazioni di un ex partigiano.
Nel 1953, la Corte d’Assise di Bologna condannò 27 persone per l’eccidio, emettendo 4 ergastoli e numerose pene detentive.
Molti dei condannati non scontarono la pena poiché erano già fuggiti in Cecoslovacchia o in altri paesi del blocco orientale.
La vicenda è spesso citata come uno dei casi più tragici di “giustizia sommaria” o vendetta politica del dopoguerra, contrapposta simbolicamente alla storia dei sette fratelli Cervi (uccisi invece dai fascisti nel 1943) per sottolineare le complessità e le violenze che hanno segnato il passaggio dal regime alla democrazia in Italia.

