Ci sono documentari che inquietano. E poi ci sono quelli che ti fanno venire voglia di spegnere il telefono e chiederti: ma davvero siamo arrivati a questo punto?
Il lato oscuro dei kidinfluencer è uno di questi.
La docuserie racconta il mondo costruito attorno a Piper Rockelle, allora bambina prodigio dei social, e alla madre-manager Tiffany Smith. Un universo apparentemente colorato, fatto di sorrisi, balletti, scherzi, amicizie e adolescenti bellissimi sempre pronti davanti a una telecamera. Ma dietro quella patina da favola digitale emerge qualcosa di molto meno innocente: bambini trasformati in contenuti, relazioni trasformate in spettacolo e adolescenza trasformata in un modello di business.
La figura di “mamma Tiffany” è, in questo senso, emblematica. La madre che dovrebbe essere il primo argine contro il mondo esterno diventa anche manager, produttrice, regista e controllore dell’immagine della figlia. Le accuse e le testimonianze raccolte dalla docuserie descrivono un ambiente nel quale il confine tra educazione, controllo e sfruttamento sarebbe diventato drammaticamente labile. Smith ha respinto le accuse e la controversia si è conclusa con un accordo extragiudiziale.
Ma il punto più inquietante non è nemmeno Tiffany.
È il pubblico.
Perché quei video esistevano perché qualcuno li guardava. Milioni di persone hanno contribuito a trasformare la quotidianità di una bambina in uno spettacolo permanente. Abbiamo applaudito la precocità, condiviso i video, commentato i fidanzatini, osservato corpi che crescevano davanti ai nostri occhi. Abbiamo chiamato tutto questo “intrattenimento”.
E forse dovremmo chiamarlo semplicemente per quello che è stato: un mercato dell’infanzia.
La vicenda di Piper assume poi una dimensione quasi grottesca se osservata oggi.
Piper è ormai adulta e ha scelto di utilizzare la propria immagine anche attraverso contenuti destinati a un pubblico adulto, arrivando ad aprire un account OnlyFans.
E qui mi permetto un rimprovero, non tanto alla donna adulta — libera, naturalmente, di decidere della propria vita — quanto al paradosso della sua parabola.
Per anni ci siamo scandalizzati, giustamente, perché una bambina veniva esposta e trasformata in prodotto. Poi quella stessa bambina cresce dentro un sistema che le ha insegnato fin dall’infanzia che il suo valore economico coincide con la sua capacità di attirare attenzione.
E quando diventa maggiorenne cosa succede?
Si continua a vendere l’immagine. Solo che cambia il pubblico.
È difficile non chiedersi se questo sia davvero il trionfo della libertà oppure la versione adulta di un meccanismo imparato quando si era ancora troppo giovani per comprenderlo.
Ed è proprio questo il punto sul quale la docuserie avrebbe dovuto farci riflettere ancora più duramente: non basta togliere una bambina dalla telecamera. Bisogna chiedersi che cosa quella telecamera le abbia lasciato dentro.
Il vero scandalo dei kidinfluencer non è che dei bambini siano diventati famosi.
È che degli adulti abbiano scoperto che l’infanzia può essere estremamente redditizia.
E che noi, dall’altra parte dello schermo, abbiamo comprato il biglietto per assistere allo spettacolo.
Il lato oscuro dei kidinfluencer non racconta quindi soltanto la caduta di un piccolo impero social. Racconta una società nella quale persino l’innocenza può diventare una strategia di marketing.
E forse la cosa più inquietante è che, quando il bambino finalmente cresce, il mercato non ha nessuna intenzione di lasciarlo andare.
