PRONTI PER UN VIAGGIO FANTASTICO?

- La prima femme fatale del cinema italiano.di Francesca Nicolò

Tra tutte le attrici del cinema italiano non è possibile manchi lei.
Pina Menichelli è stata anch’essa una delle più grandi dive del cinema muto italiano, celebre per aver incarnato il ruolo della femme fatale e per la recitazione intensa ed espressiva.
Soprannominata la “tigre reale”, ha avuto una carriera prolifica recitando in oltre 80 film.
Nata a Castroreale, in provincia di Messina, il 10 gennaio 1890, Giuseppina Menichelli proveniva da una famiglia di artisti girovaghi. Iniziò la sua carriera teatrale giovanissima prima di dedicarsi al cinema nei primi anni del Novecento.
La vita privata fu caratterizzata da una relazione con il regista ed editore cinematografico Giovanni Albertini, che sposò nel 1920.
Dopo il matrimonio, si ritirò progressivamente dalle scene, vivendo lontano dai riflettori fino alla sua morte a Milano il 29 agosto 1984.

La Menichelli è ricordata principalmente per i suoi ruoli drammatici, in cui utilizzava una mimica del volto e del corpo molto accentuata, ispirandosi sia alla tradizione teatrale sia alle altre dive dell’epoca come Lyda Borelli, tuttavia sviluppando un proprio stile originale e passionale.
Tra le sue opere più significative si annoverano:
- Il fuoco (1915), diretto da Giovanni Pastrone: Questo film, considerato uno dei capolavori del “diva film”, ha consacrato la Menichelli come l’icona della passione travolgente e della donna fatale, capace di sedurre e distruggere.
- La tigre reale (1916), anch’esso diretto da Pastrone: Un altro ruolo che ha rafforzato la sua immagine di diva magnetica e misteriosa.
- Gemma di cigni (1915), sempre per la regia di Pastrone.
- L’ultima avventura (1917) e numerosi altri film che ne hanno definito la carriera sotto la guida di Pastrone e altri registi.
Le performance erano caratterizzata da una forte stilizzazione estetica e da una retorica sentimentale che affascinava il pubblico dell’epoca, rendendola una delle figure centrali e più celebrate del cinema muto italiano

- La divina Lyda.di Francesca Nicolò

Lyda Borelli è stata un’iconica attrice italiana, considerata la prima vera diva del cinema muto e un’importante figura del teatro italiano dei primi del Novecento.
La cui carriera, seppur relativamente breve, ha lasciato un segno indelebile grazie al suo stile recitativo unico e alla sua immagine di “femme fatale” dannunziana.

Nata a La Spezia nel 1887 in una famiglia di attori, Lyda Borelli esordì giovanissima nel teatro. A soli diciotto anni era già prima attrice giovane nella compagnia di Virgilio Talli.
Raggiunse rapidamente la fama teatrale, acclamata per la sua interpretazione di ruoli come la Salomè di Oscar Wilde. Divenne un’icona di stile, ammirata anche da personalità come Antonio Gramsci, che ne riconobbe la forza di suggestione e sensualità di gusto liberty.
Nel 1918, all’apice della fama, sposò l’industriale conte Vittorio Cini e si ritirò completamente dalle scene, dedicandosi alla famiglia e a opere di beneficenza.
Una scelta che contribuì a creare il mito della “divina” inafferrabile.
Morì a Roma nel 1959, dopo aver vissuto gran parte della vita ritirata nel Palazzo Cini a Venezia.
La produzione artistica si divide principalmente tra teatro e cinema.

La carriera teatrale della Borelli fu intensa e acclamata prima del suo ingresso nel mondo del cinema. Interpretò ruoli in opere di autori come Giuseppe Giacosa, Gabriele D’Annunzio e Oscar Wilde.
Spiccano soprattutto le performance in:
- Salomè di Oscar Wilde
- Tristi amori di Giuseppe Giacosa
- Opere di D’Annunzio, che incarnarono perfettamente il suo stile decadente e sensuale
Nel cinema muto, dove lavorò per un breve ma intenso periodo (circa cinque anni), Lyda Borelli recitò in circa tredici film.
La recitazione, fatta di gesti eccessivi, languori e sguardi intensi, divenne un modello per un’intera generazione di attrici, incarnando la figura della “diva dolorosa”.
I film più noti includono:
- Ma l’amor mio non muore… (1913) di Mario Caserini: considerato il film che la lanciò come la prima diva del cinema italiano.
- Fior di male (1915) di Carmine Gallone.
- Malombra (1917) di Carmine Gallone.
- Rapsodia satanica (1918) di Nino Oxilia, con musiche di Pietro Mascagni.
L’eredità di Lyda Borelli risiede nell’aver definito l’archetipo della diva italiana, unendo la formazione teatrale a un’estetica visiva che influenzò profondamente la moda e il costume dell’epoca.

- La diva dalla pessima voce.di Francesca Nicolò

Francesca Bertini è stata una delle prime e più celebrate dive del cinema muto italiano: icona riconosciuta non solo a livello europeo, ma anche a mondiale.
La sua carriera fu caratterizzata da un talento drammatico eccezionale e da una forte personalità che le permise di dominare la scena cinematografica dell’epoca.
Nata Elena Vitiello, Francesca Bertini iniziò la carriera teatrale a Napoli, dove venne notata dal regista Gerolamo Lo Savio, che la condusse a Roma per lavorare nel cinema.
L’ ascesa fu rapida e divenne presto l’attrice di punta della casa di produzione Film d’Arte Italiana-Pathé.

Fu una delle prime attrici a curare meticolosamente la propria immagine e a imporsi non solo come interprete, ma anche come co-sceneggiatrice e produttrice dei suoi film, esercitando un controllo quasi totale sui diversi progetti.
Un aneddoto riguarda la sua voce, considerata non adatta al sonoro: un “difetto” che inizialmente l’avrebbe limitata, ma che non ne ha impedito l’enorme successo come diva del muto.

La filmografia della Bertini include oltre 100 titoli.
Tra le sue opere più significative si ricordano:
- Assunta Spina (1915): Considerato il capolavoro, è il film che l’ha consacrata come diva. Interpretava il ruolo di una stiratrice napoletana in una storia di gelosia e passione in un ruolo che aveva già portato in teatro.
- La signora dalle camelie (1915): Un’altra interpretazione drammatica di grande successo.
- Tosca (1918): Un adattamento dell’opera di Puccini.
- Frou-Frou (1918)
- Fedora (1919)
Si ritirò dalle scene negli anni ’30, tornando a recitare solo occasionalmente in età avanzata, come in una piccola parte nel film Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci.
È morta a Roma il 13 ottobre 1985, all’età di 93 anni.
La sua vita e la sua carriera sono state oggetto di diverse biografie, tra cui “L’ultima diva” di Flaminia Marinaro.

- Bela Lugosi: il vero, eterno, vampiro.di Francesca Nicolò

Béla Lugosi, nome d’arte di Béla Ferenc Dezső Blaskó (Lugoj, 20 ottobre 1882 – Los Angeles, 16 agosto 1956), è stato un attore ungherese naturalizzato statunitense, universalmente celebre per l’iconica interpretazione del Conte Dracula.
La carriera iniziò in Ungheria, dove recitò in teatro prima di emigrare negli Stati Uniti. Approdò a Hollywood nel 1923. Il ruolo che lo consacrò fu quello del Conte Dracula, che interpretò per la prima volta a Broadway e successivamente nell’omonimo film della Universal del 1931, diretto da Tod Browning.
L’interpretazione di Lugosi definì l’immagine del vampiro per generazioni, grazie al suo carisma, al suo sguardo magnetico e all’ inconfondibile accento.

Nonostante il successo, Lugosi rimase spesso intrappolato nel personaggio di Dracula e faticò a ottenere ruoli diversi, entrando in competizione con altri attori del genere come Boris Karloff. Negli anni Quaranta, la sua carriera subì un lento declino, aggravato da problemi di salute e dalla dipendenza dalla morfina.Verso la fine della sua vita, in difficoltà finanziarie, collaborò con il regista Edward D. Wood Jr., noto per i suoi film a basso budget. Apparve in pellicole come Glen or Glenda (1953) e La sposa del mostro (1955). La sua ultima apparizione cinematografica, in Plan 9 from Outer Space (uscito postumo nel 1959), consisteva in poche scene girate prima della sua morte.
Oltre al capolavoro Dracula, Lugosi ha recitato in numerosi altri film, molti dei quali sono diventati dei cult del genere horror:
- Dracula (1931): Il film che lo rese immortale, basato sul romanzo di Bram Stoker.
- L’isola delle anime perdute (1932).
- White Zombie (1932): Considerato il primo lungometraggio di zombi della storia del cinema.
- Il gatto nero (1934): Al fianco del suo rivale Boris Karloff.
- Il cervello di Frankenstein (1948): In questo film, si parodiò interpretando nuovamente Ygor, ma questa volta in un contesto comico con Gianni e Pinotto.
- Plan 9 from Outer Space (1959): Uscito dopo la sua morte, è considerato uno dei film più celebri di Ed Wood.
Bela Lugosi morì per un attacco cardiaco il 16 agosto 1956. Contrariamente a quanto spesso si pensa, non fu una sua richiesta testamentaria, ma una decisione della famiglia seppellirlo indossando l’iconico mantello di Dracula.
La sua eredità artistica vive ancora oggi e Bela Lugosi rimane il punto di riferimento per il personaggio del vampiro.

- Il vate appassionatamente folle di vita e poesia.di Francesca Nicolò

È sempre stato uno dei miei personaggi letterari preferiti. Conosciuto e con cui fu subito amore. Non so spiegare il motivo, forse per quello senso di non appartenenza ad un società ipocrita e perbenista, oppure per un problema fisico che ci accomuna.
Non so spiegare, ma l’ho sempre adorato.
Sconsiderato, folle, geniale e straordinario.
Lord Byron, al secolo George Gordon Noel Byron, fu uno dei più eminenti poeti romantici inglesi della “seconda generazione”, noto tanto per il suo genio letterario quanto per la sua vita scandalosa e anticonformista.
Uomo intelligente e sempre fuori da ogni schema, anche contro tutto e tutti.
Nato nel 1788, Byron ebbe un’infanzia complessa, segnata da problemi familiari e una leggera disabilità fisica (piede equino), che cercò di superare con un’immagine pubblica di forza e fascino.
Incarnò perfettamente l’ideale dell'”eroe byroniano”, un personaggio letterario da lui stesso creato: affascinante, tenebroso, solitario e geniale.
Un’esistenza caratterizzata da numerosi viaggi la sua, anche condita da relazioni amorose burrascose (tra cui quella con la contessa Teresa Gamba Guiccioli in Italia) e debiti, che lo portarono a lasciare l’Inghilterra nel 1816 per non farvi più ritorno.
Visse in vari luoghi in Italia, tra cui Venezia e Ravenna, dove si immerse nella cultura locale e continuò a scrivere.
Si può tranquillamente definire scrittore prolifico. Tra le sue opere più famose si annoverano:
– “Il pellegrinaggio del giovane Aroldo” (Childe Harold’s Pilgrimage): Un poema narrativo che lo portò alla fama e definì l’eroe byroniano.
– “Don Giovanni” (Don Juan): Un poema satirico e incompleto, considerato il suo capolavoro, che mescola umorismo e critica sociale.
Sono inclusi anche drammi teatrali come “Manfred” e “Caino“.
Oltre alla poesia, Byron fu attivo anche in politica, sedendo per breve tempo nella Camera dei Lord e sostenendo cause liberali.
La sua passione per la libertà lo spinse a unirsi ai moti rivoluzionari in Italia e, infine, a combattere per l’indipendenza della Grecia dall’Impero Ottomano. Morì a Missolonghi, in Grecia, nel 1824, a soli 36 anni, a causa di una febbre, diventando un martire della causa greca e un simbolo eterno del romanticismo ribelle.
Figura che oltrepassa i secoli e che affascina ancora oggi.
- Un uomo, la leggenda e Frankestein.di Francesca Nicolò

Tutti lo conosciamo, e lo dico sinceramente con un po’ di amarezza, per una sola, grande interpretazione.
Tuttavia Boris Karloff, pseudonimo di William Henry Pratt (Londra, 1887 – Nairobi, 1969) non è stato solo questo: fu uno straordinario attore britannico non solo celebre per l’ interpretazione del Mostro di Frankenstein.
Nato in una famiglia anglo-indiana, Karloff inizialmente studiò per una carriera nel servizio consolare britannico, ma abbandonò gli studi per dedicarsi alla recitazione, trasferendosi in Canada e poi negli Stati Uniti. Prima del successo, affrontò una lunga gavetta, lavorando in oltre 80 film con piccoli ruoli e come comparsa, spesso interpretando personaggi stereotipati a causa del suo aspetto “esotico”.

La svolta arrivò nel 1931, all’età di 44 anni, con il ruolo del mostro di Frankenstein. Questa parte lo consacrò come una star e definì il genere horror per gli anni a venire. La sua carriera da allora fu strettamente legata ai film Universal, in cui recitò in altri ruoli iconici come Imhotep ne La mummia (1932) e apparve in molti altri film horror.
Nonostante fosse principalmente noto per i ruoli horror, Karloff era un attore versatile.
Tra i suoi ruoli più famosi al di fuori del genere si include la narrazione e la voce del Grinch nello speciale televisivo animato Come il Grinch rubò il Natale! (1966), ruolo che gli valse un Grammy Award.

Contrariamente ai suoi personaggi macabri e terrificanti, Karloff era noto per essere un uomo gentile, intellettuale ed estremamente timido nella vita privata.
Ma pochi sanno che l’assegnazione del ruolo di Frankenstein avvenne per un caso fortuito
Originariamente, la parte del Mostro di Frankenstein fu offerta a Bela Lugosi, fresco del successo di Dracula (1931), ma questi la rifiutò a causa della mancanza di dialoghi e del pesante trucco richiesto. Karloff, invece, accettò il ruolo, che si rivelò la sua fortuna. Difatti nel film Frankenstein (1931) di James Whale, Karloff diede vita a un’interpretazione magistrale. Con l’aiuto del trucco distintivo (faccia squadrata, elettrodi sul collo, stivali pesanti) ideato da Jack Pierce, Karloff creò l’immagine visiva del mostro che è impressa nell’immaginario collettivo ancora oggi, tuttavia non presente nel romanzo originale di Mary Shelley.

La performance di Karloff fu notevole perché riuscì a infondere nel mostro non solo terrore, ma anche una profonda vulnerabilità ed empatia, mostrando la creatura come una vittima tormentata, un aspetto che piacque molto al pubblico e si pensa sarebbe stato apprezzato anche da Mary Shelley.
Karloff riprese il ruolo del mostro in altri due film: La moglie di Frankenstein (1935), spesso considerato il capolavoro della serie, e Il figlio di Frankenstein (1939).

- Gli esseri incantatidi Francesca Nicolò

Oggi raccontiamo di alcune creature straordinarie ed uniche.
Gli Sbilfs sono folletti leggendari della tradizione carnica, noti per essere intelligenti, burloni e talvolta persino generosi, che si nascondono in boschi, fienili e stalle. La loro tradizione riflette un profondo rispetto per la natura, e si dice che essi si manifestino solo a persone dal cuore puro, come i bambini, e che abbiano diverse caratteristiche a seconda della zona e del loro “umore”.
Sono come piccoli folletti simili a elfi, a volte visibili, a volte no.

Burloni e dispettosi, ma anche gentili e disposti ad aiutare chi è in difficoltà. Vivono in condivisione in abitazioni comuni quali le cavità degli alberi, le stalle, i fienili o le radici degli alberi.
La loro tradizione è ancora viva ai giorni d’oggi, tanto che esistono sentieri tematici in Friuli dove si possono ascoltare le risate degli Sbilfs e avvistare i loro rifugi.
Ogni zona del Friuli ha i propri Sbilfs con nomi, caratteristiche e storie differenti.
Alcuni esempi sono:
Mazzariol: un folletto dispettoso con una risata sardonica (di cui abbiamo parlato qualche settimana e di cui trovate il link qui Il Mazaròl (o Sanguanel).
Licj che ama nascondersi nelle case e scucire vestiti o tendaggi.
Pavar: un tipo laborioso e vegetariano che aiuta chi si trova in difficoltà.
Tutte creature con un universo di caratteristiche e peculiarità, da scoprire e conoscere.

- Le Varvuoledi Francesca Nicolò

Oggi racconto di alcune figure poco conosciute che ho scoperto quasi per caso, ma che mi hanno fin da subito affascinato.
A metà strada tra streghe e befane: le Varvuole sono creature di mare provenienti dalla tradizione di Grado, che arrivano il 5 gennaio sulle “barche di vetro” per rapire i bambini cattivi e saccheggiare le case.
Questa ricorrenza simboleggia la paura del mare e celebra la ricorrenza storica della venuta degli Uscocchi, pirati che terrorizzavano le coste, anche attraverso la trasmissione di epidemie come il vaiolo (da cui il nome Varvuole).
Ma come si svolge tutto questo?

La leggenda viene rievocata nel porto con uno spettacolo che coinvolge l’arrivo delle streghe, danze, canti e cortei.
Essa rievoca le incursioni dei pirati dalmati, appunto gli Uscocchi, che rappresentano la paura dell’ignoto e del mare.
Le Varvuole vengono descritte con un aspetto terrificante: capelli di fil di ferro, occhi infuocati, denti appuntiti e gambe di legno.
Tutto sembra ricondurre ad un rito di passaggio e protezione.
Per difendersi, gli abitanti strofinano l’aglio sulle porte e le finestre e cospargono di acquasanta le case. Questi due oggetti rappresentano da sempre una protezione dalle forze del male.
Particolarmente sentita dagli abitanti della zona, questo rito viene ricordato annualmente da diversi secoli e con tantissima devozione.

- Ginevra e Odorico.di Francesca Nicolò

Ginevra e Odorico sono i protagonisti di un’antica e sfortunata leggenda d’amore friulana, ambientata nel XIV secolo, principalmente attorno al Castello di Villalta di Fagagna, in provincia di Udine. Una vicenda da tutti conosciuta ed amata.
La leggenda narra che lo spirito di Ginevra, incapace di trovare pace, si aggiri ancora oggi nel maniero, in particolare sulla torre più alta, aspettando il ritorno del suo amato sposo.
Ma quale fu la causa di una fine tanto eternamente tragica?

Ginevra di Strassoldo, una giovane e bellissima ragazza, era stata promessa in sposa a Federico di Cuccagna per volere delle rispettive famiglie: un accordo tipico dell’epoca medievale per stringere alleanze. Entrambi i clan volevano aumentare la loro potenza e prestigio, pertanto le nozze (anche senza un briciolo di sentimento) rappresentavano l’occasione ideale per attuare piani di espansione.
Tuttavia, la ragazza si innamorò perdutamente del conte Odorico di Villalta, conosciuto a un ballo. Un giovane di prestigio inferiore rispetto a Federico, ma di buon cuore: onesto, leale e gentile.
Spinta dal suo amore, Ginevra dichiarò i suoi sentimenti al padre, che, volendole bene, acconsentì al matrimonio con Odorico, rompendo l’accordo con i Cuccagna.
I due si sposarono nel 1344.

La loro felicità fu purtroppo effimera. Poco tempo dopo le nozze, Odorico partì per la guerra e non fece mai più ritorno. Ginevra rimase ad attenderlo nel castello, consumata dal dolore e dalla speranza. L’amato era perito in battaglia ma il suo corpo non fu mai trovato e il lieto fine alla loro storia non fu mai scritto.
Una piccola curiosità: il nome Ginevra ha origini celtiche, dal gallese Gwenhwyfar, composto da gwen (“bianco”, “puro”, “luminoso”) e hwyfar (“spirito” o “elfo”).
Può significare quindi “spirito bianco/puro” o “elfo splendente”.
È anche il nome della famosissima moglie di Re Artù nel ciclo arturiano.
Il nome Odorico ha invece origini germaniche. Deriva da Audericus o Odalricus, composto da odal (“patria”, “eredità”, “ricchezza”) e ric (“potente”, “signore”). Il significato può essere interpretato come “potente in patria” o “signore del patrimonio” (non è stato trovato nelle ricerche Google, ma è un nome storico attestato).
In sintesi, la storia di Ginevra e Odorico è una toccante leggenda locale che mescola amore, dovere feudale e un alone di mistero legato al folclore friulano.

- Il tesoro di Attila e il Tagliamento.di Francesca Nicolò

Esattamente che legame hanno Attila e il Veneto? Qualcosa che nessuno si potrebbe mai immaginare.
Una leggenda friulana narra che il tesoro di Attila sia nascosto nel greto del fiume Tagliamento. Il racconto popolare ha origine nel periodo successivo al sacco di Aquileia del 452 d.C., durante il quale il condottiero unno mise a ferro e fuoco la città.

Secondo la tradizione, dopo aver razziato l’opulenta città romana, Attila e i suoi uomini stavano ripartendo con un ingente bottino, composto di oro, monete e altri preziosi. Arrivati sulle sponde del Tagliamento, trovarono il fiume in piena e impossibilitato all’attraversamento.
Per guadare il fiume, Attila ordinò ai suoi uomini di seppellire il tesoro in una fossa, con l’intenzione di recuperarlo in seguito. In un’altra versione della storia, gli Unni avrebbero gettato il tesoro nel fiume per alleggerire il carico e attraversare più agevolmente.
In entrambi i casi, la leggenda vuole che il tesoro non sia mai più stato recuperato e che si trovi ancora nascosto nelle vicinanze del Tagliamento o sul suo fondo.
Tuttavia altre versioni raccontano che il tesoro sia stato nascosto in diversi luoghi, non solo lungo il Tagliamento.
Una leggenda narra che prima dell’arrivo di Attila, gli abitanti di Aquileia avessero nascosto i propri tesori in un “pozzo d’oro” (Puteum aureo) per evitarne il saccheggio. Un’altra storia colloca il tesoro in una grotta nei pressi dei Piani di Lanza, in Friuli Venezia Giulia, che porta il nome del condottiero.
Esistono infine anche alcune versioni della leggenda che sostengono che il tesoro di Attila sia stato sepolto con lui, in un luogo sconosciuto.
Forse non sapremo mai il luogo del bottino, ma in fondo perché non cullarsi nel fascino di simili misteri?

- Streghe della bassa Valtellina.di Francesca Nicolò

Oggi ci spostiamo in Lombardia, a raccontare una delle storie più importanti della nostra regione.
Sulle streghe e gli stregoni della Bassa Valtellina si tramandano diverse e variegate leggende, spesso legate a luoghi specifici e usanze popolari. Sebbene le persecuzioni più feroci si siano svolte nell’Alta Valtellina e a Bormio, dove i processi furono documentati e numerosi, anche la parte bassa della valle non è rimasta immune dalla superstizione e dal timore verso la stregoneria.
Vediamo qualcuno dei fenomeni maggiormente accaduti, anche mediante l’utilizzo di alcuni testi importanti e fondamentali per la ricerca.

- Le streghe del Bitto: Una leggenda narra di una comunità di streghe che abitava le aree attorno al torrente Bitto, tra Morbegno e la Val Gerola. Dopo essere state sconfitte da formule misteriose, si rifugiarono in luoghi più remoti. Oggi si dice che, nelle notti senza luna, si possano ancora sentire i loro lamenti dalle forre del torrente.
- Falò di Ferragosto: Un’antica leggenda della Bassa Valtellina attribuisce l’origine dei falò accesi a Ferragosto alla tradizione contadina di accenderli per confondere le streghe, la cui presenza era particolarmente temuta in quelle notti. Lo scopo era quello di interrompere i loro riti malvagi.
- Le streghe di Albosaggia: Le leggende locali parlano della “Magàda”, un tipo di strega che si nutriva di carne o ossa umane. Una storia in particolare racconta di un marito che sventò l’inganno di una Magàda per salvare la moglie.
- L’ultima strega della Bassa Valtellina: una leggenda di Piazzalunga, una frazione di Ardenno, racconta dell’ultima strega della valle. Dopo essere stata schernita e scomunicata, si sarebbe rifugiata nei boschi sopra il paese, dove morì per i rigori di un inverno. La storia simboleggia la lenta scomparsa della paura delle streghe in questa
- Acqua di Cofana: si racconta che in una radura della Bassa Valtellina le streghe si radunassero nelle notti di luna calante attorno a un fuoco, chiamato Acqua di Cofana. Da lì diffondevano malattie e sventure su persone e raccolti, fino a quando i contadini non escogitarono il trucco dei falò per metterle in fuga.

Fondamentale distinguere le leggende dalle tragiche realtà storiche:
Le paure e le superstizioni dei contadini si unirono al clima di persecuzione religiosa innescato nel ‘500 e ‘600, periodo in cui la Valtellina e la Valchiavenna erano sotto il controllo dei protestanti Grigioni. La documentazione più vasta sui processi di stregoneria si trova negli archivi di Bormio, dove nel corso dei secoli furono processate, torturate e bruciate numerose persone, soprattutto donne, accusate di stregoneria.
Le persone accusate di stregoneria, spesso conoscitrici di erbe e pratiche di guarigione, venivano forzate a confessare con la tortura e condannate al rogo. Nonostante molti processi si siano svolti nell’Alta Valtellina, il terrore della stregoneria ha pervaso l’intera valle per diversi secoli.
Tuttavia, nonostante si volesse far tacere queste sciagurate, la loro memoria è arrivata fino ai giorni nostri.
Imperitura e imperturbabile come la loro determinazione.

- Arte che riflette l’anima.di Francesca Nicolò

Ci sono artisti che sanno curare lo spirito e dare calore al cuore attraverso i colori vibranti delle loro creazioni.
Luciano Fiori è uno di questi.
Una scoperta davvero interessante, lo ammetto: e osservare le diverse opere è stato interessante e profondamente riflessivo.
Artista poliedrico e multiforme, i cui soggetti affondando le radici in molteplici ambiti.
Natura, religione, ritrattistica.
Nessun quadro risulta essere uguale ad un altro.
E osservando attentamente vi è molto altro.




Prevalenza di colori delicati come azzurro, verde e giallo. Il tocco del pennello è fluido e vivace, nutrito da quella che sembra essere una fantasia unica e straordinaria.
Difatti si possono trovare molti punti in comune con scenari reali e incasellati perfettamente nella realtà.
Sembra che prendano vita ad ogni scorcio. I personaggi al loro interno quasi parlano e ascoltano ciò che noi abbiamo da chiedere.
Oltrepassando il confine che spesso l’arte accademica impone alle opere, condannandole alla loro staticità.
Luigi Fiore scardina tutto questo e si ribella ai dettami più antichi, coraggiosamente libera le sue creature.
Ferme in una rappresentazione che non è mai statica; ma viva e partecipe.




Uno dei quadri che mi ha maggiormente colpito rappresenta un’occhio. Particolare, di un blu intenso e profondo che si mischia ad un dolce arancio.
Quasi un rimando ad un tramonto e alla successiva notte che arriverà prossima.
Il soggetto sembra muoversi e sembra quasi voler sbattere le palpebre e mostrare ciò che gli occhi nascondono.
Ma ecco la magia: lui è fermo, siamo noi a vedere oltre le sue pupille.
Immaginando l’infinito, iniziamo a parlare al cuore.




Il messaggio che traspare da queste opere è un arte che invita alla riflessione e al guardarsi dentro.
Profondamente e senza paura.


- Emanuela ed un mondo incantatodi Francesca Nicolò




Avete mai pensato che osservare un quadro sia pura magia?
Un momento in cui contemplate qualcosa che proviene dall’animo di un’artista, che magari non conoscete personalmente, vi tocca nel profondo e scuote.
Scuote, vibra nel cuore riecheggia nel pensiero.
Perché l’arte parla, attraverso l’immagine assordantemente silenziosa della sua essenza più intima.
Se non possiamo definire questa magia, non so cosa altro si possa trovare.
Riflettete sempre prima di fare supposizioni o esprimere opinioni.
Fermatevi ed osservate quello che pensate di vedere.
L’uomo avrebbe modo di amarsi di più se solo praticasse di più l’arte e non si perdesse in mille complicazioni e futilità. In quanto sono espressioni in cui può ritrovare a sua volta molto di sé.
Si sottovaluta troppo spesso il potere curativo delle opere artistiche.
Esse vengono considerate una perdita di tempo, incompresa e anche osteggiata.
Nulla di più sbagliato e malsano.



Emanuela Tossani in arte Ematox utilizza diversi soggetti e vi si immerge completamente. La sua arte non è una semplice rappresentazione ma una totale immersione in essa. Trasportarti dal colore, dagli scorci e dalle espressioni dei soggetti.
Ognuno di esso pare seguire con lo sguardo lo spettatore ed osservarlo eterno e placido ricolmo di infinita bellezza.
Persone quasi di stampo fiabesco, luoghi incantati ed ambientazioni fantastiche di ispirazione bucolica sono tra i soggetti prediletti dall’artista.
Frutto di una persona che indaga, osserva e reinterpreta grazie ad un cuore appassionato e curioso.




Osservandoli ad una prima occhiata sembra esserci una predominanza di paesaggi marini e colori freddi, ma in realtà è tutto molto più variegato ed introspettivo. Un viaggio nelle emozioni e nell’anima.
Perché sembra che questa artista voglia attraversare la realtà farla diventare tutt’uno con il proprio estro ed inventiva. Rendendo la contemplazione una magia per i sensi e l’intelletto.
Non si guardo i quadri, si possono sentire e vivere nel profondo.
Sono opere che raccontano una storia, una vita e dei sentimenti.
Risvegliano la coscienza alla riflessione e al risveglio di ciò che spesso si dimentica.




L’arte sa sempre suscitare emozioni, che posso essere controverse e combattute. Ma esse rimangono come cicatrice viva nell’anima. Scomode per chi si ostina a vedere con gli occhi di chi non sa osservare.
Forse per questo che amo opere come queste: parlano e ascoltano, risvegliano e cullano, allietano e tormentano.
Uno specchio scomodo e necessario.
Uno riflesso di cui abbiamo profondamente bisogno.
- Un quadro ed un dramma.di Francesca Nicolò

La “Strage degli Innocenti” di Rubens è un dipinto che raffigura l’episodio biblico in cui re Erode ordina l’uccisione di tutti i bambini maschi a Betlemme per eliminare il neonato Gesù.
Il pittore, influenzato dal suo soggiorno in Italia, in particolare da Caravaggio, realizza un’opera intensa e drammatica, caratterizzata da un forte dinamismo, un uso marcato del chiaroscuro e una ricca cromia. Il dipinto trasmette il terrore e la violenza dell’evento, mostrando un vortice di emozioni e movimenti concitati.
L’opera, realizzata all’inizio del XVII secolo, è un esempio significativo dell’arte barocca influenzata dal suo soggiorno in Italia tra il 1600 e il 1608.
Essa trae ispirazione all’episodio narrato nel Vangelo secondo Matteo, in cui il re Erode, temendo la profezia della nascita di un nuovo re dei Giudei, ordina il massacro dei bambini maschi a Betlemme. Rubens, con la sua rappresentazione, vuole evocare il terrore e la disperazione di questo evento, utilizzando un linguaggio visivo potente e drammatico.

Una scena concitata, con soldati romani che uccidono i bambini, mentre le madri cercano disperatamente di proteggerli. Dramma disumano, scomposto e senza una logica. Rubens utilizza linee diagonali e movimenti vorticosi per creare un senso di caos e frenesia, coinvolgendo lo spettatore nel dramma della scena. La forte espressività dei personaggi, il chiaroscuro e la ricchezza cromatica contribuiscono a rendere l’opera particolarmente intensa ed emotivamente coinvolgente. Esempio di come il, pittore pur basandosi su un tema religioso, riesca a creare un’immagine di grande impatto visivo e drammatico, utilizzando tecniche e stilemi propri della pittura barocca.
La “Strage degli Innocenti” di Rubens è un’opera potente e drammatica che, attraverso l’uso di tecniche pittoriche innovative e una rappresentazione intensa del soggetto biblico, trasmette il dolore e la violenza dell’evento, lasciando un forte impatto emotivo sullo spettatore.
Un quadro che oltrepassa un episodio religioso per invitare lo spettatore a riflettere su alcuni drammi insensati e devastanti.
Che, purtroppo, rappresentano anche l’attualità del nostro oggi.

- I paesaggi dell’infinitodi Francesca Nicolò

Molti artisti sfidano le convenzioni e riescono a trasmettere qualcosa di incredibile, che regala scorci di riflessione imprevedibili ed inaspettati. Definirli semplici paesaggi è estremamente riduttivo e fuorviante.
Daniela Ferroni è, in questo senso, assolutamente straordinaria ed innovativa. Il suo occhio guarda alla realtà ma la trapassa in una dimensione assolutamente unica. Registra, osserva e reinterpreta. Osserva con gli occhi, respira con l’anima e crea con il cuore.
Come se il realtà diventasse un unicum infinito assieme alla fantasia ed al sogno di un’artista. Ponte tra mondi che apparentemente sembrano cozzare e farsi la guerra tra loro.
Razionale e sognatore. Aspetti che troppo spesso sono imprigionati in convenzioni simili a prigioni di pensiero ed intelletto.




Pennellate armoniosamente discontinue, colori vibranti che apparentemente sembrano in antitesi ma che tali non sono. Anzi, tutto è perfettamente equilibrato ed armonioso.
Opere come questa rappresentano anche un paesaggio in cui cercare riparo dai tanti affanni della vita. Sono creazioni contraddistinte da quella placidità operosa di chiara impronta oraziana, dove il riposo non è nient’altro che il nutrimento dell’anima. Qualcosa che noi, probabilmente, conosciamo poco. Anche quando siamo in relax non siamo mai profondamente in connessione.
Suscitano quella voglia di abbandonarsi ad esse, anelando una quiete che ci sembra difficile da trovare. Ispirazioni che guardano al contemporaneo ma anche all’impressionismo.
Ricordano Pollock e Monet al tempo stesso: una chiara dimostrazione di come vari stili possano coesistere perfettamente e di come l’arte si nutra di condivisioni per alimentare la sua stessa essenza.
Non sono semplici pitture.




Uno dei colori dominanti è l’azzurro, un colore apparentemente freddo ma che richiama alla calma placida di una mare in una assolato pomeriggio d’estate.
Una distesa d’acqua incontaminata che si staglia infinita lungo l’orizzonte senza fine. Di quei panorami che si potrebbero ammirare all’infinito. Ed ecco, la stessa cosa può essere fatta con le opere di Daniela Ferroni.
Attimi d’arte che hanno sempre qualcosa da raccontare e da esprimere.




La bellezza del suo operato sta nel non voler essere incasellato in stili e correnti, perché esso è parte integrante di un progetto artistico che oltrepassa le mere convinzioni.
Esso è frutto di diversi momenti, attimi e pensieri a cui lo spettatore si avvicina curioso e in cui può trovare anche parte di sé. Ogni opera è assolutamente diversa dall’altra e questo la rende davvero unica.
Soggetti che cambiano, tecniche diverse e colori sfumati in modo variegato. La moltitudine si amplia verso una contemplazione più profonda ed intrinseca mirando quasi a scavare nell’anima.
Come se i quadri stessi chiedano silenziosamente una parola alla parte più vera dell’essere umano.

E’ meraviglioso trovare un’artista coraggiosa che sa scavare tanto a fondo e senza paura.
Libera ed infinita come dovrebbe essere l’anima.
Che puntualmente si dimentica del meraviglioso orizzonte che ha davanti ai suoi occhi.
Presa da mille vacuità e schiava di ogni cosa, meno di ciò che davvero conta: l’anima e il cuore.

- La bellezza di saper stupire.di Francesca Nicolò

Ammirare i dipinti di Flora Guarino è viaggiare ed immergersi nel colore e nella fantasia dell’anima. Schizzi, forme, pennellate armoniose che si equilibrano nella pittura creando equilibrio perfetto e sinuoso. Ogni forma pare unirsi simbioticamente a tutto l’insieme degli elementi ed ogni rappresentazione della materia non è mai scontata.
Temi, ambienti, gradazioni e angolazioni si susseguono in modo differente e mai simile. Poliedrici nella loro realizzazione anche nell’uso delle diverse tecniche. Si evince come l’artista attinga ad una padronanza completa di stili e competenze piena e profonda.
L’ispirazione sembra provenire da molteplici correnti e questo la rende unica nel suo genere. Unire ed equilibrare quello che epoche storiche hanno troppo spesso recluso al periodo senza considerare che la rivisitazione è da sempre ossigeno per l’arte.




Sorpresa e cura perfetta di ogni dettaglio sono le caratteristiche proprie di queste opere. Stupiscono, affascinano e rapiscono perché profondamente uniche fin dalla stessa genesi. Non hanno confine nel loro evolversi su tela perché, rompendo quel confine tra sogno e realtà, esse si proiettano verso l’infinito di ogni essere umano.
Una parte che spesso dimentichiamo di ascoltare. L’uomo è fatto da sempre d’infinito, ed è uno dei motivi per cui nascono l’arte, la letteratura e tutte le forme di bellezza.
E’ quell’angolo del cuore che riesce a farsi ascoltare.
Colpisce quanto volutamente non sia non definiti limiti e confini, una prova di come ogni produzione artistica possa scavalcare tutto, anche la mente. Perdersi nell’arte è una delle evasioni più belle ed uniche.
Ammirare un quadro non è solo una visione di immagini ma una introspezione nell’anima dell’artista che ha saputo, con grande coraggio, scavare dentro il suo io più scomodo.





Analizzando i diversi quadri, non si può non fare un piccolo rimando all’arte di Pollock, uno dei pittori più straordinari e rappresentati del’900. L’artefice della vera libertà sul tela e del trionfo del colore sui paradigmi dell’arte. L’artista danza assieme al colore e si libera del pensiero che fluido si imprime su tela. Al pari di uno scrittore che si lascia andare ad una penna e ad un musicista che diventa tutt’uno con la melodia.
Catarsi in qualcosa che nessuna parola potrebbe spiegare in modo adeguato.
Apparentemente non ci sono collocazioni ben definite, i luoghi rappresentati sembrano non appartenere a questa terra. Ma per chi vede con gli occhi dello spirito, si comprende che queste rappresentazioni sono più vicine di quello che si pensa.



Flora Guarino è un mondo da condividere, scoprire e conoscere con profondità e curiosità. Non per tutti, perché non facile osservare davvero un’arte così introspettiva e libera. Troppo spesso i nostri animi sono incanalati e comodi nell’immersione quotidiana di preconcetti e dettami. Ci riteniamo liberi, ma in realtà siamo profondamente schiavi del quotidiano.
Non osiamo ascoltare quello che custodiamo dentro e l’arte che lo manifesta ci fa paura perché affronta qualcosa di sconosciuto e scomodo.
Eppure ammirare queste opere è come un viaggio nel remoto dell’anima che vuole essere ascoltato. Sta a noi non lasciarlo in silenzio.

- Il fermignanese più illustredi Francesca Nicolò

Pochi sanno che Fermignano ha i natali a Donato di Pascuccio di Antonio, detto Bramante, nasce nel 1444 nel Ducato di Urbino, centro culturale dell’Umanesimo.
Bramante è il genio caratteristico del Cinquecento, il secolo delle riforme, della rivalutazione dell’individualità contro lo strapotere centrale, della trasformazione di tanti valori sui quali è destinata a nascere l’Europa culturale attuale.
Inizia molto giovane il suo apprendistato artistico presso la bottega di fra’ Carnevale, dove diviene pittore specializzato nel realizzare le scene architettoniche poste da sfondo alle rappresentazioni.
La sua prima formazione artistica avviene proprio nella sua città natale ma presto inizia a viaggiare e a lavorare a Mantova, Milano e Roma.
Donato Bramante, facendo parte della bottega di Federico da Montefeltro, partecipa al cantiere del Palazzo Ducale progettato da Luciano Laurana (forse nella Cappella del Perdono) e dopo il 1472 conosce Francesco di Giorgio.

Entra in contatto con il Mantegna, Piero della Francesca, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì.
Nel 1476 Bramante decide di spostarsi verso Nord.
Raggiunge l’anno successivo Bergamo, dove lavora come pittore, affrescando la facciata del Palazzo del Podestà, con soggetti di filosofi in inquadrature architettoniche. Successivamente si reca a Milano, dove resta a lungo.
Donato Bramante arriva a Milano per la prima volta nel 1478, probabilmente su richiesta di Federico da Montefeltro.
Gli vengono commissionati dei lavori al Palazzo di Federico da Montefeltro a Porta Ticinese, dono di Galeazzo Maria Sforza.
La sua presenza a Milano è stabile per diversi anni, come testimonia l’Incisione Prevedari, realizzata su suo disegno.
Fino ai primi anni ‘90 del Quattrocento, Bramante continua la sua attività di pittore; realizza, infatti, gli “Uomini d’arme”, il “Cristo alla Colonna” e gli affreschi in casa Fontana Silvestri.
Conosce Leonardo, lo indirizzano verso l’impiego di forme architettoniche sontuose e classiche, secondo una concezione organica delle masse strutturali per creare equilibrio e armonia.
Tra il 1480 e il 1490 si dedica con passione all’architettura..
Il suo piano di creare una “Prospettiva di città ideale” è una sorta di manifesto della nuova architettura milanese, ormai pienamente rinascimentale.

Le sue opere architettoniche più famose a Milano sono Santa Maria Presso San Satiro del 1482-1486, la Trasformazione di Sant’Ambrogio del 1492-1500 e La canonica.
Di questo edificio Bramante riesce a costruire solo uno dei quattro lati previsti. Imposta le colonne per il secondo, che non verrà mai innalzato. Una caratteristica importante di questo progetto è la presenza di colonne ad tronkonos (simili a dei tronchi d’albero spogliati) che reggono un arco di trionfo.
Tutto il complesso ha lo scopo di ricordare un foro romano, avendo un porticato sui quattro lati e con un arco di trionfo per ogni lato.
A Milano lascia anche altre importanti opere commissionate da Ludovico il Moro e dal fratello Ascanio Sforza.
La richiesta dei committenti riguarda due interventi: la creazione di una canonica e due chiostri per i monaci cistercensi.
Al centro dei due grandi chiostri del Bramante c’è un refettorio che oggi ospita l’Università Cattolica.
Invenzione del Bramante è la concezione di un nuovo tipo di convento, tipologia imitata poi per tutto il ‘500.
Il portico è altissimo, 7,5 metri d’altezza e serve ad ospitare grandi stanze, come mense e biblioteche, oltre che due piani di celle per i monaci.Nel 1492 progetta la tribuna di Santa Maria delle Grazie, imposta la Sagrestia Vecchia e il chiostro minore.

Nello stesso periodo progetta la canonica di Sant’Ambrogio, incompiuta, e nel 1497 i due chiostri del monastero cistercense di Sant’Ambrogio, realizzati poi da altri artisti.
In questi anni Bramante è attivo a Milano anche come pittore: lascia gli affreschi frammentari “Uomini d’arme e filosofi” (oggi a Brera) per la casa del poeta Gaspare Visconti, mecenate e protettore dell’artista.
Bramantino, ovvero Bartolomeo Suardi, che studia dal Bramante dopo un’iniziale formazione presso Bernardino Butinone.
Milano è occupata dalla Francia ragion per cui molti artisti, tra cui anche Leonardo, sono costretti ad abbandonare la città.
Verso il finire del 1499, anche Bramante lascia Milano per trasferirsi a Roma. Realizza il Chiostro di Santa Maria della Pace, il Tempietto di San Pietro in Montorio, commissionato dal Re di Spagna e il Cortile del Belvedere.

Durante la sua permanenza a Roma Bramante ha occasione di incontrare vari architetti come fra’ Giocondo, Giuliano da Sangallo e, Baldassarre Peruzzi ed altri artisti geniali come il grande Raffaello e Michelangelo.
Nel 1506 Bramante viene nominato architetto pontificio da Giulio II, incaricandolo della demolizione e ricostruzione dell’antica basilica costantiniana di San Pietro.
Il progetto del Bramante è originale e grandioso.
Nel progetto di San Pietro l’architetto Bramante integra il coro in un corpo longitudinale, allarga il diametro della crociera e quello della cupola e colloca la tomba di San Pietro esattamente al centro, proponendo un edificio a pianta centrale a croce greca con altre quattro croci greche più piccole disposte simmetricamente intorno ad una grande cupola centrale.
Rinuncia a questo progetto perché il papa fece concentrare i lavori sul braccio del coro e sulla cappella funeraria.
utto il piano bramantesco della Basilica di San Pietro non viene eseguito per vari motivi anche se comunque lascerà una forte impronta nello sviluppo successivo dell’edificio con il sistema della grande volta a botte con i quattro pennacchi diagonali che sorreggono una vasta cupola emisferica.
Non riesce a terminare il lavoro in quanto nel 1514 il Bramante muore, ma i lavori su San Pietro continuano, affidati prima a Raffaello e successivamente a Michelangelo, che termina la grandiosa cupola.
Bramante muore infatti a Roma nell’aprile del 1514 a settant’anni e fu sepolto nelle grotte vaticane.
Il suo contributo rimane fondamentale per l’evoluzione dell’arte e dell’architettura.

- La meraviglia dormiente.di Francesca Nicolò

È uno dei dipinti più noti ed iconici di fine ottocento, certamente il capolavoro, di Sir Francis Leigthon.
La storia della tela è molto particolare e suggestiva.
Il disegno nacque infatti originariamente per creare la decorazione di una sala da bagno in marmo, ma una volta ultimati i bozzetti frutto di molto studio e lavoro, per rendere la posa della donna addormentata sul sedile di marmo, Leigthon decise di farne un quadro.

Secondo molti critici la posa della modella richiama quella della Notte scolpita da Michelangelo per le cappelle medicee a Firenze, ma ciò che colpisce maggiormente del dipinto è la straordinaria veste trasparente arancione che vela senza nascondere le forme della donna addormentata.
Il tramonto sul mare nello sfondo è come un’eco dei colori in primo piano. L’abito ovviamente, ma anche il viso arrossato dal caldo e dal sonno e i lunghi capelli castano dorato che lo incorniciano sono un chiaro richiamo al calore e arsura estiva.
Un fiore d’oleandro purpureo che si protende verso il capo della donna: essa è una pianta dalle foglie velenose, allusione forse al misterioso legame che esiste tra morte e sonno.
Il dipinto fu terminato nel 1895, pochi mesi prima della morte di Leigthon, e acquistato dai proprietari della rivista The Graphic che fecero omaggio di una copia dello stesso ai lettori nel numero di Natale di quell’anno.
Successivamente scomparve e non se ne seppe più nulla fino al 1960, quando fu trovato da un muratore e portato in un negozio di antiquariato che lo mise in vendita per 50 sterline.
Andrew Lloyd Webber, futuro noto musicista, lo vide e se ne innamorò tanto da volerlo acquistare, ma non riuscì a farsi prestare i soldi che occorrevano e che lui non aveva.
Il dipinto per vie ignote ricomparve nel 1963 ad Amsterdam dove fu acquistato, dopo non aver raggiunto il minimo richiesto in un’asta pubblica, dal filantropo e uomo d’affari Luis A. Ferré per circa 1100 sterline. Ferré lo donò poi alla collezione di dipinti del museo di Ponce a Portorico dove è tuttora conservato, quando non fa il giro dei musei del globo.
Essendo una delle opere più esposte, più richieste e riprodotte al mondo non è inusuale che sia in viaggio in qualche località.
Perennemente in viaggio, nonostante rappresenti un momento di placida e profonda quiete.

- La Musa del Re Lucertoladi Francesca Nicolò

Pamela Courson, la compagna storica e musa di Jim Morrison dei Doors, è stata una figura enigmatica e tragica, spesso descritta come la sua anima gemella ribelle, ma la sua storia è rimasta a lungo nell’ombra rispetto alla fama del cantante.
A causa della dipendenza da sostanze, fu anche considerata una delle cause della morte del frontman in quanto erano frequentatori abituali di spacciatori e locali malfamati.
Ma la realtà era qualcosa di più.
La loro relazione era tempestosa e passionale, alimentata da un amore profondo e perversamente autodistruttiva.

Era lei che si trovava con Jim Morrison nel suo appartamento di Parigi quando il cantante morì nel 1971. Nonostante le speculazioni e le teorie sulla morte di Morrison, Pamela è sempre rimasta ferma sulla sua versione degli eventi, affermando che Jim era morto per insufficienza cardiaca. La sua testimonianza è stata cruciale, ma anche oggetto di infinite discussioni e leggende metropolitane.Qualcuno azzardo persino l’ipotesi che fu complice nella morte del cantante in collaborazione con i servizi segreti, ma di questo non ve ne fu mai traccia.
Jim Morrison aveva nominato Pamela come la sua unica erede nel suo testamento, il che le garantì la sua intera fortuna alla sua morte.Tuttavia, Pamela morì anche lei prematuramente tre anni dopo Jim, nel 1974, per overdose di eroina, all’età di soli 27 anni, unendosi così al famigerato “Club dei 27” delle rockstar scomparse in giovane età.
Il suo destino, indissolubilmente legato a quello di Morrison, rimane una delle storie più malinconiche e affascinanti del rock.
Maledettamente straordinaria, profondamente umana e straordinariamente unica.

- Un viaggio verso l’infinitodi Francesca Nicolò

Ci sono pitture che colpiscono per l’assoluta perfezione dei dettagli, i colori vibranti e l’assoluta linearità rispetto alla realtà. Verismo dell’arte che diventa quasi opera fotografica di un attimo comune reso perfetto dalla bravura di una grande artista.
In questo senso, l’autore ne è custode narratore che restituisce bellezza al mondo.
Immagini percepite con ogni senso, dal gusto all’olfatto in quanto stimolano tutta l’anima all’osservazione di ogni singolo e prezioso particolare.
Vere e proprie esperienze immersive.




Gianna Masoero è una pittrice di impronta fotografica: il suo pennello sembra imprimere l’immagine nella stessa modalità dello scatto. Momenti sfuggenti e preziosi perché irripetibili. L’estro attinge da un presente fatto di occasioni diverse ma anche di profonde riflessioni che si dipanano in scenari a tratti onirici. I soggetti sono reali ma reinterpretati in una chiave nuova, coraggiosa ed innovativa.
Un viaggio, un percorso dove ogni opera è sorpresa, curiosità ma anche interrogativi profondi. Qual è la genesi di ogni opera?
Perché alcuni quadri sono vere e proprie fotografie e altri rappresentazioni senza definizione di tempo e spazio?




Si evince una certa poliedricità nell’uso di diversi soggetti, allocati in pose e ambienti differenti. Sguardi profondi e curiosi, quasi desiderosi di trapassare il confine tra opera e spettatore. Il mare è uno dei tanti protagonisti, e la sua rappresentazione è una cartolina sulla meraviglia.
Straordinaria la ricerca del particolare e lo studio fatto sui corpi umani che sembrano quasi plastici e in movimento, ispirati alla classicità ma che sembrano strizzare l’occhio al più moderno De Chirico. Quest’ultimo pittore ha dato ispirazione anche per l’utilizzo di colori che sembrano richiamare un tenue e ambiguo tramonto, sospeso tra sogno e realtà.
Una sorta di epifania del cuore attraverso l’anima.
Invito a guardare oltre quella realtà che troppo spesso consideriamo banale e ovvia.



Ogni artista è un mondo da scoprire e conoscere, e in queste opere la meraviglia risiede nel fatto che ogni scorcio è magia e stupore. Non solo perché, oggettivamente, si tratta di materiale dalle prospettive ottime, dai colori bilanciati e dalla sapiente bravura tecnica: sono portali dell’arte che conducono l’anima in un viaggio nella riflessione.
Quella vera, su cui dovrebbe interrogarsi ogni essere umano.


- La morte di un’anima immensa e dannatamente fragile.di Francesca Nicolò

12 MAGGIO 1995 moriva MIA MARTINI, la grande voce della solitudine e della libertà di essere sé stessi in un modo profondamente ipocrita e meschino.
Il 14 maggio 1995, dopo due giorni di silenzio, il corpo senza vita venne ritrovato in un appartamento a Cardano al Campo, in provincia di Varese. Aveva provato a chiamare diverse volte la sorella Loredana invano. Secondo il referto del medico legale, più tardi, si stabilirà che la morte è avvenuta per un arresto cardiaco, causato da un’overdose di stupefacenti.Poco importano le diverse supposizioni su come sia avvenuta la morte: il vuoto che ha lasciato è stato immenso e incolmabile.
Perché la morte, quella sociale, l’aveva già provata e sofferta.
Atroce e immotivata, perfida come solo gli esseri umani sanno essere.

Il 15 maggio il corpo venne cremato, e il caso archiviato.
Ai suoi funerali, a Busto Arsizio, prendono parte migliaia di fan, un discreto numero di persone dello spettacolo. Amici che si erano prodigati per aiutarla, rifiutando quel becero ostracismo che aveva caratterizzato la carriera della cantante.
Assieme a Mina, Ornella Vanoni e poche oltre è stata una delle più grandi cantanti ed interpreti di dimensione realmente nazionale ed internazionale, una fuoriclasse nel senso totale del termine.Un talento già predestinato fin dalla più tenera età.
Nata nel 1947 a Bagnara Calabra, Domenica Bertè, detta ”Mimì”, intraprese subito una propensione all’arte.Scriveva poesie, leggeva, e cantava, in ogni luogo e occasione.
Grande voce, ma l’aspetto non convinceva per i dorati anni 70 dove l’estetica e la presenza erano fondamentali.La sua era una bellezza particolare e non scontata, e grazie al suo talento partecipò ai primi festival ma un brutto episodio segnò questa fase iniziale di una carriera sì in salita, ma più che promettente.
Un arresto per pochi grammi di hashish, il 19 agosto del 1969.
A 21 anni Mia finì in galera per 35 mg di spinello. Scontando 4 mesi di carcere a Tempio Pausania, in provincia di Sassari, causando non pochi problemi anche al precario equilibrio familiare.

E’ un periodo nero, in cui si fanno avanti anche i propositi di suicidio.
Ma lei possedeva un’arma potente dentro le viscere: cantava.
Lo faceva di notte, in cella, con le detenute che la stavano ad ascoltare. Un timbro deciso, che si evolve con la maturità e le prove che la vita mette davanti.
Con la libertà iniziano nuovamente i concerti e arriva l’occasione.
E’ al Piper, bazzicato anche da un certo Renato Zero e dalla sorella Loredana, che la notò Crocetta, notissimo impresario dell’epoca, e le trovò un nome.
Mia, come la Farrow.Martini, come la bevanda alcolica italiana più famosa del mondo.
Il talento in Italia serve poco a nulla, soprattutto nel mondo dello spettacolo.
Lei si fa strada, ma c’è qualcosa che la tiene a terra, inchiodata.L’amore è la sua tragedia.
Lo cerca, lo vuole, lo canta. Ma non l’accompagna. Lo dirà anche lei.
Si deve confrontare così con la sua solitudine, cementata, ad un certo punto, da una vergogna agghiacciante: la ”sfiga”. Mia Martini porta sfortuna, è una jellatrice.Così si dice.

Tutto cominciò una sera in cui pioveva forte prima del concerto e lei fa presente che quel telone issato alla meglio non reggerà. Il telone crolla e le voci che un’artista come lei porti incidenti e disgrazie iniziarono a girare. Quando passava, dietro Mia Martini c’ era gente che si toccava le parti intime esattamente come per i gatti neri. Gente stupida, ma i cui gesti fanno molto male.
Le apparizioni in televisione, alla fine, saranno con il tempo meno di quanto lei meriti. Inoltre, poco tempo dopo, due ragazzi del suo gruppo si schiantano con la macchina. Colpa sua. Neanche nei racconti gotici di maledizioni, anatemi o altri magheggi.
Però Mia Martini era una grande artista e con questi atteggiamenti, alla fine, continua comunque a fare la sua strada, convivendo con un’atmosfera che non comprenderà mai.
In ogni sua canzone c’è sempre parte della sua biografia.
Una missione, la sua, mirata al processo di liberazione della donna da tutto il contesto sociale. Anche da dove era venuta. Non si ama, ma la musica la riscatta.
Però sa anche ridere, tanto, in modo chiassoso.
Non è una diva. Non è apparenza, c’è e basta.
Nel 1974, per i critici europei, è la “cantante dell’anno”.Bruno Lauzi la descriverà così: “Avere Mia Martini come interprete è come essere in America ed avere Barbara Streisand”.

Internazionale Mimì lo diventò davvero.
Trionfò in Francia con Charles Aznavour, ottenendo un successo strepitoso degno di Edith Piaf.Ma in Italia, la situazione è diversa e pesante.
Al Festivalbar, quando si iscrive, se ne vanno gli altri artisti.
Poi i problemi di salute: due operazioni e otto mesi senza cantare.
Torna con ”E non finisce mica il cielo” e si allontana di nuovo. Il tempo però le dà ragione.
Incanta con ”Almeno tu nell’universo”, ”La nevicata del ’56”, ”Gli uomini non cambiano”.E’ il momento in cui tutti si accorgono definitivamente di lei.
E la ”sfiga” inizia a scomparire.
L’amore che Mia Martini offre sul palco è per tutti coloro che ne ammirano le gesta e la voce.
Ciò che sta intorno è una lunga salita e discesa di stati d’animi, una lunga preparazione, in fondo, all’addio.
Per passare oltre venti anni dentro un’inciviltà da medioevo bisogna essere forti.
Dentro a questo vortice però c’è l’arte, c’è Fossati, Baglioni, Califano, coloro che la apprezzano e le scrivono delle canzoni che lei trasforma in perle rare, in stelle comete, in emozioni che vibrano.
Tanto fragile e tanto granitica Mia, con la sua intensità inimitabile, il suo dolore, il graffio di una nota, il blues, il jazz, il dialetto.
Le capita di essere leggera e vera in un mondo di ipocrisie. In punta di piedi era arrivata, in punta di piedi, senza far rumore, se n’è andata in una giornata qualunque.
Lasciando vuoto un angolo fondamentale della storia musicale di questa nazione.Mai più riempito.

- I Custodi del Papadi Francesca Nicolò

Il 22 gennaio del 1506 papa Giulio II della Rovere istituì ufficialmente la Guardia Svizzera per difendere la sua persona e il papato dai nemici ma anche per allontanare da sé la possibilità non così remota di essere assassinato, ai tempi non così remota.
Giulio II, salito sul soglio di Pietro nel 1503, volle circondarsi di un corpo di guardie scelte. Dato che qualche anno prima Sisto IV, il papa che volle la costruzione della Cappella Sistina, aveva tessuto le lodi di una compagnia di abili soldati svizzeri, il pontefice in carica volle scegliere i soldati provenienti da quella nazione.
Con l’aiuto del canonico svizzero pietro di Hertenstein, il 9 settembre del 1506 furono arruolati i primi 150 soldati svizzeri provenienti dal cantone di Zurigo.
Oggi la Guardia Svizzera Pontificia ha il compito di proteggere il Papa nella Città del vaticano e durante i suoi viaggi per il mondo, occupandosi anche dei servizi d’onore durante i ricevimenti dei capi di stato e durante le udienze.

Non è vero come spesso si narra che fu Michelangelo a disegnare loro divise: è una di quelle leggende che circolano sul conto del grande artista fiorentino.
I colori attuali delle divise di gala furono scelti da papa Leone X de’ Medici: rosso, giallo e blu ovvero i tre colori della sua casata. Nel corso dei secoli la forma delle vesti ha subito numerose variazioni fino ad arrivare a quelle che oggi tutti conoscono.
L’ultima versione delle divise, quella che oggi si può apprezzare, fu disegnata dal comandante Jules Repond nei primi anni del Novecento. Invece della gorgiera a pieghe oggi viene sfoggiato un colletto bianco mentre il cappello precedente ha lasciato spazio al basco sul quale si distinguono i gradi dei soldati.
Ma la storia non finisce qui…

- La musica come messaggio potente e scomodo.di Francesca Nicolò

Come molti di voi sanno, amo scoprire ogni genere di arte che veicola un messaggio e, da amante della musica, è finalmente arrivata l’ora di raccontare qualcosa di entusiasmante ed unico.
Perché nonostante la complessità del mettere in parole ciò che si ascolta, è meraviglioso descrivere le emozioni che si provano ascoltando queste canzoni. Felicissima, dunque, che sia arrivato questo momento.
Oggi racconto del Duo Frenkin Official, la cui musica è assolutamente da attenzionare.
I brani, che vi invito ad ascoltare, hanno catturato fin da subito il mio interesse e sicuramente faranno altrettanto con voi.
Potete trovare le loro produzioni al link sottostante:
https://www.youtube.com/@FrenkinOfficial

Musiche che trattano diversi temi in modo a volte anche irriverente, tormentato e graffiante ma che regalano sempre poesia in mezzo ad un mondo sempre più malato e corrotto.
Tanti i temi trattati, come l’amore che viene spesso raccontato nelle sue molteplici ed infinite sfaccettature e personalità, quasi sempre in contrasto e vorticosamente legate ad emozioni alternate.

Si percepisce quanto Frenkin sia composto da un duo di artisti assolutamente curiosi, veri e profondi in quella che è una perfetta analisi della società e della natura umana.
Molti incanalerebbero il genere musicale come un semplice rap o pop ma io non sono per nulla d’accordo. E’ molto di più.
Personalmente ho ritenuto che ascoltare questi brani fosse un viaggio profondo nell’anima dei due artisti che con le sue parole attraversa la vita, la società e le anime che attraversano l’esistenza.
E non sempre il percorso è lineare.
A dire la verità, quasi mai.
Ma il bello di questa musica, dai ritmi forti e delicati al tempo stesso, è proprio questo.
Raccontare la bellezza attraverso la melodia dell’anima, nei ritmi troviamo un cuore che batte forte e si emoziona.
Sinergia perfetta ed equilibrio di poeta della melodia.

- Una serata fantasy molto specialedi Francesca Nicolò

Venerdì 2 Maggio si è tenuta una bellissima serata presso la Biblioteca Civica “V. Doneda” di Venegono Inferiore tutta a tema fantasy. Grazie alla sinergia di un’amministrazione comunale e una biblioteca sempre all’avanguardia e attenta alle necessità di un’utenza sempre variegata e poliedrica, è stato possibile realizzare non solo una semplice presentazione ma una vera e propria serata interattiva tra scrittore, artista e pubblico.

Roberto Fontana e Alessandro Gobbi sono stati protagonisti della serata, due personalità unite da una grande passione e una profonda e vivace intelligenza.
Una presentazione per questi due grandi personaggi è più doverosa, anche le loro opere sono la massima espressione del loro estro e creatività straordinaria.
Appassionato lettore di Tolkien, Roberto Fontana è noto sia in Italia che all’estero come autore e saggista di genere fantasy. Esperto di calligrafie legate all’universo fantasy e tolkeniano. Dopo essere stato presidente dell’Associazione Culturale Granburrone, attualmente è socio dell’AIST – Associazione Italiana Studi Tolkieniani.



Alessandro Gobbi è invece un artista che ricrea miniature fantasy preziose e irripetibili. Curate nei minimi particolari, in maniera microscopica e con tecnica manuale ed estremamente precisa. Le sue opere parlano da sole e ad ogni sguardo regalano una nuovo, suggestiva sorpresa.
Vanno osservate e scoperte.


















Assistere a presentazioni come questa è una magia, di quelle che ti trasportano in mondi lontani e straordinari. Nati dalla fantasia ma talmente strutturati da sembrare veri e regalare un’unicità incredibile ad ogni lettura.
Non sono libri o sculture, sono viaggi in un grande universo. Composto da equilibri, paesaggi, leggi e ritmi di vita che diventano anche oggetto di studio.
Al pari della lingua elfica, che consta di diverse etnie e cadenze.
Esempio straordinario di come l’uomo possa immaginare mondi apparentemente lontani, ma vicini perché frutto della mente e della sua stessa fantasia.
Testimoni di quanto sia meraviglioso l’estro umano, spesso dimenticato e mai adeguatamente apprezzato.

- Il primo politologo della storia.di Francesca Nicolò

Machiavelli è stato un importante scrittore, storico, drammaturgo e filosofo del Rinascimento, identificato come il padre della scienza politica moderna. Nacque a Firenze il 3 Maggio 1469 da Bernardo e Bartolomea de’ Nelli.
Machiavelli, come Leonardo da Vinci, incarnò perfettamente lo stereotipo del nuovo uomo rinascimentale. Nello specifico Machiavelli espresse questa nuova visione del mondo con spregiudicatezza e tramite una personalità di acuta intelligenza, combinazione che è oggi definita con il termine machiavellico, spesso adoperato in modo errato e superficiale. Machiavelli scrisse molto, la sua attività ufficiale è, infatti, testimoniata da un’imponente quantità di scritti, composti in massima parte da corrispondenza tenuta con funzionari e comandanti militari per conto degli organi centrali. Machiavelli fu un personaggio chiave anche per la diplomazia, svolgendo molti incarichi e missioni presso le più importanti corti italiane e straniere. I suoi incarichi diplomatici furono fondamentali per la sua esperienza e conoscenza delle dinamiche del panorama politico dell’epoca, la “experienza delle cose moderne” che Machiavelli stesso ricorda nella prima pagina del suo più famoso componimento: il Principe.

Machiavelli venne anche coinvolto nella stesura di rapporti su questioni del dominio fiorentino o sui risultati delle missioni di membri della signoria o di organi assembleari. Iniziò la sua formazione nella metà degli anni ’70 del Quattrocento, studiando la grammatica e l’abaco. Dal 1481 seguì le lezioni di ser Paolo Sasso da Ronciglione nello Studio Fiorentino. In adolescenza si dedicò anche ai classici latini e studiò storici come Livio e Giustino. Durante la giovinezza si dedicò alla lettura filosofica di Lucrezio. Nella prima metà degli anni ’90 del 1400, Machiavelli tentò di stringere rapporti con Giuliano de’ Medici, al quale si rivolse più tardi, nel 1513, per risolvere i guai giudiziari in cui cadde. Dopo la cacciata dei Medici del 1494 e l’instaurazione della repubblica, Machiavelli si avvicinò agli ambienti aristocratici che inizialmente favorirono l’ascesa di Savonarola, e che immediatamente dopo l’affermazione del frate passarono all’opposizione provocandone la caduta. Nel 1498, dopo la morte di Savonarola, fu nominato segretario della seconda cancelleria e poco dopo anche segretario dei Dieci. Forse la nomina fu favorita dagli ambienti aristocratici ai quali si era avvicinato e dal Primo Cancelliere Marcello Virgilio. Nel maggio del 1499 realizzò il suo primo scritto di prosa politica: si tratta del Discorso sopra Pisa, redatto forse per una Consulta.

Machiavelli visse negli ultimi anni della sua vita in un piccolo villaggio fuori Firenze. Morì il 21 giugno 1527 a Firenze e ricevette l’estrema unzione nella chiesa di Santa Croce. Ironicamente, durante i suoi ultimi anni, a Machiavelli fu proibito di entrare in quella chiesa.
La sua influenza è ancora viva nel pensiero di tutto il mondo ed è di fatto considerato il primo politologo italiano.

- Un perfetto equilibrio tra simbolismo e razionalismo.di Francesca Nicolò

Ho sempre adorato le opere non convenzionali, che spesso vengono considerate complicate e difficili da interpretare. La verità che queste creazioni parlano dritte all’anima e la catapultano all’interno dei meandri di ciò che mai si vuole andare a vedere.
Estro molto particolare quello di Francesca Borgia, che abbraccia diversi stili e sinergie in una perfetta coesione d’insieme.



Uno stile che strizza l’occhio al contemporaneo, probabilmente guardando a Pollock e alla sua libertà del colore come elemento principale, eppure non mancano i richiami ai ritratti formali e compositi. Reinterpretati con un pensiero moderno e profondamente introspettivo, per liberare l’anima ad ogni pennellata.
Le gettate stesse del colore ne suggeriscono un lavoro estremamente organizzato e strutturato a seconda dell’opera e probabilmente del messaggio che si vuole trasmettere.
Una pittura per molti versi anche simbolista nei contenuti e nei soggetti, apparentemente casuali e che tali non sono.



Francesca Borgia racconta di una pittura simbolista ma razionale, in quanto gli spazi sono perfettamente delimitati ed equilibrati nonostante i soggetti, come detto, non appartengano ad una dimensione perfettamente reale. Ciononostante, il tutto è un perfetto equilibro di colore, sensazioni e riflessioni. Opere simili non possono non invitare ad un pensiero profondo e coraggioso

Amo personalmente l’uso di colori tanto vivaci e rilassanti come il blu che sembra essere uno dei colori prediletti di Francesca Borgia.
Tonalità che invita ad una piena accettazione del messaggio di ogni opera: potente e al tempo stesso delicato nella carezza che dona all’anima.
Si possono passare ore infinite ad ammirare quadri come questo, scovando sempre qualcosa di magico.
Immersi in una quiete fluida e pacata.

Un viaggio che è una scoperta del proprio io. Guidati da un’artista, ispirati dal suo estro e cullati dalle immagini.
Naufragare in questa bellezza è un atto assolutamente necessario.

- Un dipinto, una donna e tante voci.di Francesca Nicolò

Aluica Gradenico fu una dogaressa veneziana del Trecento.
Figura leggendaria e piuttosto enigmatica, dotata di straordinaria bellezza, a circa 45 anni sposò in seconde nozze l’ottantenne doge Marino Falier da cui prese il nome e con cui è conosciuta alla maggior parte delle persone.
A Venezia si vociferava che la dogaressa avesse costumi licenziosi e non proprio consoni al suo status. Si parlava senza ritegno di «Marin Falier beco» e, secondo il racconto che fa Marin Sanudo nelle sue “Vite dei duchi di Venezia”, fu trovato scritto sul suo seggio: «Marin Falier, da la bela moier, altri la gode e lui la mantien».In poche parole di apostrofava il marito come il classico “cornuto”.

Dell’epigramma offensivo fu giudicato colpevole il patrizio Michele Steno, punito poi con una pena che il doge ritenne insufficiente. Tutto sarebbe iniziato a una festa a Palazzo Ducale dove lo Steno, invaghitosi di una damigella della dogaressa, avrebbe fatto un atto sconveniente, provocando l’ordine del doge di cacciarlo dalla sala; nella stessa notte, per ritorsione, lo Steno avrebbe tracciato la scritta ingiuriosa.
Secondo una romantica versione dei fatti, proprio l’affronto ad Aluica avrebbe
spinto il doge a organizzare la congiura contro lo Stato, per cui è drammaticamente passato alla storia.
Marino Falier fu accusato, infatti, di aver tramato per instaurare una sorta di signoria personale con l’appoggio delle classi popolari e, condannato a morte, il 17 aprile 1355 fu decapitato sul pianerottolo della scalinata del Palazzo Ducale.
Difficile dire come si siano svolti veramente i fatti e se l’offesa alla moglie abbia avuto realmente un ruolo nella congiura. Sta di fatto che Aluica Gradenico sopravvisse all’illustre consorte vivendo ancora per parecchi anni.
Morto Falier, le fu restituita la dote e un gioiello, ricevette un vitalizio e le fu risarcito l’importo dei suoi mobili, venduti all’asta insieme a quelli del marito.
Agli splendori del potere, però, si sostituì per lei il dramma di una vita agitata e solitaria: Aluica si ritirò prima in monastero, poi a Verona e, tornata a Venezia, prese dimora in una casa che le era stata risparmiata dalla confisca.
Forse schiacciata dal peso dei ricordi, afflitta dalle pressioni dei parenti che ambivano alla sua eredità, la patrizia perse progressivamente lucidità, tanto che i magistrati ritennero opportuno annullare due dei suoi tre testamenti. Nell’ultimo, datato 7 marzo 1387, si accenna al Falier con il semplice nome, tacendone la dignità, ed è da ritenere che sia stato dettato da Aluica poco prima di morire.
La figura della dogaressa implicata nei drammatici eventi suscitò la fantasia di poeti e compositori.
Nell’opera “Marino Faliero” di Donizetti, Aluica si trasforma nel personaggio di Elena che, in lacrime, rivela al marito in attesa del patibolo un tremendo segreto: di averlo tradito con Fernando, nipote dello stesso doge.
Dapprima furioso, Faliero si placa e perdona la sposa, che lo assiste fino a poco prima dell’esecuzione. Degli ultimi istanti, a Elena giungono solo terribili rumori confusi. Quando i tamburi annunciano la morte, la donna, distrutta dal rimorso, cade svenuta, ma prima pone una disperata domanda, destinata a rimanere senza risposta:
«Egli ha detto una parola… fu per me?»Una storia che, ancora oggi, fa riflettere su quanto il peso delle parole possa fare molto male ed uccidere più della spada.

- Passione e Pasqua nel cinemadi Francesca Nicolò

Spesso i temi religiosi sono estremamente scomodi da trattare e ancora di più rappresentare in chiave cinematografica. Vuoi per una sorta di aberrante politicamente corretto che aleggia quasi tirannico ovunque, vuoi perché argomento che spesso viene osteggiato a prescindere.
Gesù e la passione sono stati rappresentati innumerevoli volte e tutte con una forma assolutamente diversa, nonostante l’evoluzione della trama fosse sempre la medesima.
Produzioni e frutto di correnti e stili diversi che hanno regalato sempre interpretazioni differenti e anche coraggiosamente innovative.Oggi il nostro viaggio racconterà delle diverse e più note produzioni cinematografiche.

Partiamo da uno dei miei preferiti, Il Re dei Re con Jeffrey Hunter del 1961. Film fedele alle scritture canoniche e non solo. I tratti somatici del protagonista sono molto simili a quelle delle riproduzioni cristiane. Il film è bello, intenso, non eccedendo troppo nella sofferenza.
Gesù ha uno sguardo magnetico e che sembra guardare dentro al cuore di ognuno.
Un film da vedere sicuramente.

Nel 1988 è la volta di Martin Scorsese, regista conosciuto ed apprezzato in ogni dove nel globo, che si cimentò nel ritrarre un Gesù umano e straordinario nell’Ultima Tentazione di Cristo.Rottura per molti versi, e scandalo per il cinema. Tuttavia non si può negare la bravura dell’interpretazione di Willem Dafoe di un Cristo uomo e complesso. Diviso tra il suo essere uomo e il dover adempiere a ciò che il destino ha voluto per lui.
Straordinario, coraggioso e necessario.

Quello che ho rivalutato è invece La passione di Cristo del 2004 diretto da Mel Gibson. Un film che venne accusato di antisemitismo, eccessivo splatter e imprecisioni. Aldilà di ogni possibile e spesso futile polemica, è innegabile che questo film descriva un dolore disumano passato da un uomo. Jim Caviezel, che ebbe non poche difficoltà durante le riprese, racconta di un martirio aldilà di ogni umana tolleranza. E per i detrattori, le ferite inferte furono ispirate dalla Sacra Sindone. La quale, ed è bene ricordarlo, non aveva nemmeno un centimetro di pelle libero da piaghe e torture.
Non una visione facile, ma pregna del messaggio che questo abominio sia il preludio alla vera rinascita di vita.

Sul filone della moda di quegli anni, nel 1973 arriva nelle sale Jesus Christ Superstar, una rivisitazione musical della passione e della nascita di Cristo con Tim Rice ai testi e Andrew Lloyd Webber alla musica. La trama del film racconta l’ultima settimana della vita di Cristo prima della crocifissione. Ted Neeley al suo esordio cinematografico, per il ruolo di Gesù ottenne un buon riconoscimento e venne candidato ad un Golden Globe.
Non rientra tra i miei preferiti, ma è innegabile quanto spesso la cultura del periodo possa influenzare anche le scelte stilistiche di artisti e registi e ovviamente questo film ne è emblema.

Per noi italiani è doveroso citare anche due produzioni cinematografiche importantissime.
La prima fu sceneggiato televisivo Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli che ancora oggi è forse quello maggiormente ricordato nel nostro paese. Zeffirelli inizialmente prese in considerazione l’idea di Dustin Hoffman e Al Pacino per il ruolo di Gesù, ma scelse infine come protagonista Robert Powell. Il quale, era un personaggio assolutamente sopra le righe ma molto simile all’immagine dell’iconografia classica cristiana.
Convivendo senza essere sposato, si attirò molte critiche fino a convolare a nozze prima durante le riprese. Nel 1978, anno di produzione della pellicola, si attuò il referendum a favore del divorzio: simili comportamenti nel paese che “ospitava” il Vaticano erano molto mal visti.
Pellicola molto bella e diretta magistralmente, ma a mio avviso molto canonica e poco coraggiosa nel voler approfondire l’umanità intima di Cristo.

Infine, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, del 1964. Opera che precorreva i tempi e che non venne mai apprezzata del tutto, sicuramente per la personalità di un regista controverso e magnetico.
Gesù è uomo, rivoluzionario e paga per aver spinto il popolo alla ribellione pacifica da un nemico oppressore. La sua risurrezione è interpretata come una rivincita del bene umano sul male.
I richiami alla fede sono molteplici ma è chiaro quanto sia predominante l’intento umanista del regista: ossia quello che Gesù sia intrinsecamente e profondamente essere umano. Non solo figlio di Dio, ma fattosi umano in tutto e per tutto vicino ai suoi simili.
Difficile, controversa e unica.

La Passione e la Resurrezione di Cristo sono argomenti su cui posa le fondamenta di un culto mondiale. Gesù affascina e incuriosisce per il messaggio potente e rivoluzionario che trasmette. Pace e amore in un mondo tormentato da guerre e conflitti, non molto diverso da quello che si vive ora.
Ho sempre raccomandato la lettura di tutti i Vangeli sia canonici che apocrifi per approfondire la vita del profeta che non era solo “un porgi l’altra guancia”. Avendo tradotto il discorso della montagna, trovo in ogni parola di questa figura straordinaria qualcosa di unico e prezioso ogni volta.
Una delle prime figure che esortò ad amare la giustizia e a battersi per essa fino alla fine, attraversati da una passione che pochi possono avere il privilegio di vivere.
Forse per questo che la sua storia non è mai venuta meno in questo desiderio di raccontarla.
La storia di un sogno che si è fatto uomo, rinascendo dopo una morte atroce per donare speranza a chi non sa nemmeno cosa sia un conforto nel cuore.
Il vero messaggio della Pasqua non è mai stato il dolore, ma la rinascita a vita nuova nel segno dell’amore.
E meno male che, a volte, i film lo ricordano con meravigliosa enfasi.

- Time unfoldingdi Francesca Nicolò

Mi sono recata di recente a Firenze e non potuto fare a meno di notare, in pieno centro città una statua sorprendente in mezzo a monumenti storici noti e apprezzati.

Si tratta di “Time Unfolding”, l’opera di Thomas J. Price.
Rappresenta, per la prima volta,una giovane donna del nostro tempo. Nessun piedistallo, nessuna posa solenne: solo lei, immersa nella quotidianità, connessa al mondo che cambia.

Un’opera che parla di oggi. Da scoprire, da interpretare.
Una posa comune a quella di molte giovani, immersa nei suoi pensieri mentre si trova nel cuore della cultura mondiale.E voi cosa ne pensate?

- Un immenso grazie ❤️di Francesca Nicolò

Grazie al prezioso supporto del gruppo de “La Varese Nascosta” sono riuscita a ricostruire alcuni dei murales dell’opera di Reggiori. Un lavoro non facile, ma grazie ai diversi commenti degli utenti è stato possibile ricostruire uno dei capolavori di Varese.
Biglietto da visita e ingresso alla città giardino.
Prima di procedere con la loro analisi e collocazione, potete trovare i dettagli dell’opera nel link sottostante:
L’opera si divide tra rappresentazioni dei luoghi simbolo della provincia ed immagini legate alla vita di Cristo.
Cominciamo il viaggio attraverso i meravigliosi scenari.
Oggi purtroppo, e occorre ribadirlo, meritano accurato restauro ma i colori vibranti ed accesi resilienti e tenaci sono davvero uno spettacolo unico e impareggiabile.
Eremo di Santa Caterina del Sasso

Chiesa di San Pietro in Campagna a Luino

San Pietro a Gemonio

Torre di Velate, Chiesa di San Cassiano e Sacro Monte.

Monastero di Torba

Collegiata di San Vittore a Brezzo di Bedero

Badia di Ganna

Chiesa di Santo Stefano

Gli episodi della vita di Gesù, hanno alcune importanti curiosità.
Ad esempio, la scena della fuga in Egitto è volutamente rivolta in senso opposto all’opera di Guttuso presente in località Sacro Monte.
Non poteva mancare anche un profondo grazie alla figura dello studioso varesino Giuseppe Terziroli, autore delle foto che vedete, recentemente scomparso.
Il suo lavoro di ricostruzione è stata una guida preziosa e indispensabile.

- Linda, artista dai mille colori.di Francesca Nicolò

I quadri irriverenti e da una “angolazione” diversa hanno sempre catturato la mia attenzione. Perché li ritengo fuori dagli schemi, ribelli e determinati nella loro bellezza non convenzionale. E poi chi definisce cosa sia arte o meno?
Ad analizzare bene la storia passata anche Michelangelo e Leonardo vennero considerati rivoluzionari e fuori dagli schemi, Caravaggio poi…un capolavoro dietro l’altro ma un accompagnato da una sregolatezza dietra l’altra: forse straordinario e dannato come pochi al mondo.
Tutto questo a rimarcare che gli artisti sono pionieri nell’esprimersi e chi osserva le loro opere dovrebbe approcciarsi a loro con questo spirito.


Linda Pirovano è una donna che sa sperimentare e non ha paura di farlo. Attinge a diversi stili, con precisione e cura padroneggiando tecniche diverse e non sempre facili da utilizzare.
Si percepisce quanto l’estro sia poliedrico ed estremamente curioso.
Soggetti vari, ma raffigurati sempre in ottica sorprendente e unica, quasi a ribadire il messaggio che si accompagna ad ogni sua opera.
L’artista vuole scoprire, oltre ogni possibile rappresentazione.
Da qui la rappresentazione di paesaggi reali immersi in uno scenario quasi fiabesco e indefinito. Unici e delicati.
Stupisce come quello che può essere scontato per uno sguardo poco attento nelle mani di Linda diventi magia.


Le foglie si muovono in una danza accarezzata da un vento che non si snoda vorticoso, ma sinuoso e rilassate. Al pari di un velo che tocca il viso o del sole primaverile che bacia la palle ai primi dolci splendori.
Il suo non è stile, ma passione che prende vita in quadri sempre nuovi e sorprendenti.
Temi molteplici, esattamente come le interpretazioni che essi suggeriscono.
Frutto di diversi momenti ed emozioni, ma caratterizzati tutti da un unicum: un profondo senso di trasporto, coinvolgimento e raccoglimento.




I soggetti sono uniti e in movimento, quasi come se volessero esprimersi e uscire dalla propria staticità artistica di opere d’arte, rompendo quella che è la divisione tra spettatore ed opera.
Una sorta di rottura della quarta parete in senso artistico. Per chi non ne fosse a conoscenza, si tratta di un’espressione usata in teatro dove l’attore interagisce direttamente con il pubblico.
E io, in questa opera, vedo una connessione profonda tra spettatore e opera: simbiosi che parla, scuote invita alla riflessione.




Linda è artista a cui piace la sperimentazione e curiosa. Lo si evince dallo sguardo che i suoi quadri regalano, fermo immagine di attimi immortalati in modi differenti e variegati.

Descrivere qualsiasi artista è sempre un viaggio bellissimo, da fare con grande rispetto e attenzione. Un mondo da scoprire dove vigono leggi ed equilibri da non mettere in discussione. Ogni opera è il prodotto di qualcosa di unico e irripetibile, frutto di emozioni, sensazioni e momenti.
Nel caso di Linda vi è anche una profonda spinta alla conoscenza interiore che fa vibrare l’anima nel profondo, scuotendo le nostre fondamenta e regalandoci una nuova, incredibile interpretazione.
Mai uguale, mai paga del muro di che le copre gli occhi dell’anima.
Ribelle e determinata ad alzare lo sguardo verso quello che nessuno ha il coraggio di vedere.
L’oltre, quello più vasto e infinito.

- La caduta dell’angelo che sfidò ciò che non si dovrebbe mai sfidare.di Francesca Nicolò

Il 25 Marzo il Cristianesimo ricorda uno degli episodi più noti al mondo: la caduta di Lucifero. Il più bello e amato degli angeli che si ribellò a Dio e ne divenne il nemico più avverso.
L’arte stessa rimase sempre affascinata dalla figura del signore del male, inebriata dal fascino proibito di colui che sfidò l’impossibile. Ed uno dei quadri più rappresentativi è Fallen Angel di Alexander Cabanel.
Opera fortemente significativa, profondo ed evocativo.
Riesce a suscitare un notevole impatto nei confronti di chi lo osserva. Realizzato in olio su tela nel 1847, all’apice della sua carriera artistica, esprime un modo di voler fare pittura completamente realistico e decisivo nella raffigurazione dei sentimenti umani.
Oggi è conservato all’interno del Museè Fabre di Montpellier, in Francia, luogo natale dell’artista.

Il dipinto immortala l’esatto momento in cui dal risentimento e dal dolore nasce la ribellione nell’angelo caduto dal cielo. Le forme richiamo lo stile classicheggiante, non a caso il libro del profeta Ezechiele Lucifero lo descrive «perfetto in bellezza». Le ali si adagiano eleganti al suolo, senza forza di volare, senza vigore, spente. Invece il braccio destro copre parzialmente il viso in un gesto di protezione o più verosimilmente di risentimento.
Uno sguardo pieno di rabbia e di indignazione sconvolge lo spettatore. La caduta di Lucifero è accentuata da un’atmosfera tesa e pungente accentuata da alcuni piccoli gesti e dettagli. La posizione scomoda assunta dalla figura, con la schiena poggiata su una roccia, mostra un corpo carico di vibrazioni negative e sul punto di colpire qualcosa o qualcuno. Anche la posizione degli arti e il tono della muscolatura inducono quasi una sorta di violenza, una reazione furiosa nei confronti di un gesto imperdonabile.
Gli occhi sembrano voler dire tutto ciò che bisogna sapere. Sono struggenti, carichi di ira e agitazione. Ma lo stesso sguardo, per quanto possa essere colmo di collera, non può mentire e non riesce a nascondere una grande quantità di dolore e sofferenza. Le lacrime tradiscono l’angelo, incapace di trattenerle, e scendono senza freno facendo da contrasto al rosso iracondo degli occhi. Uno sguardo umano, non più angelico, si staglia sul viso perfetto dell’angelo caduto. Sembra urlare che no, Lucifero non è sul punto di arrendersi, al contrario, è sul punto di alzarsi e ribellarsi con tutte le sue forze scatenando una tempesta carica di furore.
I particolari, mai come in questo dipinto, assumono un ruolo fondamentale, descrivono la forte carica espressiva che inevitabilmente travolge lo spettatore. La rifinitura della lacrima è tanto precisa da renderla simile ad una goccia di cristallo che scende lungo il viso delicato di Lucifero, l’Angelo Caduto. L’incarnato perfetto e arrossato dal pianto incornicia un limpido e cristallino occhio azzurro in contrasto con le sopracciglia spesse e dure. La capigliatura dai boccoli dai riflessi ramati richiama il rossore degli occhi, ma nell’insieme i colori non vengono messi particolarmente in risalto ed entrano pienamente in simbiosi con il contesto dominante della scena.

- Un regalo specialedi Francesca Nicolò

Come avrete letto, da quasi un anno collaboro al meraviglioso gruppo di promozione letteraria I Petali dell’arte, scrivendo diverse recensioni per gli autori proposti settimanalmente e commentando le opere di alcuni pittori.
Oggi vorrei analizzare un prezioso quadro, creato dal meraviglioso estro creativo di Lella Bergomi, una donna che sa stupire con il magico tocco del pennello
Un dono unico, che racconta l’essenza più intima del gruppo.
I fiori, colorati e predominanti, rappresentano un po’ il simbolo del gruppo, da sempre caratterizzato da un clima vivace, collaborativo e gioioso. Essi sono dipinti in una posa dinamica che li raccoglie in quella che sembra una danza sinuosa, cullata da un delicato vento.
Non a caso, il nome stesso, ossia Petali dell’arte, richiama ad un linguaggio proveniente dall’universo floreale, dove ad ogni petalo corrisponde una dimensione dell’infinito mondo artistico.
La cornice paesaggistica richiama ad un piccolo villaggio ai piedi di montagne appena accennate.
Ma ad attirare l’attenzione è il cielo sopra di esse, ricolmo e straripante di colori, in contrapposizione alla terra senza diventarne conflitto.
Difatti, il bilanciamento della mano sapiente di Lella Bergomi ha fatto sì che si creasse una sorta di ponte tra cielo e terra, riprendendo parte dei colori dei fiori nelle sfumature del sole e delle nubi.
Quasi a voler indicare che l’equilibrio stesso del nostro gruppo si fonda su un legame profondo tra realtà ed infinito, esattamente come l’arte dovrebbe essere.
Attraverso l’arte si è scritta su tela una pagina di meraviglia e dolcezza di un gruppo di donne ed professioniste straordinarie.
Rappresentazione perfetta di un lavoro continuo, attento e scrupoloso.
Infinitamente grazie.

- Per il saggio nulla è invisibile.di Francesca Nicolò

Fin da quando iniziai a studiare la sua vita, Brunelleschi mi risultò sempre un’avventura continua e straordinaria.
Colto, intraprendente e coraggioso fu una delle figure più rappresentative del Rinascimento. E nella cupola di Santa Maria del Fiore, gioiello incredibile di architettura ed arte, è rappresentata emblematicamente l’essenza stessa della sua esistenza.
E oggi vorrei raccontare di questa impresa impossibile perfettamente riuscita.

Per quanto potrà sembrare incredibile, Brunelleschi prima della cupola non aveva costruito nulla. Qualche scultura, decorazioni in bronzo, orologi e disegni, ma nessun edificio. Nonostante questo, i suoi contemporanei decisero di affidargli il cantiere, affiancandogli il celebre e stimato orafo Lorenzo Ghiberti.
Brunelleschi non la prese molto bene (si racconta fosse una persona estremamente complessa ed impetuosa), sebbene i dubbi erano più comprensibili da parte dei committenti che si accingevano a mettere nelle mani di un novellino la più complessa impresa architettonica mai conosciuta fino ad allora.
Per protestare Brunelleschi durante i lavori si finse malato e si assentò dal cantiere per 10 giorni. In sua assenza l’orafo non fu in grado di portare avanti il cantiere nemmeno di un mattone, e fu subito mandato via lasciando campo libero al trionfante Filippo.

Terminata la costruzione della Cattedrale, l’Opera del Duomo richiamò Brunelleschi da Roma a Firenze per affidargli l’incarico. Filippo, fingendosi totalmente disinteressato alla cosa, disse che in quegli anni si era dedicato ad altro e non aveva idea di come risolvere il problema della Cupola. Quindi consigliò loro di indire un concorso a livello internazionale così da coinvolgere tutti i migliori architetti d’Europa.
In realtà Brunelleschi si trovava a Roma da diversi anni con l’unico scopo di studiare i reperti romani e riuscire a trovare il modo di voltare la cupola. Consapevole di essere l’unico architetto con la soluzione più elegante e semplice da realizzare, indusse i committenti a organizzare il concorso così da dimostrare a tutta Europa di essere il miglior architetto in vita.
Dopo mesi di consultazioni e di progetti dalle soluzioni più stravaganti, i giudici non erano ancora in grado di scegliere il vincitore.
Brunelleschi, quindi, propose di risolvere la questione con un indovinello. Pose davanti a tutti un uovo e disse “chi di voi sarà in grado di mettere dritto quest’uovo, sarà così ingegnoso da poter ottenere la vittoria”. Nessuno dei presenti riuscì nell’impresa, nonostante sforzi e riflessioni attente. Alla fine di tutti provò Filippo, che semplicemente ruppe la parte bassa del guscio dell’uovo e lo posizionò in verticale. Poi esclamò “spesso le soluzioni più semplici sono le migliori, come il mio progetto” e vinse la commissione.

Una volta concluso il cantiere, una legge non scritta obbligò gli architetti fiorentini a costruire edifici che non superassero in altezza la cupola di Brunelleschi.
Sebbene questo divieto possa sembrare piuttosto incredibile, grazie ad esso Firenze mantiene intatto uno skyline davvero unico da cui la Cattedrale di Santa Maria del Fiore svetta incontrastata tra le tante architetture antiche e moderne della città.
A conclusione della cupola fu costruita la lanterna, sempre su progetto di Brunelleschi, a partire dal 31 dicembre 1436. Il celebre architetto morì nel 1446 senza vedere conclusi i lavori.
Al termine della lanterna venne posizionata una palla di rame ricoperta d’oro progettata da Andrea del Verrocchio (maestro di Leonardo da Vinci). Purtroppo il rame, scelto per la leggerezza, e l’oro, che completava estaticamente l’opera, sono degli ottimi conduttori elettrici: posti a quell’altezza sono diventati i migliori bersagli di violenti e dannosi fulmini.
Fu proprio un fulmine, nel 1601, ad aver fatto crollare a terra la sfera dorata, provocando ingenti danni alla cupola e agli edifici confinanti alla cattedrale. Si racconta, addirittura, che le schegge di pietra raggiunsero la vicina via de Servi.
Oggi, a ricordo del punto in cui cadde la sfera, è stata posta una semplice lastra di marmo bianco priva di scritte.
Meraviglia di bellezza da togliere il fiato.

- Paesaggi del cuore e dell’anima.di Francesca Nicolò

I quadri di Leonello Rossi mi hanno scaldato il cuore. Per un ricordo prezioso e pieno d’amore: la sua pittura mi ricorda molto quella di una persona cara.
Soggetti diversi ma tutti profondi e d’impatto. Fotografe fissate ricche di diversi particolari.
Una casa in una deliziosa campagna che strizza l’occhio a Van Gogh: possiamo infatti notare come la pennellata sia fluida e dinamica come un pensiero.
Si intuisce che le creazioni siano un divenire di immagini e pensieri. Diario di emozioni preziose ed uniche.


Immagini, o meglio fotografie di paesaggi quieti e placidi. Porti sicuri dove fare riposare il cuore. I tratti definiti ma non eccessivamente marcati. Poesia di colore e anche di suoni.
Leonello Rossi compie, infatti, una magia silenziosa ma travolgente al tempo stesso. I rumori del mare si possono sentire, perché sono un richiamo al cuore alle sensazioni che spesso rimangono assopite.
Avete presente quando ascoltate il mare attraverso una conchiglia? La sensazione è esattamente quella. Travolti da una meraviglia come il mare e la sua infinita distesa.
Uno degli spettacoli più belli del creato, reso fotogramma di bellezza da una pittura delicata ed introspettiva.


Osserviamo anche scene di vita semplice, un po’ contadina e un po’ provinciale. Dipinta in stagioni e momenti diversi, ma sempre affascinante e preziosa.
L’uomo in bicicletta hai i contorni definiti ed è parte perfetta di un’unica immagine meravigliosa. Periodo autunnale o invernale? L’abbigliamento suggerisce che il freddo sia abbastanza pungente, eppure il soggetto corre lungo la riva e osserva i particolari.
Fermando un momento unico in un’azione come tante.




Le campagne, i prati e le loro distese che accolgono sogni e pensieri di individui di ogni sorta sono un palcoscenico verso l’infinito. Indefinito ma mai così vicino all’anima degli esseri umani.
Non è un caso che un pittore decida di ergere come prediletti simili ambientazioni. E’ una scelta che brama la voglia di meraviglia, libera da ogni confine o costrizione. Scevra da ogni oppressione o vincolo.
Rappresentare un paesaggio richiede cura, studio ed attenzione per i tantissimi particolari da analizzare e scrutare, riproducendoli in scala sulla tela, e non è possibile non fare un parallelo con gli impressionisti.


Viene da supporre che la tecnica pittorica e la realizzazione dell’opera sia stata svolta en plain air, ossia all’aria aperta e in momenti differenti. I colori scelti sono caldi, vibranti ed accoglienti come un profondo abbraccio dell’artista al suo pubblico.
Quadri che non vanno solo visti o osservati, bisogna avvicinarsi con la mente aperta alle percezioni del cuore.
E, credetemi, non è un compito facile ma le meravigliose opere di Leonello Rossi meritano questo.





L’arte come ricordo, come emozione e come presenza. Emozioni che si imprimono su tela e che parlano in attesa che qualcuno le ascolti.
Raccontano di bellezza, straordinaria normalità e infinito.
Oltre quelli orizzonti l’anima sta parlando, non lasciatela inascoltata.

- La donna che affascinò il divodi Francesca Nicolò

Misteriosa, silenziosa ed enigmatica.
Natacha Rambova, è stata una danzatrice, scenografa, costumista, designer, sceneggiatrice statunitense, nota per essere stata la seconda moglie di Rodolfo Valentino, dopo una liaison travagliata con il danzatore russo Theodore Kosloff, la Rambova curò anche l’immagine di Rodolfo Valentino.
Attirando su di sé non poche critiche per il carattere complesso e molto determinato.

Disegnava con successo, scene e costumi di molti balletti e, di film scrisse le sceneggiature.
Nata come Winifred Kimball Shaughnessy, a Salt Lake City nel 1897, adottata dal quarto marito della madre, l’industriale di cosmetici Richard Hudnut, prese il nome di Winifred Hudnut, ma assunse lo pseudonimo di “Natacha Rambova” dopo essere stata mandata a studiare in Inghilterra, da dove scappò finendo in Russia.
Lì si dedicò al suo grande amore per la danza, viaggiando in tournée con il Balletto Imperiale Russo, recatasi negli USA venne poi sorpresa dalla rivoluzione, che la costrinse a fermarsi dov’era, fu così che prese a interessarsi di scenografia e costumi.
Fu anche attrice, spiritista, egittologa e donna moderna per quei tempi.

Il divo di Hollywood rimase colpito da una donna tanto sfrontata quanto coraggiosa. La amò con devozione e trasporto ma il loro rapporto finì a causa della carriera in ascesa del divo.
Il suo entourage non vedeva di buon occhio le ingerenze della moglie e l’influenza che ella esercitava su di lui.
Dopo il divorzio,Natacha Rambova lasciò spettacolo e si dedicò al collezionismo e all’egittologia, di cui divenne un’esperta studiosa. Si trasferì a vivere in Europa. Nel 1934, sposò il conte Alvaro de Urzaiz.
A causa di una grave forma di sclerodermia è morta il 5 giugno 1966 a Pasadena all’età di 69 anni.Donna libera, determinata e mai dimenticata dal divo.

- Reggiori: artista della bellezza a portata di tutti.di Francesca Nicolò

Tra le tante personalità artistiche di rilievo che Varese e la provincia possono annoverare vi è anche lo straordinario Albino Reggiori.
Nativo di Laveno Mombello, dove nacque il 7 luglio 1933, ebbe fin dall’adolescenza una grande passione per l’arte e la decorazione della ceramica. Complice anche la straordinaria tradizione artigiana tipica delle zone lagunari del lago maggiore che hanno visto la nascita di tantissimi artisti e la creazione di opere straordinarie.
Entrò come decoratore nella fabbrica lavenese Verbano, frequentando contemporaneamente la scuola serale di disegno dell’Istituto Professionale della sua città natale, presso la quale si diplomò con grande successo, arrivando a diventare anche docente. Apprezzato, stimato e caratterizzato da un profondo senso di ricerca e attenzione al particolare.
Il riconoscimento e gli apprezzamenti non tardarono ad arrivare da tutta Italia: le esposizioni di Faenza, Gubbio, Albissola, Castellamonte e Gualdo Tadino del 1955, poco più che ventenne, furono accompagnate da un riscontro più che ottimo di pubblico e critica.

Nelle ceramiche di Reggiori si intravedeva un’impronta quasi rinascimentale, unita alle forme gotiche e dritte che tanto lo affascinavano. Lo studio della prospettiva e la rappresentazione di alcune delle cattedrali europee più suggestive regalano il ritratto di un’artista profondamente attento ad ogni scorcio e dalla memoria quasi fotografia, analitica e scrutatrice di ogni singolo aspetto, anche di quello che sembra più scontato.
Fece diverse esposizioni, fino a diventare, dal 1983 al 1995, Presidente e Direttore della Civica Raccolta di Terraglia Museo della Ceramica di Cerro. Nel cuore metropolita e viaggiatore di un uomo tanto straordinario vi era caro il ricordo della sua terra e infatti fu soci fondatori dell’Associazione Liberi Artisti della Provincia di Varese.
Un chiaro segnale di un legame profondo e mai venuto meno, soprattutto al fine di preservare quanto i luoghi che gli avevano regalato la vita avevano da custodire. In particolare, egli voleva anche creare una rete di supporto che potesse permettere agli artisti di emergere.
Consapevole e conscio delle tante difficoltà incontrate nella propria strada di affermazione, fu sempre in prima linea per promuovere e diffondere cultura in ogni ambito.
Morì a Mombello il 18 agosto 2006.

Personalità eclettica, straordinaria e curiosa che volle donare qualcosa di unico.
Grande, unica e cartolina meravigliosa di arte eterna ed infinita.
Artista prezioso che merita di essere onorato e ricordato.

- Il primo bacio dell’arte.di Francesca Nicolò

L’arte non è solo bellezza, ma anche espressione di sentimenti umani e delicati.
Ne è una prova un’opera di Giotto molto nota, che però viene analizzata semplicemente accademico.
Nulla togliere ai professionisti dell’arte ma credo che anche i sentimenti debbano avere la parte che meritano.
Ed ecco arrivare ad una sorpresa.

Siamo a Padova, nella cappella dal cielo blu: ossia quella degli Scrovegni. In essa l’artista impresse la vita di Gesù partendo dalla nascita di Maria.
In quello che sembra istantanea fugace di un momento di tenerezza, ecco che si trova il primo bacio della storia dell’arte.

Esso suggella un abbraccio sacro per gli estremi che lo dettano.
Non c’è età, non c’è bellezza terrena, non ci sono valori se non quelli basati sull’Amore scevro di qualsivoglia sovrastruttura terrena.
Solo una reale bellezza può essere capace di questo.
E questo episodi vede protagonisti i genitori della Vergine.
La scena viene descritta nelle Sacre Scritture.
Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando:
“Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre.”La coppia ha appena appreso la notizia che mai si sarebbe aspettata: la gravidanza di Anna.
E nella felicità del momento, il gesto più dolce.
L’inizio di ogni cosa da un gesto d’amore profondo e devoto.
Esattamente come il messaggio cristiano.

- L’arte che denuncia.di Francesca Nicolò

Uno dei centri più suggestivi della provincia di Catania, Caltagirone, nel 1800 ha dato i natali a uno scultore le cui opere ancora oggi sono oggetto di dibattito. Mi riferisco a Salvatore Grita, nato nel 1828.
Salvatore venne affidato in tenera età alle monache di clausura, e il padre lo riconobbe solo nel 1854, quando Salvatore aveva ben 26 anni. Ebbe il primo contatto con la scultura nella bottega del marmoraro catanese Pasquale Privitera, attivo a Caltagirone; poi studiò a Catania e anche a Napoli. Successivamente si guadagnò da vivere dando lezioni ad altri artisti e realizzando alcuni busti, tra i quali quello del ministro Filippo Cordova. Contemporaneamente si dedicava alla realizzazione di alcune opere.
La sua tecnica è caratterizzata dal realismo con rimandi alla scultura toscana del quattrocento. Il tema della sua arte fu quasi sempre l’impegno sociale: era dunque interessato a stimolare lariflessione del pubblico. Alcune delle sue opere più famose sono ”La piccola proletaria”, omaggio al socialismo umanitario di Robert Owen e ”La cieca che legge”.

Ancora oggi si parla di una delle sue sculture più conosciute, la cui ispirazione affonda le radici nell’infanzia travagliata di Grita, ”Voto contro natura”. Realizzata tra il 1860 e il 1870, è la denuncia anticlericale della terribile pratica della monacazione forzata. Il soggetto è una donna in abiti religiosi e in stato di maternità, nascosta in un angolo in un profondo stato di disperazione, quasi come fosse prigioniera.
Vi si trova una dedica incisa nel basamento della scultura: ”Ai protettori e sostenitori del voto contro natura”, un vero e proprio urlo contro chi favoriva la pratica della monacazione forzata delle ragazze incinte. L’ambiente attorno alla donna è inequivocabilmente misero, squallido, a sottolineare la tristezza e l’impotenza del soggetto.

Salvatore Grita volle manifestare il suo disprezzo e il suo dolore contro la pratica dell’epoca di internare in convento le ragazze madri, forse anche perché lui stesso, figlio di una giovanissima ragazza madre, crebbe in orfanotrofio affidato alle suore di clausura, che evidentemente non gli lasciarono un ottimo ricordo. Dunque la vicenda era per lui profondamente sentita.
L’opera si trova attualmente in mostra presso la Galleria d’Arte Moderna di Firenze, all’interno del maestoso Palazzo Pitti. Grita fu anche giornalista. Con la collaborazione nel 1867 alla redazione del periodico fiorentino Il Gazzettino delle arti del disegno, iniziò l’attività di polemista e critico d’arte militante checaratterizzerà l’ultima fase della sua vita.
Ottenne alcuni sussidi e la commissione di qualche busto, come quelli di Alessandro Manzoni (1875-76) e Massimo d’Azeglio (1877-78), tuttavia non riusciva spesso a terminare in tempo i lavori. Dopo gli ultimi busti eseguiti su commissione di Crispi, quello dello stesso Crispi, che andò disperso, e quello della moglie Rosalia Montmasson, le ristrettezze economiche lo portarono allaperdita e al sequestro del suo studio, nel 1897. L’anno successivo abbandonò le idee politiche liberali in favore del socialismo.
Lo scultore siciliano che ebbe il coraggio di denunciare una delle tante ingiustizie subite dalle donne, e non solo, si spense a Roma nel 1912.

- Manuela de Pregi: artista senza confini.di Francesca Nicolò

Quando mi sono approcciata alle opere di Manuela de Pregi, sono rimasta rapita dal fatto che non vi siano confini. Colori, forme e schizzi perfettamente combinati tra loro in quello che sembra davvero un perfetto specchio d’anima.
Da un primo e fuggente sguardo (cosa che mai si dovrebbe fare quando si osserva le opere d’arte) le figure e le immagini appaiono slegate tra di loro, in realtà sono pezzi d’infinito impresso sulla tela. Tatuate in un paesaggio che non ha alcuna dimensione perché risiede nel pensiero.
Tripudio e completo trionfo di colori e tonalità incredibili e magiche.


Paesaggi che non hanno confini, esattamente come i sogni. Prezioso scrigno di poesia artistica. Ad osservare gli scenari fioriti è innegabile la connessione con i quadri di Monet e Van Gogh, dove le pennellate sono definite dalle emozioni e pertanto ci trova davanti ad una pittura quasi dinamica. I campi fiori pare prendano vita e si muovano alla danza del vento, coccolati ed illuminati da un raggio caldo di sole.
Nei volti raffigurati, ho invece trovato un richiamo all’arte figurativa e di impronta storico- narrativa di Dante Gabriel Rossetti. Un coraggioso esponente del gruppo dei Preraffaelliti bramoso di ricreare arte allo stato puro, unendo tradizioni storiche e leggendarie.
Sono famose le pitture raffiguranti Ofelia e Beatrice: donne dominae nel senso latino del termine, creature mondane che di umano hanno solo l’aspetto in quanto la loro stessa essenza non è di questo mondo.


Gli artisti sanno emozionare con la poetica della loro arte. Esattamente al pari di un poeta essi imprimono sulle tele quello che molti dipingono con le parole sulla carta. Una similitudine che rende l’idea di quanto possa essere perfetta l’arte nella sua apparente complessità.
Troppo spesso raccolgo commenti pressapochistici e semplicistici riguardo l’estro delle varie personalità che si celano dietro ad un’opera. Sono degni di nota solo i “grandi” e in questo periodo storico aggiungerei quelli con una buona agenzia di marketing.
Nessuno indaga oltre il conosciuto, cercando anche in altre figure meno note, la bellezza. La figura di un mecenate dell’arte è pressoché ed, ahimè completamente evanescente.
Manuela de Pregi ha diversi soggetti e mai uguali gli anni agli altri. Un segnale forte di una non conformità a regole e schemi prefissi di mode e costumi. Netto rifiuto ad un mondo sempre più imprigionato verso il commercio delle opere rispetto a cosa esse rappresentino veramente.
E solo questa scelta andrebbe premiata e riconosciuta. Scardinare i dogmi introducendo qualcosa di nuovo è una forma di incoscienza straordinaria. Ovviamente non nel senso negativo del termine, ma in quello letterale: si va oltre ciò che la società detta.


Credo che molti di questi dipinti siano espressione di emozioni, anche contrastanti tra loro, e mi permetto di evincerlo dalla molteplice scelta dei colori, dei volti e delle pose.
Il colore rosso trasmette un certo dinamismo, forse permeato da una rabbia forte ma sicuramente colmo di passione e frenesia. Il blu è calma e delicatezza e i volti sono rappresentati in pose quasi estatiche. Sfuggenti ma mai distanti del tutto da chi le scruta desideroso di carpirne l’intrinseca essenza.
I toni del marrone mi trasmettono una sorta di inquietudine e fragilità, forse bramosi di una parvenza di equilibrio.


Ribandendo quanto detto in precedenza, ogni artista non dovrebbe mai essere incasellato in qualche stile perché chi custodisce l’arte nel cuore merita la libertà della propria anima e qualsiasi definizione sarebbe davvero limitante e fuorviante.
Sicuramente non sono opere che vanno viste una volta sola. Trasmettono qualcosa di unico ad ogni visione e ad ogni persona che a loro si avvicina.
Curiosa, diffidente o in qualsiasi altro modo si voglia approcciare.


Occorre osservare con gli occhi e ascoltare con il cuore ciò che l’artista imprime attraverso l’anima. Un lavoro faticoso e coraggioso, perché affonda le radici in ciò che più ci è sconosciuto: il nostro io.
Avremmo anche scoperto ogni anfratto del nostro mondo, e stiamo per scoprire la galassia ma nessun essere umano potrà mai dire di conoscere appieno il proprio incoscio.
E in questo, gli artisti sono gli esploratori più coraggiosi.

- Banksydi Francesca Nicolò

Banksy è un artista di strada britannico, regista e attivista politico anonimo, noto per i suoi pezzi di street art satirici e subversivi.
Le sue opere combinano umorismo oscuro con graffiti eseguiti con una tecnica distintiva di stencil. I suoi temi spesso includono critica politica e sociale, e la sua identità rimane sconosciuta nonostante la sua fama internazionale.Nel mondo dell’arte contemporanea, poche figure sono avvolte da un alone di mistero paragonabile a quello che circonda Banksy, l’artista di strada britannico la cui identità rimane un segreto nonostante la fama globale. Conosciuto per i suoi pezzi satirici e politicamente carichi, Banksy ha trasformato muri urbani e angoli di città in tele per la sua arte provocatoria, spesso lasciando dietro di sé un dibattito acceso e una serie di domande sulla sua vera identità.

Le teorie sull’identità di Banksy sono numerose e variegate. Alcuni sostengono che dietro questo pseudonimo si nasconda un singolo genio, mentre altri ipotizzano che Banksy sia il frontman di un collettivo di artisti. Gli indizi sono sparsi e spesso contraddittori, ma ciò non ha fatto altro che alimentare l’interesse e la curiosità del pubblico e degli addetti ai lavori.
Uno degli indizi più citati riguarda il musicista Robert Del Naja, membro della band trip-hop Massive Attack. Del Naja, noto anche come 3D, era un graffitista prima di diventare famoso con la sua musica e ha ammesso di conoscere Banksy. La teoria ha guadagnato credibilità quando è stato notato che molte opere di Banksy sono apparse in città poco dopo i concerti dei Massive Attack. Tuttavia, Del Naja ha sempre negato di essere Banksy, definendo queste speculazioni come un divertente caso di coincidenza.
Un altro nome che è stato spesso associato a Banksy è quello di Robin Gunningham, un artista di Bristol che è stato indicato da un’indagine del giornale britannico “The Mail on Sunday” nel 2008. La ricerca si basava su una foto scattata nel 2004, che ritraeva una persona che si credeva fosse Banksy al lavoro. Nonostante le somiglianze con le poche immagini note di Banksy, non ci sono prove concrete che collegano Cunningham all’artista misterioso.
L’aura di mistero che circonda Banksy ha contribuito a creare un mito, rendendo ogni sua opera ancora più preziosa e ricercata. Le sue mostre non autorizzate e le sue installazioni improvvisate, come il parco a tema “Dismaland” o il suo hotel a Betlemme con vista sul muro di separazione in Cisgiordania, sono diventate leggenda. Banksy utilizza l’anonimato come strumento per sfidare le convenzioni e per mettere in discussione le strutture di potere, spingendo il pubblico a riflettere su temi come la guerra, la povertà e l’ingiustizia sociale.
Nonostante i tentativi di svelare la sua identità, Banksy continua a mantenere il controllo sulla sua narrazione, giocando con i media e con i suoi seguaci. Ad esempio, ha creato un’asta auto-distruttiva di una sua opera, “Girl with Balloon”, che si è parzialmente triturata dopo essere stata venduta per oltre un milione di sterline. Questo gesto ha dimostrato la sua abilità nel rimanere sempre un passo avanti, mantenendo il suo status di enigma vivente.
In conclusione, l’identità di Banksy rimane uno dei più affascinanti misteri dell’arte contemporanea. Che si tratti di un singolo artista o di un collettivo, Banksy ha saputo trasformare l’anonimato in un potente strumento di espressione artistica e di critica sociale. Mentre il mondo continua a speculare, Banksy persiste nel suo gioco di nascondino, lasciando dietro di sé non solo opere d’arte, ma anche un’eredità di interrogativi e di ispirazione.
Una delle opere più iconiche di Banksy è “Girl with Balloon”, che raffigura una giovane ragazza che allunga la mano verso un palloncino rosso a forma di cuore. Quest’immagine, che è stata riprodotta innumerevoli volte, simboleggia la perdita dell’innocenza e la natura effimera della gioia. La potenza di questa immagine è stata ulteriormente rafforzata quando, durante un’asta nel 2018, una stampa di “Girl with Balloon” si è auto-distrutta attraverso un trituratore nascosto nella cornice, subito dopo essere stata venduta. Questo atto ha creato un dibattito globale sull’arte, il suo valore e la sua permanenza.

Un altro pezzo significativo è “The Flower Thrower”, che mostra un uomo con il volto coperto che sembra lanciare un mazzo di fiori come se fosse un cocktail Molotov. Quest’opera è diventata un simbolo di resistenza pacifica e di protesta, suggerendo che l’amore e la bellezza possono essere potenti strumenti di cambiamento sociale. L’immagine è diventata un’icona per i movimenti di protesta in tutto il mondo, dimostrando come l’arte di Banksy trascenda le barriere culturali e linguistiche per toccare temi universali.
Banksy non si limita a creare arte che sia visivamente accattivante; egli spesso incorpora elementi interattivi che sfidano lo spettatore a riflettere sulle questioni più urgenti della società. Ad esempio, il suo pezzo “There is Always Hope” presenta la frase accanto a un’altra immagine di una ragazza con un palloncino, questa volta sospeso fuori dalla sua portata. Questa opera è stata interpretata come un messaggio di speranza in tempi di disperazione, incoraggiando gli osservatori a non perdere la fede nel potere del cambiamento positivo.
L’impatto sociale dell’arte di Banksy è innegabile. Le sue opere hanno stimolato il dialogo su argomenti come la guerra, la povertà, l’ingiustizia e i diritti degli animali. Ad esempio, il suo murale “No Loitrin” è una critica mordace alla sorveglianza di massa, mentre “Follow Your Dreams” è stato cancellato con la parola “CANCELLED” sopra di esso, una potente metafora del modo in cui la società soffoca spesso l’aspirazione individuale.
L’arte di Banksy ha anche un impatto economico. Le città che ospitano le sue opere spesso sperimentano un aumento del turismo, poiché le persone viaggiano da lontano per vedere i suoi graffiti. Tuttavia, l’artista stesso ha espresso disprezzo per il mercato dell’arte commerciale, spesso criticando l’idea che l’arte debba essere venduta al miglior offerente.
In conclusione, Banksy è molto più di un artista di strada; è un fenomeno culturale che ha usato la sua arte per ispirare e provocare. Le sue opere iconiche continuano a influenzare il discorso pubblico e a sfidare le nostre percezioni del mondo. Anche se la sua identità rimane avvolta nel mistero, il messaggio dietro la sua arte è chiaro: è un invito a guardare oltre l’ovvio, a interrogare le strutture di potere e a ricordare che, anche nei momenti più bui, c’è sempre spazio per la speranza e il cambiamento.
Nel mondo dell’arte contemporanea, poche figure sono avvolte da un alone di mistero paragonabile a quello che circonda Banksy, l’artista di strada britannico la cui identità rimane un segreto gelosamente custodito. Nonostante, o forse proprio a causa di questo anonimato, le opere di Banksy hanno conquistato il cuore di milioni di persone, diventando icone culturali che sfidano le convenzioni e stimolano il dibattito pubblico.
Banksy è noto per i suoi pezzi satirici e subversivi, spesso imbevuti di commenti sociali e politici pungenti. Le sue opere sono apparse improvvisamente su muri e strade di città in tutto il mondo, da Londra a New York, da Gaza a Parigi, lasciando dietro di sé una scia di ammirazione e curiosità. La sua capacità di rimanere nell’ombra, sfuggendo alla celebrità personale, ha solo amplificato l’interesse nei suoi confronti, rendendo ogni nuova apparizione un evento mediatico.
L’anonimato di Banksy, tuttavia, non ha impedito alle sue opere di raggiungere cifre astronomiche sul mercato dell’arte. Al contrario, sembra che l’aura di mistero che circonda l’artista abbia alimentato ulteriormente la speculazione e l’apprezzamento dei suoi lavori. Le aste di pezzi attribuiti a Banksy hanno visto prezzi salire alle stelle, con collezionisti e appassionati disposti a spendere somme considerevoli per possedere un frammento di questo fenomeno culturale.
Questo paradosso – un artista che critica il consumismo e l’establishment artistico mentre le sue opere vengono vendute per milioni – è parte integrante del fascino di Banksy. La sua arte è un continuo gioco di equilibri tra l’accessibilità e l’esclusività, tra l’anonimato e la celebrità, tra il ribellismo e l’accettazione. Banksy sfida le aspettative, spingendo gli osservatori a interrogarsi sul vero significato dell’arte e sul suo ruolo nella società.
L’approccio di Banksy al mercato dell’arte è stato altrettanto provocatorio. Nel 2018, subito dopo essere stata venduta per oltre un milione di sterline presso la casa d’aste Sotheby’s, una delle sue opere più famose, “Girl with Balloon”, si è auto-distrutta parzialmente attraverso un trituratore nascosto nella cornice.
Questo gesto ha scatenato un dibattito globale: è stato un atto di critica verso il mercato dell’arte o ha involontariamente aumentato il valore dell’opera?
La risposta rimane sfuggente, proprio come l’identità dell’artista.
Nonostante le sue opere siano state talvolta rimosse, vandalizzate o vendute, Banksy continua a lasciare il segno nel tessuto urbano e culturale. La sua arte è diventata un veicolo per la riflessione e l’azione sociale, ispirando movimenti e dialoghi in tutto il mondo. La sua influenza si estende ben oltre i confini tradizionali dell’arte, toccando la vita di persone di ogni estrazione sociale.
In conclusione, Banksy rappresenta un fenomeno unico nel panorama artistico contemporaneo. Il suo anonimato e la sua arte sono diventati simboli di resistenza e di sfida alle convenzioni, mentre il suo rapporto con il mercato dell’arte continua a sollevare interrogativi sul valore e sul significato dell’arte stessa.
In un’epoca in cui tutto è scontato Bansky è un faro da custodire. - Frida Khalo e Diego Rivera.di Francesca Nicolò

Tutti conosciamo la storia d’amore di Frida Kahlo e Diego Rivera. La verità è che la loro storia d’amore era ben lungi dall’essere perfetta, delle volte era tossica, alimentata da gelosie, tradimenti ma sempre salvata da una passione incredibile. Un legame che per qualche motivo si è rinsaldato nonostante le fratture, gli allontanamenti e le separazioni.

I due artisti del resto hanno sempre concordato nel volere una relazione aperta. Non potevano stare davvero insieme né separati. La loro unione partiva non a caso da una passione scoccata al loro primo incontro: quando Frida vide Diego dipingere i murales con un Messico post-rivoluzionario e propenso al giustizialismo populista. Lei era solo una giovane studentessa, lui uno degli artisti più famosi e impegnati. Galeotta fu la collezione di quadri appartenenti all’arte preispanica che lui possedeva e che le fu d’ispirazione.

Ma questo inizialmente non bastò, Rivera aveva 36 anni e Frida 15. Solo alcuni più tardi e dopo il secondo divorzio del muralista messicano “l’elefante e la colomba” si unirono. Appena sposati nel 1929 il desiderio più grande della pittrice era avere un figlio. Un desiderio ben presto divenuto ossessione a causa delle conseguenze di un gravissimo incidente che lei aveva subito.
«Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’ “arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt?
Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre…
Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute per i sette anni che abbiamo vissuto insieme e tutte le arrabbiature da cui sono passata sono servite soltanto a farmi finalmente capire che ti amo più della mia stessa pelle e che, se anche tu non mi ami nello stesso modo, comunque in qualche modo mi ami.
Non è così?
Spero che sia sempre così e di tanto mi accontenterò.
Amami un poco, io ti adoro, Frida»
23 luglio 1935
Tra i tanti tradimenti reciproci la scelta di Rivera di finire con la sorella Cristina portò al divorzio ma neanche questo arrestò il loro amore. Ci volle solo un anno perché i due tornassero insieme tanto che si risposarono a San Francisco nel 1940.

Scontri e riconciliazioni, instabilità e sofferenza ma anche un amore diventato eterno.
Alla fine, quando Frida è morta nel 1955, Rivera ha detto solamente: “Ho capito che la cosa più bella della mia vita è stata il mio amore per Frida.
- Il quadro della vendettadi Francesca Nicolò

Il 10 febbraio 1791 nasceva a Venezia, Francesco Hayez, uno dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi.
Cantore della bellezza, dell’amore e dei valori risorgimentali, nella sua lunga vita è stato protagonista di cambiamenti epocali, testimoniando il passaggio dal Neoclassicismo al Romanticismo.
“Consiglio alla vendetta” è uno dei quadri più conosciuti e ammirati del pittore veneziano. Il primo di tre dipinti che Hayez dedica al tema della vendetta per amore.
Maria, la protagonista, ascolta il consiglio di una donna su come vendicare l’offesa subita dal suo amante. La consigliera di nome Rachele, indossa una (bautta), tipica maschera veneziana, che simboleggia la necessità di agire senza essere scoperti nel proprio intento mentre la protagonista tiene la maschera in mano.Nel volto della donna si legge il livore nei confronti dell’uomo che l’ha tradita, mentre l’amica la spinge alla vendetta: depositare nella bocca di leone di Palazzo Ducale a Venezia, una lettera di accusa contro l’amante, affinché venga sospettato di cospirare ai danni della Serenissima.
Il dipinto risale al 1851 e si trova al Liechtenstein Museum di Vienna.Il secondo, “Accusa Segreta” si trova a Pavia mentre il terzo, “Le veneziale” è addirittura scomparso e se ne può ammirare solo una copia presso Villa Carlotta a Tremazzina (Como).
Sempre artista straordinario e attento ad esprimere le emozioni in modo straordinario.

- Antonia Pozzidi Francesca Nicolò

Guardami: sono nuda.
Canto della mia nudità ANTONIA POZZI
Dall’inquieto languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare.
Solo un languido palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre.
Incerta è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore del bagno bianco
e m’inarcherò nuda domani sopra un letto,
se qualcuno mi prenderà.
E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.Raccontare la vita e l’arte di Antonia Pozzi è un compito arduo e scomodo. Come si potrebbe incanalare la poesia in un semplice articolo? Pensieri, riflessioni, dolori, ansie, paure sono impresse nelle parole di questa donna che ha saputo raccogliere in versi ciò che molti sono incapaci di esprimere.
Personalità curiosa, eclettica e profondamente coraggiosa che il mondo non apprezzò mai come ella avrebbe meritato.
Nacque a Milano, il 13 Febbraio 1912 da Roberto Pozzi, rinomato avvocato meneghino e Donna Lina Cavagna Sangiuliani, socialite colta e raffinata. Non mancarono, fin da bambina, gli stimoli ad Antonia. L’ambiente in cui crebbe era rinomato per essere frequentato non solo dall’élite milanese ma anche da alcuni dei più famosi e attivi intellettuali dell’epoca.
La stessa nonna, Maria Gramignola, era nipote di Tommaso Grossi, esponente del romanticismo lombardo. Imparò tre lingue, appassionandosi alla letteratura e filosofia, nutrita sicuramente dalla nutrita biblioteca paterna e dalla voglia di viaggiare trasmessa dai genitori.
Amava altresì trascorre periodi di dolce spensieratezza ed evasione nella villa di famiglia nel comune lecchese di Pasturo. Con l’avvento dell’adolescenza iniziò a dedicarsi anche alla fotografia. Affamata di vita e alla perenne ricerca del suo senso più intimo e intrinseco.

Chi mi parla non sa
La vita sognata 25 settembre 1933 ANTONIA POZZI
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.
Perché tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavamo in alto –
e così ti parevo più bella.
O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –
oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.
Frequentò il rinomato liceo Liceo Ginnasio Manzoni dove conobbe il grande amore della vita, l’insegnante Antonio Maria Cervi, e due amiche preziose: Lucia Bozzi e Elvira Gandini.
Donne che con le condividevano l’amore per la scrittura e la letteratura, che scelsero percorsi di vita differenti da quello della poetessa. La relazione con il professore non sarà facile, e vivrà moltissimi momenti di sconforto e tormento. I due amanti avevano caratteri differenti e talvolta non era per nulla facile trovare un sano equilibrio.
In questi anni, la poesia divenne elemento simbiotico delle giornate. Attraverso la scrittura, Antonia Pozzi liberava i pensieri e rifletteva sul grande mistero della vita.
Inutile dire che la relazione era profondamente osteggiata dallo stesso avvocato Pozzi, che si oppose alle nozze e fece sprofondare la giovane nella disperazione più nera.
Nemmeno una vacanza obbligata fece venire meno il sentimento che tormentava il cuore di una giovane ed appassionata Antonia.

Non avere un Dio
Grido
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla
– aiuto –
per la miseria
– che non ha fine –Iniziò, dopo il soggiorno nel Regno Unito, un periodo di viaggi ed esperienze in Europa. Dapprima in Sicilia, Grecia e Africa del Nord durante una crociera, per proseguire con Vienna e Venezia. Importantissima fu l’esperienza fatta in Germania che le permise di perfezionare la conoscenza della lingua tedesca, riconfermando la passione iniziata fin da giovanissima. Si iscrisse e concluse gli studi di Lettere e Filosofia. Si laureò in Estetica con una tesi su Flaubert, interrogandosi sul legame tra arte e vita incarnato dal Tonio Kröger di Thomas Mann.
Importantissime furono le amicizie con alcune delle menti più straordinarie del suo tempo: Vittorio Sereni e Enzo Paci, Remo Cantoni, Dino Formaggio e Paolo Treves. Quest’ultimo era un fervente antifascista e fu costretta a riparare in Inghilterra a causa delle leggi razziali.
In quest’occasione, venne rapita dal carisma di Remo Cantoni che definì un “secondo amore” senza però essere ricambiata. Ennesimo rifiuto che turbò profondamente la poetessa, pur nonostante il grande affetto che l’uomo provava nei suoi confronti.

«Nel tramonto le fabbriche incendiate
Periferia, 21 gennaio 1938
ululano per il cupo avvio dei treni…
Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori».Come se la vita non le avesse dato abbastanza bastonate, gli stessi amici criticano e non sono convinti delle poesie che Antonia Pozzi compone. A dire la verità, si mostrano abbastanza reticenti e cercano di contenerne l’entusiasmo. Non sono poesie, a loro parere, che possono avere un possibile gradito consenso. Troppo introspettive, auliche e spesso difficili da comprendere: ignorarono completamente ogni possibile obiezione fatta.
Fortunatamente il destino sa sempre come rendere giustizia, anche se con mezzi estremamente tardivi.
Stremata da una vita non facile e dai tanti tormenti, incluso ennesimo rifiuto di un tale amico Dino (di cui si sa veramente poco), si sdraiò sul prato, assume una forte dose di barbiturici ed accolse la morte.
Era il 2 dicembre 1938.

“Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un mal dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.
lettera d’addio di antonia pozzi ai genitori
La vostra Antonia”.Figlia umiliata, amante abbandonata, sposa rifiutata, madre spogliata: Antonia è una donna colpita a morte che sopravvisse morendo ogni giorno sempre di più. Ciò nonostante rimane una grande ed immensa poetessa. La grazia e la forza della sua sensibilità si fissano in poesia, l’autenticità e lo slancio del suo essere Donna, intelligente, creativa è un grido contro un mondo che la voleva costretta al ruolo che la sua condizione sociale imponeva.
Guerriera in un mondo che mai volle vedere la meraviglia che portava nel cuore e custodiva nell’anima come il più straordinario dei tesori.
Simbolo di infinito che non muore, nonostante il corpo non appartenga più a questa terra.
Antonia: poetessa dell’anime e voce del vero più puro.

- Liala e il Poetadi Francesca Nicolò

Liala fu un grande scrittrice del 900, attiva ed estremamente prolifica. Caratterizzata da una personalità determinata, ribelle e anticonvenzionale, fin dalla giovinezza si contraddistinse per la grande sete di conoscenza e di vita.
Sposatasi giovanissima con con il marchese e ufficiale di Marina Pompeo Cambiasi, si appassionò alla lettura fin da giovanissima ma fu la morte del marchese Vittorio Centurione Scotto, un ufficiale della Regia Aeronautica, a condurla verso la strada del destino.
La donna si separò presto dal marito, che non comprese mai appieno la personalità ecclettica e curiosa della moglie e incontrò l’ufficiale Scotto: incontro avvenuto quasi per caso, ma che sognò la vita di entrambi, tatuando a fuoco quel sentimento nel cuore della giovane Amalia Liana Negretti Odescalchi.
Il nome di nascita non fu mai emblematico quanto quello donato dal caro amico e poeta d’Annunzio, che conoscendo la determinazione della scrittrice, decise di creare qualcosa che avrebbe ricordato volo.
Amalia sarebbe diventata Liala, per ricordare le ali di un grande amore ma anche volare sempre più in alto attraverso le opere.
“Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome”
Gabriele d’annunzio
Liala non era figlia del suo tempo, era viaggiatrice dell’anima e sognatrice del cuore. Mai convenzionale e profondamente empatica con l’universo femminile.
Dalla penna di una donna fuori dal comune, che tradizionalmente scriveva di mercoledì, nacquero dei capolavori ricchi di pathos e coraggio. Perché i protagonisti dei suoi romanzi sono eroi contro un mondo ed un destino già stabilito.
Fieri oppositori di ciò che la realtà aveva già stabilito. Esattamente come per la loro creatrice, che si ribellò a chi la voleva donna impeccabile dei salotti buoni della nobiltà.
Lei era oltre tutto questo, ed ha sempre saputo volare alto.
Dove nessuno potesse dire cosa fare e non fare.
Oltre ogni ostacolo e vicino a chi l’aveva sempre compresa.
E forse, nel rapporto con il Poeta Vate, fatto di amicizia e stima reciproca, vide la luce, dopo tanto buio, la vera essenza di una delle scrittrici più rinomate del 900.
Liala, la donna che apparteneva ai moti del cielo.

- Amore tragico, amore senza fine.di Francesca Nicolò

È una delle storie d’amore più celebri ed allo stesso tempo tormentate: parliamo di quella tra il celebre soprano Maria Callas ed il miliardario Aristotele Onassis. Una storia d’amore paragonabile ad una tragedia greca, proprio come l’origine ellenica di entrambi, e che ha avuto il suo punto più basso quando Onassis sposò Jacqueline Kennedy, portando conseguentemente alla depressione la Divina.

Maria Callas, un’artista eccezionale,dotata di una voce particolare, che coniugava un timbro unico a volume notevole, grande estensione e agilità.
All’ unanimità è riconosciuta come la donna soprano più famosa al mondo.

Dietro al suo successo come artista, si cela una vita intensa ma travagliata, fin dalla piccola età. La separazione dei suoi genitori e il conseguente allontanamento dal padre a cui era legata, i conflitti con la madre, ma soprattutto l’amore impossibile con Onassis l’hanno segnata profondamente.
Aristotele era un armatore e finanziere molto ricco, amante della bella vita e delle belle donne. Nel 1945 sposò Athina Mary Livanos, figlia dell’armatore Stavros Livanos, dalla quale ebbe due figli. Nel 1957 divorziò dalla donna, ma continuò comunque a frequentare gli ambienti mondani dell’epoca.

Il primo incontro tra Callas e Onassis avvenne nel 1957 a un ricevimento a Venezia all’hotel Danieli organizzato in suo onore da Elsa Maxwell. I due si rincontrarono nel dicembre 1958. Onassis andò a rendere omaggio alla connazionale nel suo camerino dopo il trionfale esordio della Callas nel concerto la Grande Notte dell’Opera a Parigi.
L’anno seguente Onassis organizzò una cena in suo onore al Dorchester Hotel di Londra, in occasione della prima della Medea con la Cossotto al Covent Garden. L’uomo si fece anche fotografare mentre, al momento dei saluti, cercava di trattenere a sé Callas, ormai in pelliccia portata via dal marito.
Un mese dopo i due trascorsero le vacanze estive sullo yacht Christina per una crociera insieme con Winston Churchill e consorte e ad altre personalità del Gotha internazionale. Dopo due settimane, al rientro a Monte Carlo dello yacht, Maria Callas aveva deciso di essere perdutamente innamorata del greco. Lasciò per sempre il marito Battista Meneghini.

Una storia tormentata
L’unione tra Callas e Onassis diede subito adito alle polemiche, sia per la loro situazione coniugale (entrambi sposati), sia per la loro differenza d’età (lei aveva 36 anni, lui 53). La loro storia, durata 10 anni, fu una storia intensa ma molto travagliata, piena di gelosie, litigi, tradimenti.
Il ricchissimo armatore greco tenne la Callas lontano dalle scene, e cosa le promise un matrimonio che poi non le concesse mai. Dalla loro storia d’amore nacque un bambino, Omero, che sfortunatamente morì dopo poche ore dalla nascita a causa di un’insufficienza respiratoria.
Nel 1966 Maria Callas rinunciò alla nazionalità statunitense e a quella naturalizzata italiana per tornare alla nazionalità greca. Lo fece nella speranza di chiudere la sua carriera in bellezza con un nuovo matrimonio.
Aristotele Onassis non solo si rifiutò di regolarizzare la loro unione, ma nel 1968, forse a seguito di dissapori con la compagna, e per assecondare un disegno economico, decise di sposare Jacqueline Kennedy, da poco vedova di John Fitzgerald Kennedy.
Da lì inizio il lento declino della povera Maria Callas: il soprano si ritirò nel suo appartamento parigino, evitando contatti con conoscenti e amici, e nel novembre 1974 decide di ritirarsi dalle scene dopo la tournée a Sapporo con il tenore Giuseppe Di Stefano. Il colpo di grazia per la sfortunata artista avvenne nel marzo del 1975, con la morte del suo Onassis.
Due anni dopo, Maria Callas morì: le sue condizioni fisiche erano da tempo compromesse. Il referto medico indicò l’arresto cardiaco come causa del decesso, smentendo le voci di suicidio. La grave disfunzione ghiandolare della giovinezza e il drastico dimagrimento vennero citati più frequentemente come cause della sua morte.

La verità è che la storia della cantante più famosa di tutti i tempi ha due protagoniste: da un lato la Callas e dall’altra Maria.
Callas era la diva, quella conosciuta al mondo e Maria era quella vera e intensa. La versione migliore, a mio modesto parere, e mai profondamente compresa.
Nella Medea di Pasolini si può percepire l’intima natura di una donna tenace e complicata, sognatrice e coraggiosa, appassionata e sensibile.
Mai amata come avrebbe meritato.
Uccisa da chi avrebbe dovuto amarla e colmare quel vuoto che le aveva devastato il cuore.
Non fu mai una donna, fu un prodotto.
E la sua vita fu una meravigliosa tragedia.

- Una pittura fatta di sogni…di Francesca Nicolò


Che essenza hanno i sogni? Ecco, forse questa è una delle domande più profonde dell’uomo.
Molto studiosi si sono interrogati sulla loro natura e creazione, perché, ed è un dato assolutamente scientifico, essi sono la proiezione di una parte nascosta della mente.
Spesso è l’arte a dare delle risposte dove gli studi, le analisi e le teorie si sono scontrate e smarrite.
Gli artisti sanno guardare oltre i confini della realtà che si pensa di vedere.
Con profondo coraggio e determinazione, perché scavare nell’anima più intima delle emozioni è un atto non semplice e sicuramente non privo di coinvolgimenti.
L’artista è l’eroe dell’ignoto.


Michela Fabbri è colore, sogno e delicatezza. I suoi quadri sanno di fiaba. Una magia che si materializza nelle sue opere come una sequenza di emozioni diverse e penetranti. Vorticose ma mai opprimenti, gioiose ma non eccessivamente briose. Di quel brio fine a sé stesso e privo di qualsiasi scopo edificante.
Soggetti diversi, immersi in ambienti fatati e incantati. Senza una apparente collocazione temporale, ma fermi nelle loro emozioni.
Estasi di sensazioni che diventano tutt’ uno con chi osserva.
Ad un primo sguardo sembra non abbiano una collocazione definita.
Ma si sa, la realtà che si vede non è mai quella che un cuore puro percepisce.



I colori sono variegati e molteplici, utilizzati con cura e secondo ambientazione. Vengono prediletti i colori caldi per i soggetti prettamente umani e che rappresentano le emozioni connesse alle sensazioni innate dell’uomo.
Nonostante gli apparenti limiti non definiti, essi disegnano l’infinito. Rompendo quel mostruoso e becero confine tra realtà precostituita e verità nella sua più intima forma.

Non ho mai amato incanalare un pittore in uno stile perché ritengo che un’artista non abbia bisogno di confini.
Da sempre chi lavora con l’arte abbatte muri e limiti: guerriero resiliente della lotta alla banalità e al dato per scontato.
E, anche in questo caso, non mi voglio fermare a definire lo stile di Michela Fabbri.
Guardo con il cuore e respiro con l’anima le sue creazioni, anche più volte e in diversi momenti.




Perché per comprendere appieno l’arte va osservata con cura e cosciente scrupolo. Possono essere diverse le emozioni scaturite in momenti completamente opposti. Non bisogna mai accontentarsi di guardare.
Queste immagini sono pezzi di sogni. Dolci evasioni e delicate carezze al cuore.
Bisogna accostarsi a loro con profondo e devoto rispetto.
Rapiscono e la bellezza delle loro rappresentazioni sta nel cogliere un particolare differente ad ogni sguardo.

Opere che non attingono solo alla fantasia, ma che provengono dai pensieri più profondi.
Catturano e rapiscono la mente esattamente come un sogno: una dei rifugi più belli per un essere umano.
Culla dove riparare da un mondo profondamente malato e stanco.

- Una foto e mille mondidi Francesca Nicolò

Vivian Maier è stata una fotografa statunitense, morta in disgrazia nel 2009, rivoluzionaria e tormentata. Morta senza che qualcuno desse riconoscimento al suo talento e conoscesse la straordinarietà di lavoro coraggioso.
I suoi soggetti provenivano dalla strada, colte in attimi di naturalezza, indice di un talento compulsivo di fermare dettagli di vita che arrivano all’emozione senza troppe parole.
Una scelta che si rivelò, in vita, assolutamente scomoda e controproducente per la sua fama.


Forse soltanto i lavori di Diane Arbus, per altro pressoché contemporanea della Maier, anch’essa newyorkese e anch’essa approdata alla fotografia quasi per caso, conservano un lato oscuro e misterioso quanto molti degli scatti di Vivian Maier. E’ innegabile che entrambe siano due personalità profondamente introspettive e profonde.
Vivian Maier nacque a New York nel 1926. Trascorse la sua vita fotografando persone e scorci cittadini, mentre per mantenersi lavorava come bambinaia.
Spesso compare lei stessa, riflessa in qualche specchio o superficie, senza mai avere lo sguardo rivolto alla camera.

Per tutta la sua produzione, la bambinaia/fotografa del Bronx sembrò essere magneticamente attratta dall’uso del riflesso, quasi sempre il suo, e molti scatti giocano a creare storie dal profondo carattere onirico e intimo, impiegando riflessi, trasparenze e sovrapposizioni, per creare un linguaggio personalissimo capace di esprimere una sorta storie dentro altre storie, mondi inclusi o intrappolati, forse anche sintomo di un certo disagio psicologico e di una qualche forma di personalità complessa e non completamente adattata.
Nulla è lasciato al caso nella fotografia di Vivian Maier che deve il suo successo postumo al caso, che ha fatto sì che il suo lavoro venisse ritrovato abbandonato in alcuni scatoloni dentro ad un garage del Bronx, nulla nelle fotografie della donna è casuale.


Tutto racconta. Ogni elemento incluso nell’inquadratura ha un suo peso specifico narrante ed interagisce in modo raffinato e per nulla scontato con gli altri elementi presenti, svelando una visione fotografica squisita ed un intento chiaro, oltre ad una capacità narrativa ficcante.
Le foto di Vivian Maier sono un racconto breve, uno spaccato di vita delle periferie della Grande Mela tra gli Anni ’50 e gli Anni ’70. Ogni scatto vibra, è raro incappare in qualcosa di banale o di scontato che non tocchi l’anima.


L’enorme mole del suo lavoro è stata ritrovata per puro caso da un uomo che ha acquistato il box in cui lei aveva tenuto e conservato centinaia di rullini e negativi.
Forse nessuno mai la definì una fotografa in vita, eppure fu una delle più grandi.
E la storia ne sta dando il giusto riconoscimento.

- Jan Henryk Rosen il suo viaggio in Italiadi Francesca Nicolò

A Villa Toeplitz lavorò su commissione per la famiglia omonima un artista poco conosciuto nel nostro paese ma che ebbe un grande risalto in Polonia, suo paese natale.
Jan Henryk de Rosen fu un’artista noto soprattutto per murales e mosaici.Nacque a Varsavia dal pittore Jan Rosen e Wanda nata Hantke,da una ricca famiglia ebrea convertita al calvinismo nel XIX secolo.
Il padre era un pittore polacco e storico, che tra le altre attività lavorò come pittore alla corte degli ultimi zar di Russia, Alessandro III e Nicola II, ma il suo lavoro era principalmente dedicato alla storia militare polacca ed, anche oggi, è spesso utilizzato come fonte storica nei libri di testo di storia odierni.

Il giovane pittore trascorse l’infanzia a Parigi con le sue due sorelle, Maria e Zofia (che divenne una scultrice), e si racconta che inizialmente scrisse poesie prima di decidere di dedicarsi alla pittura. Durante la prima guerra mondiale si arruolò per la prima volta nell’esercito francese, presso l’ 11° reggimento di corazzieri, raggiungendo il grado di capitano nell’esercito polacco e guadagnandosi una serie di onori militari.


Fino al 1921, De Rosen studiò pittura a Varsavia dove tenne la sua prima grande mostra lo stesso anno, mentre lavorava per il Ministero degli Affari Esteri polacco.
Nel 1925 l’arcivescovo armeno Józef Teodorowicz di Leopoli gli chiese di dipingere i murales all’interno della restaurata Cattedrale armena di Leopoli; terminò l’opera nel 1929, insieme a un altro artista polacco Józef Mehoffer che dipinse i soffitti lì.

Dopo quell’importante lavoro, Rosen continuò con la sua arte religiosa in Polonia e all’estero, tra gli altri dipinse murales nella Cappella di San Giuseppe di Kahlenberg vicino a Vienna, in Austria, e su richiesta di Pio XI due murales nella residenza papale di Castel Gandolfo.
Durante gli anni ’30, De Rosen insegnò al Politecnico di Leopoli. Nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti, su richiesta dell’ambasciatore polacco conte Jerzy Potocki per dipingere dei murales all’ambasciata polacca a Washington raffiguranti il re Jan III Sobieski a Vienna.
Continuò a completare commissioni su larga scala per chiese e altre istituzioni e fu professore di ricerca di arte liturgica presso la Catholic University of America a Washington.


Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, De Rosen fu costretto a rimanere negli Stati Uniti, preoccupato anche dalle sorti del popolo ebraico. In seguito divenne membro corrispondente del Polish Institute of Arts and Sciences of America.
Continuò a dipingere opere d’arte religiose e di altro tipo per tutta la sua tarda vita mentre viveva negli Stati Uniti, tra le altre De Rosen dipinse una tela di San Stanislao di Szczepanów per Papa Giovanni Paolo II.

Due dei mosaici di De Rosen sono tra i più grandi al mondo: uno nella cupola della Nuova Cattedrale di St. Louis, Missouri e il suo mosaico di Cristo in Maestà nella cupola della Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington, D.C., che misura 3.610 piedi quadrati.
Nel 2018, un murale nascosto di De Rosen è stato scoperto nella sala concerti dell’organo di Leopoli nell’ex Chiesa di Santa Maria Maddalena, Leopoli.

Morì il 22 agosto 1982 ad Arlington, in Virginia.
Durante la sua intensa attività architettonica ebbe modo di lavorare anche a Varese, su commissione dei coniugi Toeplitz: una famiglia dell’alta borghesia varesina che aveva necessità di restaurare la splendida dimora di famiglia e la cappella nel cimitero annesso.
Ne ho scritto nei seguenti articoli:

Come ho raccontato di recente, la tomba versa in condizioni precarie e indecorose. Alla luce anche dell’importanza dell’opera di Rosen che racchiude all’interno della piccola edicola, è quantomai urgente una presa di posizione contro questo scempio.
“La Varese Nascosta” attraverso soci e membri, è attiva da diverso tempo per scongiurare altri danni e riportare al suo splendore tutta la struttura.


L’opera di Rosen, anche se non completamente visibile a causa dei calcinacci caduti, è suggestiva e ricca di fascino. Sembra che le figure vogliano accogliere chi vi si reca in visita.
Colori vibranti e figure che si ergono statuarie.
Una meraviglia da conservare e custodire.

- I Petali dell’Arte, dove la bellezza è di casa.di Francesca Nicolò

Questo articolo è un grazie infinito a tre donne straordinarie e ad un sogno realizzato.
Oggi voglio raccontare del gruppo letterario – artistico di cui faccio parte, ossia “I Petali dell’ Arte”.
Fondato e ideato dalle incredibili artiste Roberta Venturini, Daniela Zaghini e Natalina Di Blasi.
Conosciamo insieme queste creature straordinarie.

Roberta Venturini è una scrittrice di Sant’ Arcangelo di Romagna che ho conosciuto quasi un anno fa, per caso su un gruppo di segnalazioni letterarie. Ha all’attivo diversi libri, uno più bello dell’altro.

La sua penna è intensa, avvincente e ricca di suggestione. L’estro che la contraddistingue passa da vari generi, tutti raccontati e sviluppati in modo da incollare il lettore alla storia.



Mamma di una ragazza speciale, Vanessa, la scrittrice romagnola è la mente santa (per pazienza e dedizione) dietro alla struttura del gruppo.
In una sinergia di intenti e grazie al supporto di Natalina e Daniela, ogni settimana è studiata con cura e attenzione ad ogni particolare.
Ora, racconto Daniela Zaghini.

Daniela è un’insegnante mantovana in pensione che nei suoi libri racconta la storia di un cagnolino straordinario: Muffin. Chi ha avuto la gioia di possedere un qualsiasi animale domestico sa benissimo cosa significhi condividere una parte di vita con loro.
E’ qualcosa che difficilmente si riesce a spiegare, e questa donna straordinaria con i suoi racconti ci regala le tante emozioni provate.


E ultima, ma non per importanza, Natalina di Blasi.
Protagonista del romanzo “Sognavo un viaggio in mongolfiera” che racconta la sua storia. Una bellissima opera di coraggio, forza e resilienza. Anche lei è mamma di una splendida creatura di nome Giuseppe, per gli amici Peppe.


Tre donne con percorsi diversi accomunate da una passione così vicina alla mia: la scrittura, l’arte e la promozione culturale.
Da qui nasce l’idea di un gruppo Facebook chiamato “I Petali dell’Arte”.
E, come nelle favole, in un momento in cui cercavo di riprendermi da tanto dolore, arriva la proposta di collaborazione attraverso la mia recensione.
Ma come “funziona” il nostro gruppo?

Ogni scrittore ha a disposizione una settimana, scandita da diversi eventi e articoli dedicati.
Si comincia con una propria presentazione e una piccola sinossi dell’opera proposta, correlata da articolo e video presentazione.
Per tutta la durata, vengono presentati diversi contenuti grafici e multimediali che permettono di scoprire qualcosa di più.
Inoltre noi quattro proponiamo, in giorni diversi, la nostra recensione all’opera.

Trattandosi di una promozione vengono anche proposti e indicati i diversi canali di vendita delle opere.
L’evento si conclude con una intervista online.
Il tutto fatto con amore, passione e cura. Un modo per dare spazio ai tanti talenti che spesso le case editrici lasciano senza la possibilità di farsi conoscere.
E io sono profondamente riconoscente a queste donne meravigliose di avermi accolto in questo viaggio.
Un viaggio che rende speciale ogni settimana.

- La Regina della Belle Époquedi Francesca Nicolò

“..la sola donna che riusci’ a sbalordirlo, coltivava le scienze magiche con tale assiduita’ e passione, da mantenere in casa sua, talvolta per mesi e per anni, delle veggenti e delle maghe, esattamente come i principi del Rinascimento avevano al loro fianco l’astrologo e il giullare”
T. Antongini, Vita segreta da di D’Annunzio.Nata Luisa Adele Rosa Maria Amman a Milano, il 23 gennaio 1881, figlia di un ricco produttore di cotone, la futura marchesa visse nell’agiatezza di una città di fin de siècle, trascorrendo un’infanzia solitaria sfociata nella prematura perdita dei genitori.
Niente lippa o campanella per il diletto della bambina, ma tomi biografici di Sarah Bernhardt, Elisabetta d’Austria e Cristina Oldoini, Contessa di Belgioioso.

Orfana, e quindi al contempo ricchissima ereditiera, Luisa sposò, all’inizio del nuovo secolo, Camillo Casati Stampa di Soncino, da cui ha la sua unica figlia, Maria Cristina, nata nel 1901, e di cui conserva il nome nonostante due matrimoni successivi – rispettivamente con Francis Hastings, sedicesimo conte di Huntingdon, e con Lord Wogan Philipps, secondo barone Milford -.


Intraprese una turbolenta relazione quarantennale con Gabriele D’Annunzio, che provocò uno scandalo e rese la donna eccentrica, a partire dall’abbigliamento e dal vistoso trucco che sfoggiava.
Lui la soprannomina Kore, Regina degli Inferi; lei ricambiò l’amante col soprannome di Ariel, spirito dei venti e stizzosa presenza magica ne La Tempesta di Shakespeare.
Iniziò la metamorfosi.
In lei riunisce i volti e gli usi delle donne che l’hanno ispirata: una biacca bianca verginale e orrifica emula gli strati di cipria della Principessa di Belgioioso, che si vuole candida per esplorare l’occulto come una nimula tra pendoli e tarocchi; capelli rosso fuoco come la ballerina superba Bernhardt e abiti scenografici prestati dal guardaroba arroccato nel borgo rosso mattone toscano della patriota Contessa Virginia di Castiglione.


Nel 1910 la Casati acquistò a Venezia l’abbandonato palazzo Venier dei Leoni, oggi sede della fondazione e museo Peggy Guggenheim. Questo palazzo con ampi giardini fu la sua residenza fino al 1924. Celebre la sua festa dove riservò per una notte l’intera piazza San Marco, dove, nelle serate «normali», amava passeggiare nuda, coperta da un mantello di pelliccia. Questo accadeva mentre il servitore d’ordinanza reggeva una torcia in modo che i passanti l’ammirassero. Nei giardini del palazzo Luisa Casati accolse corvi albini, pavoni e ghepardi. Lì si tenevano anche feste ed appuntamenti mondani.
Luisa Casati si spense il 1 giugno 1957 a Londra, venendo sepolta con le immancabili e lunghe ciglia finte come ultimo sguardo volutamente idilliaco sul mondo. Figura simbolista incarnante il sogno decadente di Pierre Louÿs e di Huysmans, la Marchesa tornerà ancora una volta, trionfante, all’Opera Garnier, in occasione della sfiata Haute Couture primavera estate 1998 Dior, firmata da John Galliano.

- Viaggio nel mondo di Milvadi Francesca Nicolò

Grazie al gruppo di cui faccio orgogliosamente parte, ovvero “I Petali dell’Arte”, sono venuta in contatto con un’artista che mi ha molto colpito.
Originaria di Gatteo, in provincia di Forlì-Cesena e membro dell’ Associazione “I pittori della Pescheria Vecchia” di Savignano sul Rubicone, quella di Milva Silvani è una pittura vibrante, colorata e d’effetto.
Creata da una personalità poliedrica e curiosa che sa dipingere con cuore appassionato.
Scopriamo insieme ed entriamo in una punta di piedi nel suo meraviglioso angolo di arte.
Da sempre considero la mente di un’artista come un luogo sacro, in cui immergersi con curiosità ma anche con profondo rispetto e devozione.



L”artista ama prevalentemente la pittura ad olio, nonostante abbia anche dipinto anche ad acquarello (tecnica che ama), e i soggetti rappresentati sono principalmente fiori.
Tuttavia, si è anche dedicata ad altre rappresentazioni. Come lei stessa ha definito si è trattato di crescita personale. Una continua scoperta di nuove forme e prospettive che si aprono nella mente eclettica e dinamica di una donna che sa guardare oltre i confini della realtà di cui ci accontentiamo.
La straordinarietà del suo estro sta nel trovare uno sguardo sempre diverso alla natura.
Si intuisce dalle pennellate che l’ambiente prediletto è all’aperto, probabilmente per catturare ogni singolo raggio di luce che illumina ogni figura e colore.
Fermare su tela i colori trasfigurati da quel bagliore che cambia durante il giorno e rende unico ogni istante. Ombre mai eccessivamente buie o cupe, e questo è stato uno degli aspetti che mi piacevolmente colpito.
Macchina fotografica dell’anima di ciò che dipinge.



Immagini mai statiche ma sembrano muoversi in una danza di colori e suoni.
Pare di vedere muovere i soggetti, in una pittura dinamica anche nella scelta di angolature e ambientazioni. La scelta delle tonalità e frutto di uno studio accurato e sicuramente anche faticoso, si possono notare come le pennellate non siano mai eccessivamente mischiate assieme con casualità ma secondo un bilanciamento di luci e proporzioni.
Nulla è lasciato al caso, e tutto diventa parte di un grande spettacolo pieno di amore e stupore.

Milva Silvani ha all’attivo anche quadri di stampo ritrattistico. Volti differenti, che sembrano rispecchiare diverse emozioni. Enigmatici e alteri senza risultare superbi. Eteree figure in cui ognuno può rispecchiare un proprio sentimento.
Personificazione di sensazioni che attraversano chi le osserva e che regalano un particolare diverso ad ogni singolo sguardo.



Sono quadri che trasmettono tanta vita e emozione. Sono tracce di esistenza e pennellate di pensieri sparsi e fluidi. Delicati come l’anima di chi li ha creati.
Si percepisce un’artista che studia con cura ogni soggetto, nella ricerca di luce, angolazione, prospettiva e collocazione ma che aggiunge sempre qualcosa di unico e originale.
In questo modo quella di Milva non è solo una mera osservazione di un quadro.
E’ il viaggio in un mondo colorato, nato dalla bellezza che la realtà di tutti i giorni.
E di questa magia possono essere capaci solo i grandi artisti.

- Carla Pugliano e il suo meraviglioso angolo di paradisodi Francesca Nicolò

Sabato 14 dicembre è stato inaugurato il meraviglioso spazio espositivo di Carla Pugliano. Artista, di adozione varesina, riconosciuta e apprezzata a livello internazionale e la cui carriera è costellata da molteplici ed importanti riconoscimenti.
Tutti più che meritati.
Un luogo che diventerà sicuramente un fulcro di bellezza e meraviglia per tutta la città giardino e non solo.











Situato in Piazza Giovanni XXIII, in esso è possibile ammirare diverse delle sue opere, creature artistiche meravigliose esposte in precedenza presso diverse e note gallerie, ora custodite in questo angolo di bellezza e visibili al pubblico.
Il percorso è sviluppato con cura e attenzione, in modo da catturare l’attenzione e invitare ad una profonda catarsi con uno studiato e magistrale uso di luci e colori, tutti creati dalla stessa Carla Pugliano. Ulteriore conferma di un eclettismo che vuole oltrepassare il comune confine tra artista e pubblico, permettendo così al proprio estro di farsi conoscere e apprezzare da tutti.
Inutile dire che una è più bella dell’ altra. Impresa ardua sceglierne una prediletta.

Carla è un’artista di cui ho già scritto e che ho conosciuto a seguito di una mostra. Le sue opere suscitano emozioni diverse e tutte molto profonde. E’ troppo semplicistico fermarsi a definirle creazioni artistiche, perché le renderebbe comuni e quasi scontate: sono dipinti dell’anima più profonda, quella che scava nei più reconditi abissi per donare luce attraverso l’arte.
Immagini che sembrano personificazione di sensazioni, emozioni e dolori. Espressioni apparentemente enigmatiche ad un primo sguardo ma che poi si rivelano appartenenti all’umanità più intima. Sono il frutto di quanto il cuore ha dettato in quel momento, potando anche sulla pelle i segni di questo turbinio di emozioni.
Oltrepassando la mera dimensione artistica, esse parlano a chi le osserva. E non basta una semplice occhiata: ad ogni sguardo essere rivelano qualcosa di nuovo, sconosciuto apparentemente eppure profondamente vero.
Espressione di emozioni e pensieri.



È stato davvero emozionante ammirare tanta bellezza. I volti dei soggetti pare si muovano in una armonia estatica straordinaria.
Attraversate da una sorta di estasi che l’ artista ha saputo catturare nel momento perfetto.
Quadri che oserei definire penetranti: toccano l’anima e sembrano varcare le tele che li racchiudono. In cerca di libertà, esattamente come i pensieri che sembrano occupare le loro menti.


I soggetti non sono mai statici. Alcuni rannicchiati, in un profondo abbraccio che rimanga al calore di un grembo materno accogliente.
Altri pare si affaccino verso l’ignoto, bramosi di un volo. Alcuni invece potrebbero essere definiti prodotti di visioni o sogni dell’ignoto e dell’inconscio: immersi in una dimensione spaziale difficile da collocare, eppure perfettamente definiti nella loro forma umanità.
Meravigliosamente misteriosi ed eterei.


In questo spazio si compie un viaggio nell’io più profondo di Carla Pugliano. Attraversando momenti ed esperienze.
Luogo sacro di un’arte profondamente intima e penetrante. Si respira qualcosa di unico e straordinario, immersi nella bellezza.

Vi invito ad una visita per essere partecipi di meraviglia e infinito. Ma non solo: io ritengo che in queste opere siano intrise di verità. La verità dell’animo, gelosamente sopita nei meandri profondi che non vogliamo mai andare ad esplorare.
Carla Pugliano ci regala la nuda verità, nel suo straordinario lavoro artistico.
Spoglia l’uomo e i suoi soggetti di ogni vacua futilità per regalarci la sua vera, profonda e ultima essenza.
Unica, infinita e profondamente nostra.

- Museo Archeologico “Albino Umiltà”di Francesca Nicolò

Brescello non è stato, in epoca moderna, solo un vivace set cinematografico ed una cittadina agricola: le sue origini risalgono a molto lontano.
Come la storia romana insegna, la terra emiliana fu un territorio estremamente importante e strategico per la sua conformazione fisica, la posizione a ridosso di un fiume navigabile e lungo come il Po, e la relativa vicinanza a cittadine importanti come Milano.
Grazie agli scavi, molte testimonianze delle epoche passate si possono trovare presso il Museo Archeologico “Albino Umiltà“. I primi ritrovamenti avvennero alla fine del XIX secolo.


La città di Brescello, nata Brexellum, venne fondata nel IV secolo a. c dalla civiltà dei Galli cenomani e, abbastanza rapidamente, acquisì una posizione di primo ordine. Centro florido di commercio, agricoltura e cultura.
Controllava infatti traffici lungo l’asse fluviale del Po tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.
Nel museo sono raccolte preziose testimonianze della civiltà che fu.
La visita inizia con la ricostruzione di una piccola necropoli, sono presenti alcune steli funerarie e la riproduzione del celebre monumento ai concordi.

Una sala è raccoglie delle stupende ricostruzioni di mosaici tipici di una domus romana. Pavimenti con motivi geometrici e riccamente lavorati che rendevano le case romane prezioso esempio di arte e bellezza. Soprattutto quelle patrizie erano note per questo tipo di decorazioni, di cui sono pervenute alcuni reperti in diverse parti d’Italia.


Al primo piano del palazzo vi è invece collocata una seconda parte che illustra la storia dell’archeologia a Brescello, introducendo i visitatori ad una sorta di viaggio nel tempo. Dall’occupazione del territorio da parte dei romani, alle opere di bonifica e drenaggio, fino traffici e i commerci che caratterizzavano il paese, per poi finire con l’urbanistica e i modi dell’abitare.


Occasione per conoscere e apprezzare le origini del paese, fin dai suoi albori.
Le radici da cui è nato tutto: le fondamenta del piccolo mondo di un mondo piccolo.

“La storia dell’uomo non presenta altro che un passaggio continuo da un grado di civiltà ad un altro, poi all’eccesso di civiltà, e finalmente alla barbarie, e poi da capo.”
Giacomo Leopardi
- Elena Rizzardi: arte, colore, meraviglia e solidarietà.di Francesca Nicolò

Si è appena conclusa una incantevole rassegna artistica che ha visto nell’esposizione delle opere di Elena Rizzardi, il fulcro di una fucina di creatività, eventi e stimolanti riflessioni. Percorso interattivo, multimediale e sensoriale che ha voluto abbracciare ambiti molteplici e variegati.
L’allestimento, la promozione e lo sviluppo sono stati curati dalla giornalista Carla Tocchetti, presenza attiva e nota nel panorama culturale italiano, portavoce della bellezza artistica e sempre alla scoperta di talenti.
Non una semplice mostra dove l’artista espone le sue produzioni: ma preziosa occasione per ammirare con infinito stupore la meraviglia e lanciare un potente messaggio.

Ma chi è Elena Rizzardi? E come è nata l’idea di creare una simile iniziativa? La descrizione che troviamo sul sito a lei dedicato è emblematica e concentra in parole brevi, ma chiare e dirette, ciò che questa donna incredibile vuole creare.
Oltre l’opera stessa, oltre la mera contemplazione fine a sé stessa.
Nata a Besnate (Varese) consegue il diploma di maturità artistica negli anni ottanta.
presentazione di elena rizzardi ( http://elenarizzardi.com/)
Dalla sua professione di arredatrice d’interni ha potuto accrescere e sfogare la sua creatività traducendola in spazi architettonici.
Collaborando a fianco di Architetti e Designer di fama internazionale ha maturato esperienza e gusto artistico. Nel contempo ha elaborato tecniche di pitture diverse.
Modella tessuti come sculture esaltando forme e ombre con diversi toni di colore. Ad oggi le sue opere sono esposte presso showroom e residenze private di grande prestigio soprattutto all’estero.
La tecnica di questa straordinaria artista è quella di produrre opere con tessuti, generalmente provenienti dalle aziende tessili della zona, utilizzando tagli e gessature, colorandoli e rendendo meraviglia viva e vibrante. Da questa idea nascono quadri che possono rappresentare paesaggi ma anche motivi astratti in cui ogni spettatore vede riflessa una parte della sua anima.
Elena Rizzardi possiede un vero e proprio “DNA: fiber”. “Da vent’anni l’Artista coltiva un prezioso archivio di tessuti artigianali di recupero – illimitato vivaio materico di fili, lamine, strati, fiocchi, intrecci sui quali costruire ulteriore Meraviglia.
Carla Tocchetti, curatrice della mostra
Strappati al consumismo delle eccedenze e delle discariche, gli avanzi dischiudono la possibilità di una seconda Creazione, che la Rizzardi produce con sapienti tagli e gessature, riflessi e sfumature acriliche e persino interventi in tufting. E’ la nascita di una Seconda Bellezza, sapiente – perchè ci spinge fermarci e vedere oltre, a riscrivere la trama già scritta, ma anche salvatrice – perchè capace di restituire in ogni frammento d’opera infiniti microcosmi nei quali perderci, e ritrovarci consapevoli del tempo delle cose, del loro valore, di ogni nostro gesto che incide sul destino del pianeta”.

Nelle sale di Palazzo Marliani Cicogna è stato possibile immergersi in un mondo che non esprime solo bellezza ma guarda anche al pianeta e alla sua salvaguardia.
Come anticipato dalle parole della curatrice, fondamentale per lo sviluppo della sua unicità, l’influenza della Fiber Art.
Ma cosa è nello specifico questa definizione che quasi prepotentemente ricorre?
La Fiber art è una corrente artistica nata nel Novecento i cui esponenti sfruttano fibre tessili, tessuti o filati. Recuperando tessuti, fili, lamine, strati, fiocchi, intrecci che andrebbero buttati si possono generare combinazioni di colore che sembrano pennellate su una tela. Ciò che andrebbe distrutto diventa parte di un’opera d’arte.

In una sinergia geniale e coraggiosa, Carla ed Elena hanno fatto in modo che le opere non fossero parte soltanto di una mostra come tante ma bensì partecipi di un progetto per la sostenibilità ambientale, ponendo come obiettivo quello di lasciare una impronta ecologica positiva ad ogni livello del tessuto sociale ed umano.
A tale proposito è presente una macro-installazione in fiber art ispirata al Great Green Wall Africano (GGW), uno dei più importanti modelli di intervento sostenibile. GGW è progetto di riforestazione che percorre l’Africa Centrale con lo scopo di cambiarne il microclima, creando una barriera naturale contro l’avanzamento del deserto e garantendo la sopravvivenza per milioni di persone che abitano nelle regioni più aride del mondo.

L’esposizione di FIBER4PLANET è promossa dal Comune di Busto Arsizio con la collaborazione con il Museo del Tessile per il progetto ”DNA.fiber” ed è sostenuta dalla collaborazione con Saporiti Italia, Corderia Bossi, DBcolor, Kiwanis International Como, Torsellini Glass Emotion, Premiato Biscottificio Varese e CDD Gallarate. Il progetto sarà presentato tra Giugno e Settembre in location non convenzionalmente prestate all’arte contemporanea ma allestite e studiate appositamente per la preziosa occasione: Como, Varese, Gavirate e Gallarate e proseguirà nel 2025 oltre i confini regionali e nazionali.


Durante la mostra sono stati proposti degli eventi di approfondimento assolutamente straordinari e interessanti con personalità che hanno lasciato una profonda impronta nella cultura e nella storia. Occasione di una profonda crescita interiore e intellettuale.
- Sabato 22 giugno alle ore 18.00 Palazzo Marliani Cicogna
“FOREIGNERS HERE AND EVERYWHERE” TAVOLA ROTONDA
Ispirato al tema della Biennale di Venezia, un confronto tra l’artista visuale Rizzardi e alcuni esponenti culturali del mondo della scrittura sui progetti ponte fra culture diverse.
Sono stati ospiti Aleksandra Damnjanovic, Nasser Pejman, Jane Bowie, Yugo Pejman, Amilca Ismael.
L’incontro è stato moderato dalla poetessa e scrittrice Rosa Gallace, autrice anche di un componimento che è stato letto durante l’inaugurazione della mostra.

- Venerdì 5 luglio ore 20.00 Palazzo Marliani Cicogna
“La magia della scena. Franca Squarciapino, una vita per l’Arte”
Una conversazione con Franca Squarciapino e Paolo Aquilini sul costume teatrale come opera di Fiber art. Personalità straordinaria quella di Franca Squarciapino: nata a Roma, costumista in numerose produzioni nazionali e internazionali nel mondo del teatro e della televisione. Premio Oscar per il film Cyrano de Bergerac nel 1991, durante la sua carriera riceve vari riconoscimenti fra cui il Premio Goya, il Cèsar, il BAFTA e tre Nastri d’Argento.


Un mese di incredibili appuntamenti e occasioni di riflessioni nel segno della bellezza.
Incontri aperti a tutti e dove è stato possibile confrontarsi con personalità internazionali ed effettuare visite guidate in presenza della curatrice e dell’artista. Sicuramente un modo per essere davvero partecipi e non spettatori di quello che è, a tutti gli effetti, un’evento unico e irripetibile nel suo genere.






Elena Rizzardi e Carla Tocchetti hanno creato qualcosa di unico e innovativo: diffondere il verbo artistico nel segno della bellezza, della solidarietà e del benessere della nostra madre terra, abusata e oltraggiata fino allo sfinimento.
Un sodalizio tutto al femminile di due anime dall’innato senso estetico, spinte da una grande forza e passione.
Dopo la pausa estiva,a mio modesto parere più che meritata, tante nuove avventure e progetti aspettano queste due incredibili donne. Sarebbe sbagliato utilizzare definizioni banali come “una è la mente e l’altro il braccio”.
Avendo percepito da vicino il loro lavoro, posso dire che sono un’ unicum straordinario. Qualcosa che occorre vivere: osservando tutte le mille sfaccettature che le creazioni regalano alla vista, accarezzando i tessuti che le ornano e ascoltando le parole e i racconti di chi le ha viste nascere e brillare.
Arte mai fine a sé stessa, ma generatrice di meraviglia e vivo pensiero.

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”
Pablo picasso
- Sabato 22 giugno alle ore 18.00 Palazzo Marliani Cicogna
- Andrea “Ravo” Mattoni: l’arte che attraversa i secoli.di Francesca Nicolò

«Ho sempre lavorato in direzione molto diverse, il Classicismo mi ha reso popolare ma in questa mostra è come se avessi aperto sette portali, sette sale dove il file rouge resta quello della bomboletta spray. Quando è uscita l’opportunità di usare l’AI l’ho colta al volo e ho iniziato a studiarla. Ho capito che non ne dovevo averne paura, ma usarla come uno strumento. Ho capito fino da subito che non mi avrebbe sostituito: ciò che è fatto a mano, il rapporto umano e il guardarsi negli occhi, come accade qui oggi, non verrà mai sostituito dalle macchine».
Andrea Ravo Mattoni durante la presentazione al pubblico della mostra al Castello di Masnago
Andrea “Ravo” Mattoni è sicuramente uno degli artisti varesini più conosciuti e apprezzati. Le sue opere sono presenti in molti comuni della zona, in Italia e in Europa, visibili in ogni momento e a chiunque.
Tra le opere più importanti da vedere ci sono:
- ParkinGO di Malpensa – Riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio
- ParkinGO di Olbia – Il ritrovamento della vera croce di Maestru Andria Sanna
- Museo a Cielo Aperto di Camo (CN) – San Sebastiano di Tanzio da Varallo
- San Salvatore di Fitalia (ME) – Natività con i Santi Lorenzo e Francesco D’Assisi e Cena di Emmaus di Caravaggio
- Gaeta – Cristo sulla via del calvario di Scipio Pulzone per il Memorie Urbane Festival
- Angera (VA) – Il fanciullo con il canestro di frutta di Caravaggio
- Comabbio (VA) via L. Fontana – Il bacio di Hayez
- Policlinico Gemelli di Roma – Le sette opere della Misericordia di Caravaggio
- Varese in viale Belforte – La cattura di Cristo di Caravaggio
- Strokar a Bruxelles – I Due satiridi Pieter Paul Rubens, il Ritratto di uomo con turbante rosso di Jan Van Eyck e La caduta degli angeli ribelli di Bruegel il Vecchio
Egli infatti è nato come writer ed è diventato uno dei maggiori street artist italiani.

La bellezza delle sue opere è partita iniziando dalla riproduzione dei classici, in particolare del Caravaggio. Artista complesso e intenso, non sicuramente soggetto facile da interpretare.
“Ho iniziato con La cattura di Cristo di Caravaggio perché è un’opera che era stata dimenticata; inoltre Caravaggio è sicuramente l’artista più famoso che la Lombardia abbia mai avuto perciò desidero valorizzare i pittori del luogo.
Andrea Ravo Mattoni
A breve realizzerò sempre un’altra sua opera, ma poi continuerò con altri artisti. Il lavoro sul territorio è molto importante: che cosa c’è di meglio di proporre l’opera di un pittore a cui gli abitanti del posto sono affezionati?”La pittura ad olio si evolve con l’utilizzo delle bombolette spray, impressa direttamente sul muro e senza disegni preparatori. Un lavoro assolutamente straordinario che ha riscosso un notevole e meritato successo.
Nella delicata e multiforme cornice del Castello di Masnago è attiva, dal 6 Aprile fino ad Agosto, una mostra a lui dedicata.


Al suo interno sono custodite 25 opere, realizzate, per la maggior parte, con la tecnica dello spray su tela.
Nelle prime tre sale dell’esposizione vengono gettate le basi del vocabolario del pittore, cioè le immagini da cui l’autore parte per iniziare la sua opera: alcune realizzate mediante l’intelligenza artificiale, altre reperite dai grandi artisti come Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Fondamentali per la sua arte sono le fotografie scattate in studio di posa e gli anime giapponesi, passione fin da ragazzo.
Visi impressi che trasmettono emozioni differenti, attimi fermati nel momento della loro massima bellezza. Multiforme, dinamico e innovativo.




Nelle sale 4, 5 e 6, si assiste alla nascita di nuove immagini e nuovi mondi.
L’illustrazione giapponese si fonde con la pittura classica nella splendida cornice degli affreschi del castello e nulla è come sembra: quella che appare come una fotografia invece è frutto dell’intelligenza artificiale. Tutto è unito in un meraviglioso equilibrio perfetto, dove nessuno prevarica sull’altro, come spesso il timore comune suggerisce.
Tutto è immersione totale in quell’arte moderna che vuole essere davvero totalmente universale. Semplice e meravigliosa allo stesso tempo, perché lascia pieno spazio allo stupore.
La meraviglia di scoprire quanta bellezza possa celarsi dietro ad un viso, una goccia che cade e un riflesso. Non a caso, alcune opere sono il prodotto di un riflesso.
Nell’esposizione sono presenti delle strutture cromate e specchianti progettate da Studio Def e una composizione sonora di Andrea La Pietra

Il tutto viene creato con una lavorazione moderna e in questo senso una tale esibizione vuole anche essere una meravigliosa occasione per creare un ponte di collegamento tra il tempo e l’arte stessa: oltre ogni stile e tecnica pittorica.
Rappresentare in modo totalmente innovativo soggetti prettamente classici non è solo un atto di grande audacia (tenendo conto di quanto la critica artistica tenda ad essere polverosamente ancora a preconcetti) ma è un’inaugurazione stessa di un nuovo solo stile.
E’ rompere gli schemi, creando nuova arte su un modello classico ma in un modo totalmente nuovo.






L’ultima sala è dedicata agli autoritratti. Il primo, datato 2004, realizzato ad olio su un lenzuolo di casa, e poi i successivi datati 2013 e infine al 2024.
“Il mio obiettivo è la creazione di una sorta di museo a cielo aperto, coinvolgendo il maggior numero di persone possibile. Non tutti infatti hanno la possibilità di godere delle opere di artisti come Caravaggio: chi perché non ha modo di viaggiare, chi magari perché non le conosce. Facciamo un esempio concreto: quando andiamo a visitare alcuni grandi musei, come il Louvre, siamo sempre sommersi dalla fila e le dimensioni spesso ridotte delle tele fanno la loro parte. Non sono certo queste le condizioni migliori per ammirare un’opera d’arte, così con il mio progetto posso far scoprire e riscoprire un quadro ad una persona, lasciandole il tempo di ammirarlo. Con questa mia idea ho creato una sorta di cortocircuito all’interno del sistema: usando le bombolette spray, spesso viste come causa di vandalismo, ho portato l’arte classica nelle strade.”
Andrea Ravo Mattoni

Una bellissima mostra dove lo spettatore respira le opere e nel guardarle vede il riflesso della sua anima. Arte frutto della passione di una personalità geniale.
Un tesoro affinché fosse a disposizione di chi cerca bellezza e coraggio, innovazione e struttura.
In poche parole, una meta da visitare per chi cerca l’arte che anela l’ infinito e parla al cuore.

- Il Monastero di Cairatedi Francesca Nicolò

Il monastero di Cairate, in provincia di Varese, è una struttura ferma nella memoria e che ha resistito ai cicli della storia e alle sue mille complicazioni.
Strenuo combattente del tempo e custode delle vite che lo hanno attraversato. La stessa struttura ne suggerisce un centro attraverso cui si sviluppa un macrocosmo di anime.
Nei secoli passati, non era cosa insolita, che i centri religiosi fossero uno snodo fondamentale della vita della popolazione.


Nei suoi corridoi è innegabile respirare fascino e mistero. Complici anche le tante leggende nate attorno ad esso, ma anche la stessa costruzione è oggetto di incertezza. Nonostante di esso si abbia traccia da diversi secoli e in molte documentazioni.




Il Monastero dell’Assunta in Cairate risale alla prima metà dell’VIII secolo, in una fase particolarmente importante per la tradizione benedettina, e costituisce uno dei primi insediamenti monastici della Lombardia, assieme al Monastero di Torba . La tradizione vuole fosse stato creato su ordine della principessa Manigunda. Nella realtà storica venne fondato dal re longobardo Liutprando. La dottrina benedettina prevedeva che questi edifici non fossero solo luogo di preghiera, ma anche di lavoro e studio. I monaci o le monache, erano studiosi e lavoratori instancabili. “Ora et Labora” era uno dei motti che caratterizzavano la regola di San Benedetto.






Il complesso era costituito da un edificio porticato munito di due accessi , organizzato e sviluppato secondo spazi caratteristici dei conventi benedettini. Ambienti grandi, e alcuni accessibili anche alla stessa popolazione. Affinché non fosse solo un luogo di vocazione, ma anche di condivisione con il mondo esterno. Religiosi non solo al servizio di Dio, ma anche del prossimo. Gli ambienti principali, nevralgici e strategici, erano i seguenti:
- il refettorio
- la chiesa interna,
- I parlatoi (ad uso delle sole monache), il forno e i granai.
La chiesa si componeva di tre navate, con arcate tuttora visibili nei muri di tamponamento. I soffitti affrescati ed imponenti sono uno straordinario esempio di come il tempo, le guerre e il degrado non abbiano potuto nulla contro la meraviglia della bellezza.




Nel Seicento venne ampliato a seguito del forte numero di ingressi (per vocazioni spontanee o ragioni di eredità patrimoniale familiare) e alle nuove normative del concilio di Trento.
Esse decretavano che ogni monaca velata dovesse avere una cella: il chiostro, eretto nel Quattrocento, venne pertanto sopraelevato di un piano. Sono visibili pregiate opere del periodo come il meraviglioso e grandioso affresco del Luoni e le pitture riservate alle stanze delle monache più illustri, che qui hanno dimorato in modo più o meno volontario.
E’ innegabile, nel percorrere questi corridoi non pensare che essi siano nati per una profonda devozione ma siano anche stati testimoni del dramma della monacazione forzata di tante giovani, in nome di interessi economici che vedevano nella monacazione una soluzione conveniente rispetto ad una dispersione di eredità.



Il governo austriaco impose che i centri religiosi offrissero un valido aiuto e supporto alla comunità. Il centro monastico di Cairate, nonostante fosse un polo vivace e un operoso centro, venne comunque chiuso nel 1799 e venduto a privati. Questo portò ad un vero e proprio scempio della struttura e ad un completo stravolgimento di essa.
Il recupero dell’intera struttura fu tutt’altro che semplice. Gli enti locali e la provincia di Varese dovettero faticare non poco per venire in possesso della proprietà. La proprietà completa e totale dello stabile fu ottenuta solo nel 1996
Il restauro non fu facile e le condizioni erano davvero indecorose e pessime.

Durante i lavori di ristrutturazione è celebre una foto scattata dove sembra sia presente un fantasma. Tradizione vuole si trattasse della stessa Maningunda.
Di sicuro, una storia che incuriosisce ed attrae. Per la storia, per l’arte e per l’incerto: connubio perfetto per chi ha sete di meraviglia e di sapere. Esattamente come la sua fondatrice, la cui memoria (più o meno storica) ha da sempre fatto ecco nei cortili del convento.




Ora il monastero è diventato un polo turistico e culturale di rilievo, grazie al lavoro dei tanti volontari della Proloco e al costante lavoro dell’amministrazione comunale.







Nei suoi chiostri sono spesso effettuate visite guidate, mostre ed eventi culturali.
Vi è anche un museo dove sono raccolti alcuni reperti risalenti al periodo romano ed alcuni oggetti appartenuti alle monache rinvenuti durante il restauro. Corredi pregiati, monili e piccoli orpelli che regalano immagini di vita e anima quotidiana. Donne giovanissime con le loro piccole passioni e i loro sogni, che vivevano una realtà così diversa dalla nostra.



Un luogo che ha da tanto da raccontare e ancora tanti capitoli di storia da scrivere



Memoria di tante vite e di tante storie, che forse non conosceremo mai, ma che rimarranno per sempre ferme in quel mondo che pare essersi fermato nella bellezza della sua eternità.

