

- VareSempre: un progetto nato per Varese e dal ricordo di un caro amico.di Francesca Nicolò

Ogni tanto, lascio qualche traccia di me nei miei scritti. E oggi non potevo non condividere questa gioia, nata per caso e diventata subito stima, affetto e condivisione.
Quando il sogno di due amici diventa realtà, è una magia da toccare con mano.
Ricordo, affetto e scoperta rappresentano l’essenza più intima di uno dei gruppi culturali più incredibili che abbia mai conosciuto.
Incontrare La Varese Nascosta è stato incredibile, fin da subito. Tutto ebbe inizio l’anno scorso: stavo riprendendo in mano la mia vita, dopo uno dei periodi più bui e complicati. Il blog era nato da poco e mi stavo approcciando a tutte le diverse realtà culturali di Varese.
Dapprima incontrai Luigi Manco, uno dei fondatori e fu subito sintonia. Una persona empatica, disponibile e altruista che ha messo tutto sé stesso in un sogno nato da due grandi amici. Lui e Andrea Badoglio, un uomo che non ho mai avuto il privilegio di conoscere ma che sento sia stato veramente straordinario.
Mi sono sentita apprezzata e stimolata a partecipare ai diversi eventi.
l gruppo era (ed è) una vera fucina di idee ma soprattutto di condivisione.
Tutti i membri possono raccontare, discutere e sentirsi accolti.

Dopo alcuni mesi ebbi il privilegio di diventare moderatrice del gruppo e dopo qualche tempo la grande, straordinaria novità: la creazione di una quotidiano online. Grazie ad uno sforzo e determinazione da parte del suo fondatore e creatore.
Un periodico dedicato alla cultura, con il contributo di importanti nomi del giornalismo e della cultura assieme a cui avrò il privilegio di collaborare.
Potete visitare il sito qui:
http://www.lavaresenascosta.com
e qui troverete il mio articolo, dedicato ad un personaggio molto noto nella zona del Seprio.
Inutile dire la grande emozione provata, oltre che soddisfazione. Un sogno che si avvera, per me, che ho sempre considerato la scrittura come la vita e la mia rinascita.
Non so dove mi porterà il destino, ma per ora questo viaggio è bellissimo.

- La Serpe di Chiavenna.di Francesca Nicolò

Se siete mai stati in uno degli angoli più suggestivi della Lombardia, non potrete non aver notato un serpe sopra i battenti delle porte. Di forme e dimensioni sempre diverse, eppure ricchissime di un fascino senza tempo.
Da dove nasce questa tradizione?
La leggenda della serpe di Chiavenna narra che, in un’epoca passata, la città fu invasa da un’infestazione di insetti che distrussero i raccolti.
Un mago promise di liberare i cittadini a condizione che avessero visto un “serpe bianca”: gli abitanti, diffidenti, lo cacciarono. Non credevano a nulla di quanto detto, in quanto le sue parole erano incredibili e anche abbastanza folli.
I contadini erano convinti si trattasse di un cialtrone uguale a tantissimi altri.
Solo dopo che il mago invocò un essere luminoso e ardente, la cui luce e il calore attirarono e bruciarono tutti gli insetti, la gente iniziò a venerare la serpe bianca come simbolo di protezione.
Ecco svelato il motivo di questa suggestiva peculiarità.
In segno di gratitudine e per protezione futura, le famiglie iniziarono a mettere un simbolo della serpe bianca sui propri usci, anche se oggi sono fatte di ferro e non hanno più le caratteristiche luminose.Una tradizione visibile ancora oggi in quelle meravigliose valli incantate.

- Un rogo che sa di rinnovamento.di Francesca Nicolò

E’ una delle storie che venivano raccontate ai bambini nelle campagne lombarde.
La leggenda della Giubiana racconta di una strega delle lunghe gambe e delle calze rosse che viveva nei boschi e terrorizzava i bambini, soprattutto l’ultimo giovedì di gennaio.
Una mamma le tese una trappola preparando un risotto con luganega, che la strega divorò senza accorgersi che l’alba stava arrivando. La donna fu costretta a fuggire, scomparendo con i primi raggi del sole, e da allora si celebra il rito di bruciare il suo fantoccio per scacciare l’inverno e propiziare un buon raccolto.

La leggenda ha origini precristiane e si collega a riti celtici per scacciare l’inverno.
Il periodo a cavallo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio segnava un periodo ricco di speranza in vista dell’arrivo della primavera
Durante questo periodo veniva celebrata la fine del freddo inverno e si propizia un buon raccolto e benessere.
Bruciare il fantoccio di questo essere malvagio non rappresenta altro che l’eliminazione delle cose brutte, confidando in un futuro migliore.

- Samhain.di Francesca Nicolò

No, Halloween e le ricorrenze legate ad esso non sono una tradizione americana. Credo oramai tutti lo sappiano, ma è sempre bene rifrescare la memoria.
Samhain era un’antica festa celtica pagana che segnava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno, equivalente al nostro capodanno.
Essa veniva celebrata tra il 31 ottobre e il 1° novembre ed era vista come un momento in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava, permettendo agli spiriti di tornare sulla Terra. Essi potevano fare visita ai loro cari che li onoravano in modi diversi a seconda delle regioni.

Secondo la tradizione, le persone erano solite indossare maschere e costumi con pelli di animali per confondere o spaventare gli spiriti. Inoltre, veniva offerto cibo sulle porte di casa per nutrire i morti e i loro spiriti. Venivano anche utilizzate lanterne intagliate (spesso in zucche o cipolle) per illuminare la strada agli spiriti e come strumenti di decorazione.
Una festa erroneamente considerata tipicamente anglosassone ma che in realtà affonda le sue radici in un culto millenario e profondamente affascinante.

- Filippo II di Savoia-Acaia e i laghi di Avigliana.di Francesca Nicolò

La zona dei Laghi di Avigliana e le rovine del suo castello sono al centro di diverse leggende popolari che narrano della presenza di un fantasma.
Quella più nota riguarda il principe Filippo II di Savoia-Acaia, un personaggio abbastanza particolare e anche un po’ sognatore.
Tutto ebbe inizio nel 1367, quando Filippo II di Savoia-Acaia venne imprigionato nel castello di Avigliana per volere del cugino Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde. Condannato alla pena capitale, ebbe la fortuna che la moglie riuscì a scambiarlo con un prigioniero politico facendogli evitare la forca.
Ma non, purtroppo, ciò che ebbe ad accadere dopo.

Il principe, liberato dalla cella, non riuscì a lasciare il castello. Ma non se ne conoscono le ragioni. Alcuni ritengono che sia stato ucciso sulle rive del Lago Grande, forse dai carcerieri del castello. Secondo altre versioni, la sua esecuzione avvenne con il rogo.
Da allora, si narra che lo spirito irrequieto di Filippo II vaghi ancora tra le rovine del castello e le sponde dei laghi, in cerca della libertà che gli fu negata.
Chi crede nella leggenda racconta di aver visto apparizioni o percepito presenze misteriose nella zona in diverse modalità.
Alcuni parlano di una figura luminosa che fluttua sopra le acque del Lago Grande o nelle vicinanze del castello.
L’atmosfera, difatti, specialmente nelle serate ventose, viene descritta come particolarmente suggestiva e carica di mistero.
Questa leggenda fa parte di una più ampia tradizione di storie e miti che circondano i due laghi e l’antico borgo medievale di Avigliana, alimentando l’alone di mistero che da secoli avvolge questi luoghi.

- La leggenda nera di Fenestrelle.di Francesca Nicolò

La vicenda dei soldati borbonici al Forte di Fenestrelle è uno degli episodi storici più discussi e controversi legati a questo luogo, trattato anche da Alessandro Barbiero in un’opera che consiglio vivamente di leggere.
Va infatti premesso che i prigionieri borbonici vissero in condizioni estremamente difficili, specialmente considerando il clima rigido della Val Chisone a cui molti di loro, provenienti dal sud Italia, non erano abituati.
Le testimonianze parlano di stenti, freddo e tifo.
Chiusi in celle anguste, sporche e senza adeguato riparo da intemperie.

L’epoca non era delle migliori.
Dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, a partire dal 1861, i soldati borbonici che si rifiutarono di giurare fedeltà ai Savoia vennero imprigionati in diverse fortezze, tra cui Fenestrelle.
Intorno alle vicende del forte è nata una vera e propria “leggenda nera”. Secondo questa versione, ingigantita da alcuni resoconti, i soldati borbonici furono internati in un vero e proprio campo di sterminio, dove morirono a migliaia e i loro corpi vennero disciolti nella calce viva.
Negli ultimi anni, storici come lo studioso torinese, hanno esaminato fortunatamente la documentazione dell’epoca, ridimensionando in modo significativo la leggenda del “lager”.
Possiamo riepilogare la situazione analizzando diverse ricerche storiche.

Le condizioni di prigionia erano dure, ma analoghe a quelle di molte altre carceri dell’epoca. I decessi furono sì numerosi, ma dovuti principalmente a malattie e stenti, non a stermini di massa deliberati. La storia della calce viva è stata dimostrata come un’invenzione successiva, foraggiata dalla suggestione popolare e dalla disinformazione storica che aleggia spesso attorno ad alcune vicende. Infatti molti prigionieri borbonici furono trattenuti per periodi relativamente brevi e poi integrati nell’esercito italiano, e solo una parte vi rimase a lungo.
Tuttavia la questione rimane comunque oggetto di un acceso dibattito storiografico, che rientra nella più ampia discussione sulle responsabilità e le conseguenze dell’Unità d’Italia.
Ma non poteva mancare una leggenda nera in tutta questa disperazione.

La storia del fantasma del soldato borbonico si collega direttamente alle tragiche condizioni di prigionia.
Una storia di un’anima tormentata che si aggira nella fortezza disperato e dolorante per le ferite e il patimento inferto.
Numerosi visitatori e guide del forte raccontano di aver avvertito la presenza di figure nebulose e di aver udito voci e rumori inspiegabili, specialmente nei corridoi e nelle stanze dove i prigionieri erano rinchiusi.
Queste esperienze, vere o presunte, alimentano ancora oggi il fascino misterioso del forte che è da sempre meta di curiosi, turisti e studiosi.

- L’impresa impossibiledi Francesca Nicolò

Oggi ricorre l’anniversario di quella che fu un’azione follemente coraggiosa ad opera di un’uomo completamente sopra le righe.
Venne definita come L’impresa di Fiume e fu sostanzialmente l’occupazione della città di Rijeka, iniziata il 12 settembre 1919 da parte di un gruppo di militari ribelli e nazionalisti italiani, guidati dal poeta Gabriele D’Annunzio.
L’obiettivo era forzare l’annessione della città, contesa tra Italia e Jugoslavia dopo la Prima Guerra Mondiale, e sfidare le potenze vincitrici.
L’azione durò circa 16 mesi, durante i quali fu proclamata la Reggenza Italiana del Carnaro e venne redatta una costituzione innovativa, ma si concluse nel dicembre 1920 con l’intervento delle truppe italiane.

Ma quali furono davvero le cause di questo atto abbastanza improvviso e pericoloso?
Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’Italia (o meglio, una certa corrente politica) si sentiva ingiustamente privata di alcuni territori rivendicati, e questo un sentimento di “vittoria mutilata” veniva fortemente alimentato da D’Annunzio e dai nazionalisti. Va ricordato che il poeta vate era una persona fortemente determinata, a tratti anche scomoda. Se aveva in mente qualcosa, era tassativo dovesse portarlo fino in fondo.
La città di Fiume, a maggioranza italiana, si trovava in una posizione particolare: rivendicata non solo dagli italiani ma che dal nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (Jugoslavia).

D’Annunzio e circa duemila legionari partirono da Ronchi decisero di ritornare alle armi e l’iniziativa venne sostenuta da settori del Regio Esercito, della politica e della massoneria, che simpatizzavano per la causa nazionalista.
Durante l’anno di occupazione, precisamente nel 1920, D’Annunzio e Alceste De Ambris elaborarono la Carta del Carnaro, una costituzione con elementi libertari e futuristici, che prevedeva anche il riconoscimento della Russia sovietica.
Ma il loro segno era destinato a durare poco.

il governo italiano siglò , in una trattativa segreta, il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia, che riconobbe Fiume come città libera, ma non annessa all’Italia.
I legionari dannunziani delusi si opposero al trattato, ma a Natale dello stesso anno, le truppe del governo italiano intervennero per sgomberare la città.
D’Annunzio fu costretto a lasciare Fiume. Grazie alla sua influenza non gli venne torto un capello, ma venne caldamente raccomandato a ritirarsi a vita privata.
Cosa che fece, non senza un profondo sconforto e delusione.

Questo episodio segnò un importante precedente per il movimento fascista e per il nazionalismo italiano.
Dopo alterne vicende, Fiume fu annessa all’Italia nel 1924, per poi passare sotto controllo jugoslavo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un conseguente esodo di popolazione italiana.
Un luogo non luogo caro al nostro paese che divenne un simbolo di offesa e rivalsa.

- La ferita insanabiledi Francesca Nicolò

San Lorenzo, Io lo so perché tanto
X AGOSTO – GIOVANNI PASCOLI
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Forse non sarà sconosciuto a nessuno, ma ogni tanto è bene anche ricordare che il 10 agosto segnò la vita di uno degli scrittori più noti e attivi del panorama letterario italiano.
Uno di quelli che almeno una volta tutti hanno studiato della vita, e quindi amato o odiato.
Lo ammetto: non ne sono mai stata una profonda estimatrice, vuoi perché le sue tematiche non mi hanno mai appassionato e vuoi perché amo i poeti tormentati nel profondo.
Non che lui non lo fosse, ma non nel mondo che piaceva a me.
Il 10 agosto è una data fondamentale nella vita di Giovanni Pascoli, poiché coincide con l’anniversario dell’assassinio del padre, Ruggero Pascoli, avvenuto nel 1867. Un lutto non solo per la famiglia, ma un danno economico di importanza notevole.
Questa tragedia devastò profondamente il poeta, ispirando la sua famosa poesia “X Agosto”.
Nel componimento, Pascoli paragona la morte del padre, avvenuta mentre tornava a casa dal mercato di Cesena, a quella di una rondine che, tornando al nido, viene uccisa.
Essa esprime il dolore e la perdita subiti dal poeta, trasformando la data in un giorno di lutto e riflessione sulla violenza e l’ingiustizia
La poesia, pubblicata per la prima volta nel 1896, è una delle più celebri di Pascoli e rappresenta un esempio emblematico della sua poetica incentrata sul tema della morte, della perdita e del dolore. Tutta l’intera esistenza successiva venne segnata dal dramma.
Pascoli utilizza l’immagine della rondine, simbolo di innocenza e ritorno al nido, per rappresentare la figura del padre ucciso.
La rondine morente, trafitta sui rovi, diventa una metafora della croce di Cristo e dell’ingiustizia subita.
Il 10 agosto è anche la notte di San Lorenzo, tradizionalmente associata alle stelle cadenti, che Pascoli interpreta come “pianto di stelle”, simbolo del dolore universale e della sofferenza umana. L’universo partecipa al dramma vissuto dalla famiglia Pascoli, che prima di esso era un nido sicuro e protetto.
Nonostante il dolore per la perdita del padre, Pascoli esprime anche un messaggio di perdono, ricordando le parole pronunciate dal padre morente.
Questa giornata, per Pascoli, è una ricorrenza di profondo dolore personale, ma anche un’occasione per riflettere sul male, l’ingiustizia e la fragilità della vita, trasformando un evento tragico in un’opera poetica di grande valore.
- Marcinelle, una tragedia da non dimenticare.di Francesca Nicolò

Il mese di agosto è caratterizzato da un clima festoso e rilassato ma è bene ricordare che non sempre fu così.
Anzi, il mese di Agosto ha delle ricorrenze che non vanno assolutamente dimenticate.
Una di queste fu Marcinelle: una tragedia che segnò un dramma dal sapore amaro e drammatico.
L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, si verificò un incendio che causò la morte di 262 minatori, tra cui 136 italiani.
La tragedia, scaturita da un corto circuito che incendiò olio e strutture in legno, mise in luce le precarie condizioni di sicurezza e di vita dei lavoratori italiani emigrati in Belgio per lavorare nelle miniere.
Schiavi moderni, costretti a lavori faticosi e turni massacranti che lavoravano nella miniera per guadagnare qualcosa.
Emigrati dalle loro terre, lontano dalle famiglie e trattati come bestie.
Ma come avvenne l’incidente?
Un montacarichi urtò una trave d’acciaio, tranciando cavi elettrici e tubazioni, causando un incendio alimentato da olio e legno.
Esso si propagò rapidamente, intrappolando i minatori, molti dei quali morirono per asfissia e ustioni.
Perirono 262 minatori di 12 nazionalità diverse persero la vita, tra cui 136 italiani, molti dei quali provenienti dall’Abruzzo e dal Molise.
Tre inchieste furono aperte per chiarire le cause dell’incidente e le responsabilità, ma le conclusioni furono insoddisfacenti, evidenziando mancanze nelle misure di sicurezza e nelle condizioni lavorative. Sicuramente pesò il fatto che le vittime appartenessero alle classi più infime e dimenticate.
Difatti questo dramma si inserisce nel contesto di una massiccia emigrazione italiana verso il Belgio, in cerca di lavoro nelle miniere, a causa della scarsità di opportunità nel dopoguerra.
Un accordo tra i due paesi prevedeva lo scambio di minatori italiani in cambio di carbone, ma le condizioni di lavoro e di sicurezza per i minatori erano spesso precarie.
A seguito di questo episodio, Marcinelle è diventata un simbolo della tragedia dell’emigrazione italiana e delle dure condizioni di lavoro nelle miniere.
La tragedia contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei lavoratori e a promuovere una maggiore attenzione alla sicurezza e ai diritti dei lavoratori.
La miniera Bois du Cazier, teatro della tragedia, è stata trasformata in un sito storico e museo, diventando patrimonio Unesco.
La tragedia di Marcinelle rimane un monito sulla necessità di garantire condizioni di lavoro sicure e dignitose per tutti i lavoratori.
Esortazione che, anche ai giorni nostri, non dovrebbe mai essere dimenticata.
- La notizia della vergogna.di Francesca Nicolò

Venne diffusa solo il 7 agosto, forse per nascondere l’orrore e la vergogna nell’aver causato il disastro.
Da quel momento nulla fu più come prima: il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti sganciarono la bomba atomica “Little Boy” su Hiroshima, in Giappone, segnando un tragico evento nella storia mondiale.
L’ordigno, che esplose a mezz’aria, causò una devastazione immediata, uccidendo decine di migliaia di persone e causando danni estesi alla città. Tre giorni dopo, il 9 agosto, un’altra bomba atomica fu sganciata su Nagasaki, portando alla resa del Giappone e alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico.
Fu un’ecatombe di vite i cui dati, al giorno d’oggi, non mai stati ufficializzati del tutto.
Alle ore 8:16 il bombardiere B-29 “Little Boy”, chiamato Enola Gay, sganciò da la bomba.
Essa esplose a circa 600 metri sopra il centro della città, causando un’enorme esplosione, calore intenso e radiazioni.
Si stima che tra 70.000 e 80.000 persone siano morte immediatamente, e altrettante nei mesi e anni successivi a causa delle ferite e delle radiazioni.
Vennero circa il 70% degli edifici della città.
L’attacco a Hiroshima e Nagasaki fu un fattore decisivo nella resa del Giappone, segnando la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Purtroppo, è tuttora ricordato come uno dei momenti più tragici e significativi del XX secolo, sollevando questioni etiche e morali sull’uso delle armi nucleari.
Uno degli eventi che segnarono il corso della storia, in un modo su cui ancora oggi abbiamo da dibattere.
- Auguri Svizzera!di Francesca Nicolò

La Svizzera è uno degli stati più antichi d’Europa e la sua storia è estremamente affascinate e purtroppo poco conosciuta.
Il primo agosto è festa nazionale in Svizzera per commemorare la fondazione della Confederazione Svizzera nel 1291. Quel giorno, i cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo si unirono per formare un’alleanza, nota come Patto Federale, che è considerato l’atto fondativo della Confederazione.
Unione che sancirà il destino di uno stato relativamente piccolo ma cruciale negli accadimenti del vecchio continente.

Esso stipulato tra i tre cantoni, prevedeva assistenza reciproca in caso di minacce esterne e gettò le basi per la Confederazione Svizzera.
Nei secoli successivi, la Confederazione si espanse, includendo nuovi Cantoni e rafforzando la propria autonomia. Nel 1499, dopo la vittoria di Dornach, la Svizzera conquistò l’indipendenza dal Sacro Romano Impero. La Riforma protestante, diffusa da Zwingli e Calvino, portò a una divisione religiosa che tuttavia non intacò l’unità nazionale.
Nel 1515, dopo la sconfitta di Marignano, la Svizzera adottò la neutralità, scelta che si rivelò fondamentale per mantenere la propria indipendenza e stabilità nel corso dei secoli. Nel 1848, dopo una breve guerra civile, fu redatta una nuova Costituzione federale che sancì la nascita di uno stato federale con un parlamento bicamerale e un governo centrale. Berna divenne la capitale e lo è tuttora.

Dalle antiche rovine romane ai pittoreschi borghi medievali, dai castelli fiabeschi alle moderne città, la Svizzera offre un patrimonio storico e culturale di inestimabile valore.
Il 1° agosto si celebra con falò, fuochi d’artificio, discorsi politici e la tradizionale accensione di lanterne e si canta l’inno nazionale.
Le celebrazioni più importanti avvengono spesso al Prato del Rütli, luogo simbolico della fondazione della Confederazione.
Storia di un paese complesso e affascinante, tutto da scoprire.

- Buon compleanno Presidente.di Francesca Nicolò

Rientro tra quelle persone che, rispettano e onorano le cariche istituzionali in quanto rappresentano il paese. Non si può scindere una buona politica dal rispetto di ogni parte.
Salvo eccezioni (necessarie per taluni elementi), le critiche non sono di questa sede.
Oggi ricorre un’evento assolutamente speciale.
Sergio Mattarella è l’attuale Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 3 febbraio 2015. È un politico e giurista, esponente dell’ala sociale della Democrazia Cristiana, che ha ricoperto vari incarichi parlamentari e di governo prima di diventare Presidente.
Nato a Palermo il 23 luglio 1941, il nostro presidente ha la politica nel sangue: ha seguito la scia del padre Bernardo, figura esperta e determinante, intraprendendo una lunga carriera politica che lo ha portato a ricoprire, diversi ed importanti ruoli politici di rilievo nazionale ed internazionale.

Ancora oggi Presidente della Repubblica Italiana dopo la rielezione del gennaio 2022, tuttavia il suo percorso è iniziato diversi anni fa tra la Sicilia e Roma, terre in cui ha portato a termine la formazione e che hanno contribuito alla delineazione dei suoi ideali.
Persona dotata di grande carisma, intelligenza e determinazione: la figura che egli rappresenta è il cuore di un paese e il fulcro su cui si basa non solo la visibilità nel mondo ma anche l’essenza stessa della Repubblica Italiana.
Ma analizziamo alcune delle tappe più significative della vita di questo uomo straordinario.
Fu deputato dal 1983 al 2008, prima nella Democrazia Cristiana, poi nel Partito Popolare Italiano, La Margherita e infine nel Partito Democratico. Ricoprì diversi incarichi di governo come Ministro della Pubblica Istruzione (1989-1990), Ministro della Difesa (1999-2001) e Vicepresidente del Consiglio (1998-1999).
Tutti questi compiti lo resero uno dei candidati ideali a ricoprire un ruolo importantissimo quanto scomodo.
Personalmente, una delle scelte migliori che una classe politica allo sbando potesse fare.

Venne eletto Presidente della Repubblica il 31 gennaio 2015, al quarto scrutinio, con 665 voti. E va ricordato che, nel corso del suo mandato, ha dovuto affrontare diverse crisi, tra cui la grande recessione e la crisi europea dei migranti. Ultima, ma non per importanza, l’epidemia di Codiv-19 che letteralmente messo in ginocchio il mondo.
Personalmente, ricordo con affetto quando ricordò le vittime di questo massacro con grande affetto e vicinanza, nonostante taluni elementi non facessero altro che screditare ogni singola azione compiuta per debellare il virus.
Fu il primo a ricordare che le persone uccise erano esseri umani.
E questo, per rispetto alla memoria di mio padre che è stato ucciso dal covid, non lo dimenticherò mai.
Quando un uomo, per quanto importante e sopra tutto, arriva a pregare e soffrire assieme al dolore di tante famiglie, capisci che l’empatia può essere ancora parte del mondo politico.
Oltre le tante parole e i cartelloni, Mattarella ha mostrato i fatti.
Altro non voglio sentire: per me è stato ed è un grande presidente.

E’ stato il primo presidente siciliano ad essere eletto e il secondo rieletto dopo Napolitano.
Un uomo che pagò a caro prezzo anche il fare buona politica difatti, il fratello, Piersanti Mattarella, è stato ucciso dalla mafia nel 1980, quando era Presidente della Regione Siciliana.
Attentato vile e meschino avvenuto il 6 gennaio 1980, mentre l’uomo si recava a messa con la sua famiglia. Questo avvenimento scosse profondamente la società italiana e rappresentò un duro colpo per le istituzioni e per il tentativo di rinnovamento politico in Sicilia.
Piersanti Mattarella, da allora, fu considerato un simbolo della lotta alla mafia e della politica onesta. E in tutto questo vi fu un altro sacrificio; quello di un fratello, Sergio, che ne raccoglieva pietoso il corpo martoriato.
Provateci a pensare per un momento, prima di formulare ogni possibile critica facile.
Quanto costa raccogliere da terra una parte della tua anima e preservarlo ai tantissimi scatti che all’epoca si vedevano quando si parlava di stragi di mafia?
Foto che mostravano un mercato di orrore e connivenza.
Ho sempre pensato che il nostro presidente avesse detto, raccogliendo e proteggendo il corpo di Piersanti: ” io a tutto questo non ci sto”.
Quando hai una forza nel cuore tanto grande, nulla può scalfire la tua integrità.
Impari, per forza, a diventare più grande del dolore che hai dentro, onorandolo e ricordandolo ogni giorno.
E in questo credo, il nostro Presidente ha ben pochi eguali.
Auguri di cuore per essere una delle parte migliori del nostro scombinato paese.

- L’uomo che sarebbe dovuto salire sulla lunadi Francesca Nicolò

Pochi sanno che il destino cambiò le carte in tavola e l’equipaggio dell’Apollo 11 sarebbe potuto non essere quello che conosciamo.
Tra gli astronauti migliori dell’epoca ve ne era uno assolutamente straordinario e caparbio.
Virgil I. Grissom (Mitchell, 3 aprile 1926 – Cape Kennedy, 27 gennaio 1967) fu il secondo astronauta statunitense a viaggiare nello spazio e il pilota di comando dello sfortunato equipaggio dell’Apollo 1.
Lui e i suoi colleghi astronauti Edward H. White e Roger B. Chaffee furono uccisi, diventando le prime vittime del programma spaziale degli Stati Uniti, quando un incendio avvolse la loro capsula spaziale durante una simulazione del lancio dell’Apollo 1 previsto per il 21 febbraio 1967.
Una tragedia di cui, ancora oggi, vi è viva memoria soprattutto alla luce del fatto che gli astronauti perirono a terra e non nello spazio, notoriamente luogo abbastanza oscuro e pericoloso. La loro fu una morte atroce e di cui si conserva un audio drammatico dove sono presenti urla strazianti e la comunicazione che rivelava fuoco nella cabina.

Un incendio, scaturito da un probabile corto circuito, si propagò rapidamente all’interno della capsula, carica di ossigeno puro, durante un’esercitazione sulla rampa di lancio. I tre astronauti rimasero intrappolati a causa di un portello che si apriva verso l’interno e che non poteva essere aperto rapidamente a causa della pressurizzazione della cabina. Le autopsie rivelarono che la causa della morte fu l’asfissia dovuta all’inalazione di monossido di carbonio, con ustioni estese, ma non letali, causate dal fuoco.
La tragedia dell’Apollo 1 portò alla sospensione temporanea del programma Apollo e a un’analisi approfondita delle procedure di sicurezza della NASA. Vennero adottatte misure correttive, tra cui l’uso di una miscela di gas più sicura nella cabina, materiali ignifughi, e un nuovo design del portello che si apriva verso l’esterno.
L’incidente segnò un punto di svolta nella storia del volo spaziale umano, sottolineando l’importanza della sicurezza e della revisione dei processi di progettazione e fabbricazione.

Erroneamente la memoria di Gus Grissom, soprattutto in Europa, si ferma a questa tragedia ma in America rappresenta uno dei miti intramontabili.
Entrato in servizio nell’aeronautica militare degli Stati Uniti nel 1951, Grissom prese parte ad oltre 100 missioni nella guerra di Corea, guadagnandosi la Distinguished Flying Cross e la Air Medal con cluster.
Fu pilota collaudatore e istruttore di volo fino al 1959, quando fu selezionato come uno dei sette astronauti originali per il Progetto Mercury.
Il 21 luglio 1961, con un viaggio suborbitale di 15 minuti a bordo della capsula spaziale Liberty Bell 7, Grissom divenne il terzo uomo ad entrare nello spazio. Dopo l’ammaraggio, i dardi esplosivi del portello della capsula si aprirono inaspettatamente e Grissom dovette immediatamente lasciare la Liberty Bell 7, che affondò in più di 4.500 metri (15.000 piedi) d’acqua.

Il 23 marzo 1965, Grissom divenne il primo uomo a tornare nello spazio quando lui (come pilota di comando) e il tenente comandante John W. Young fecero tre orbite nel primo volo Gemini con equipaggio, Gemini 3. Durante quel volo Grissom dimostrò che una capsula spaziale poteva essere manovrata manualmente.
Grissom fu scelto per essere uno dei sette astronauti del Programma Mercury e, in base ai piani originali della NASA, avrebbe dovuto essere il primo uomo a camminare sulla Luna.
Tuttavia, la tragedia dell’Apollo 1 cambiò i piani.
Ma non cambiò mai la memoria e il ricordo di chi aveva conosciuto Grissom e il suo carisma.
L’uomo che non posò mai i piedi sulla luna, ma che raggiunse le stelle nella sua immortalità di eroe.
Per gli amanti di CSI che si stanno interrogando, sì: il personaggio di Grissom è un doveroso omaggio a questo straordinario pilota.

- le jour de gloire est arrivédi Francesca Nicolò

La Rivoluzione francese fu un periodo di sconvolgimenti sociali e politici in Francia, che durò dal 1789 al 1799. Iniziò con la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789, simbolo dell’oppressione monarchica, e portò all’abolizione della monarchia, alla proclamazione della repubblica e a un periodo di instabilità politica noto come il Terrore. La rivoluzione terminò con l’ascesa di Napoleone Bonaparte.
La Francia era profondamente indebitata a causa delle spese eccessive della corte reale e delle guerre, in particolare la guerra d’indipendenza americana. Inoltre, la stessa popolazione francese era stanca dell’assolutismo monarchico, dei privilegi della nobiltà e del clero, e desiderava maggiori libertà e uguaglianza.
Gli ideali illuministi di libertà, uguaglianza e fraternità, diffusi da pensatori come Rousseau e Voltaire, ispirarono il desiderio di cambiamento politico e sociale.
Il sistema feudale, con i suoi privilegi e le sue disuguaglianze, era ormai anacronistico e mal sopportato: un chiaro segnale che l’ancient regime aveva fatto il suo corso e la sua epoca.

Ecco alcuni degli eventi chiave:
- 14 luglio 1789:Presa della Bastiglia, simbolo dell’inizio della Rivoluzione.
- Agosto 1789:Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che proclamava i principi di libertà, uguaglianza e fraternità.
- 1792-1793:Proclamazione della Repubblica, esecuzione di Luigi XVI e instaurazione del periodo del Terrore.
- 1793-1794:Il Terrore, periodo di repressione violenta contro i nemici della Rivoluzione, guidato da Robespierre.
- 1799:Colpo di Stato di Napoleone Bonaparte, che segnò la fine della Rivoluzione

La Rivoluzione portò alla fine della monarchia assoluta e dei privilegi feudali.
La Francia divenne una repubblica, anche se in seguito sarebbe stata trasformata in un impero con Napoleone. Questo accadimento, influenzò i movimenti rivoluzionari in tutta Europa e nel mondo. Infine portò a una nuova organizzazione della società e dello Stato, basata su principi di libertà, uguaglianza e fraternità, anche se spesso in modo contraddittorio e violento.

- Le basi della Democrazia…e l’inizio della rivoluzione.di Francesca Nicolò

La rivoluzione francese culminò dopo una serie di diversi e intensi eventi.
Un fra questi accadde il 9 luglio 1789, l’Assemblea Nazionale, composta dai rappresentanti del Terzo Stato, che si autoproclamò Assemblea Nazionale Costituente.
Questo evento segnò una svolta, poiché l’assemblea si impegnò a redigere una costituzione per la Francia, ponendo fine alla monarchia assoluta e dando inizio a una nuova fase politica.
Dopo la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789, il Terzo Stato, scontento della sua rappresentanza e del sistema di voto, si autoproclamò Assemblea Nazionale il 17 giugno. Il 20 giugno, i membri dell’Assemblea giurarono di non separarsi fino a quando non avessero dato una costituzione alla Francia
Questa azione venne chiamata Giuramento della Pallacorda, ribadendo la profonda importanza di quanto promesso.
Il re, inizialmente contrario, fu costretto a riconoscere l’Assemblea e ad invitare i rappresentanti di clero e nobiltà a unirsi ad essa.

Proprio il 9 luglio, l’Assemblea Nazionale si trasformò ufficialmente in Assemblea Nazionale Costituente. Questo atto segnò la volontà del Terzo Stato di stabilire un nuovo ordine politico basato su una costituzione, ponendo fine al potere assoluto del re.
L’organizzazione, composta da rappresentanti del clero, della nobiltà e del Terzo Stato, iniziò a elaborare una serie di riforme che avrebbero cambiato profondamente la società francese, segnando la fine dell’Ancien Régime.
I fatti che seguirono, da menzionare, furono i seguenti:
- 14 luglio: Presa della Bastiglia, evento simbolico della Rivoluzione Francese.
- 4 agosto: L’Assemblea decretò l’abolizione del sistema feudale.
- 26 agosto: Fu pubblicata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.
- 3 settembre 1791: L’Assemblea Nazionale Costituente approvò la Costituzione, che trasformò la Francia in una monarchia costituzionale.

- La bellezza dell’attimo.di Francesca Nicolò

Quante volte vi capita di fermarvi ad ammirare la meraviglia di ogni singolo attimo?
Anche quello più scontato? Quello che magari si vive e si oltrepassa ogni singolo giorno della propria vita?
Suppongo, praticamente mai. Troppo incasinati, attanagliati da mille incombenze e preoccupazioni, viviamo la vita in un passaggio in bilico tra dovere ed apparire.
Dimenticandoci che abitiamo il mondo e ne dovremmo essere partecipi.
E in questo credo che la fotografia sia un faro rivelatore di quanto possa essere magnifica e infinitamente bella la realtà che ci circonda. Ogni scatto può cogliere un prezioso ed irripetibile istante.
Perché nessun attimo sarà mai uguale a nessun altro, nonostante le apparenze e il pensiero comune.




Domenica ho avuto modo, nella suggestiva cornice del monastero di Cairate, di visitare la mostra curata dal gruppo fotografico “Autoscatto” suddivisa in diversi temi e soggetti.
Il filo conduttore è proprio l’istante e la bellezza che possono rappresentare momenti normali, persone comuni oppure l’apparente staticità della natura.
Nella prima sala si possono ammirare fiori e piante immortalati nella loro fioritura
Ritratti su uno sfondo neutro, sono nudi e dominano la scena.
Non hanno filtri o accorgimenti particolari, essi vengono ritratti dalla macchina fotografica nella loro infinita naturalezza e semplicità.
E viene da chiedersi: quante volte acquistiamo o cogliamo un fiore senza osservarlo?
Quanto poco ci ricordiamo delle emozioni che provavamo da bambini quando una pianta fioriva sotto i nostri occhi?
Siamo aperti ad ogni stimolo esterno, connessi con ogni parte del mondo eppure non abbassiamo mai lo sguardo o ammiriamo davvero un panorama.
Emozionati più nel condividerlo che nel viverlo, citando una nota e abbastanza veritiera canzone.




La seconda sala, i cui scatti fanno parte della raccolta chiamata Scatti tra le Note, espone le fotografie di un’orchestra intenta nel suo operoso lavoro. La musica si esprime attraverso i movimenti, percettibili dall’alone delle pose e dagli stessi strumenti: rappresentati fumanti come un fulcro potente di passione, vita e anche sacrificio.
Perfetta rappresentazione di cosa racchiuda la musica nell’essenza più vera ed intima della sua natura. Qualcosa di bello ed intenso, ma che cela tantissimo sforzo e si nutre proprio di quella scintilla che risiede nell’anima di ognuno di noi.
A pensarci bene, il termine passione deriva proprio dalla verbo greco soffrire e questo crea una sorta di simbiosi tra ciò il sacrificio e le proprie attitudini: dedicarsi anima e corpo a ciò che si ama indica anche una sofferenza e privazione. Inutile si neghi questo.
Qualcosa che pulsa dentro alimenta e tormenta, inevitabilmente.

Bellissimi, nella terza sala, gli scatti a diversi soggetti che appartengo alla comunità di Appiano Gentile. Possiamo definirli i punti cardine di un paese: il vigile, il pompiere, la benzinaia, il sindaco, la bibliotecaria, il carabiniere e tanti altri.
Fotografati in una solenne naturalezza che li rende bellissimi e stupendamente veri. Foto che sembrano raccontare le loro vite dedicate al servizio degli altri e tremendamente date per scontate.
Anche in questo caso, quanto poco consideriamo il loro valore?
Pecchiamo di dare per scontato troppo e senza vergogna.



In ultimo, alcune foto che rappresentano movimento alla massima potenza. Dinamismo, frenesia e mutabilità dell’essere. Fluido, libero e perfetto in qualcosa di unico. Movimenti mai uguali ad altri e preziosi. Azioni ovvie che però si ripetono in modo diverso nella loro ciclicità.
Scatti che, ad ogni osservazione, donano alla vista un particolare nuovo.





Una mostra che raccoglie tanti temi, svegliando lo spettatore e facendolo riflettere su quanto ci si possa incatenare ad una prigioniera quotidianità. Ottuso e cieco alla vera bellezza, senza scopo o riflessione.
Essere pensante senza anima. Vuoto che vive senza vivere davvero.
Mostre come questa possono rappresentare una bella e dolce speranza a destare il torpore del cuore verso ciò che la vita e la sua naturalezza possono offrire.

- Un grande evento per ricordare un grande uomodi Francesca Nicolò

Oggi si celebra il ricordo di una delle figure più importanti nella storia del nostro paese: l’8 Luglio 1978 venne eletto come presidente della Repubblica Sandro Pertini.
La sua elezione avvenne con il sostegno di tutto l’arco costituzionale, ottenendo la maggioranza più ampia nella storia delle votazioni presidenziali italiane.
Ma chi era questo personaggio, quasi sempre definito come il più amato dagli italiani?

Egli fu noto soprattutto per essere stato il settimo Presidente della Repubblica Italiana dal 1978 al 1985. La sua storia è caratterizzata da un forte impegno antifascista, perseguitato e imprigionato durante il regime, e da un profondo senso di giustizia sociale, che lo ha accompagnato in tutta la sua carriera politica.
Grande personalità, carisma e naturale predisposizione ad una comunicazione efficace furono gli aspetti più caratteristici di questa importante figura storica.
A tratti anche controversa in quanto, si riferisce che egli abbia ordinato l’uccisione di alcune figure legate al fascismo solo per simpatia o legami sentimentali come Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Tuttavia, in quello che è il macabro disegno di una guerra fratricida è sempre labile il confine tra giusto e sbagliato.
E il santino non si dovrebbe mai fare a nessuno, in quanto tutti siamo esseri umani e gli esseri umani scrivono la storia, nel bene e nel male.

Dopo la laurea in giurisprudenza e scienze politiche, iniziò a dedicarsi attivamente alla politica nel Partito Socialista Italiano (PSI). Durante il regime fascista, Pertini venne arrestato, incarcerato, confinato e costretto all’esilio per la sua opposizione al fascismo. Sono state pubblicate diverse lettere in cui raccontava gli anni della prigionia e del confino. Partecipò attivamente alla Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, distinguendosi per il suo coraggio e il suo impegno antifascista.
Dopo la fine della guerra non mancò mai di onorare il suo grande amore verso l’attività politica.

Eletto all’Assemblea Costituente nel dopoguerra, Pertini ricoprì successivamente il ruolo di deputato, senatore e Presidente della Camera dei Deputati. Nel 1978 appunto, venne eletto Presidente della Repubblica Italiana, diventando il primo socialista a ricoprire questa carica.
Gli anni della Presidenza non si ricordano tra i più semplici della storia. Le contestazioni erano all’ordine del giorno, il dibattito per aborto e divorzio era sempre attivo e divisivo (non che oggi sia tanto cambiata la situazione) e l’Italia faceva i conti con un divario sociale spaventoso ed una diseguaglianza tra nord e sud praticamente incolmabile.
Il mandato di Pertini alla Presidenza della Repubblica, tuttavia, fu caratterizzato da una forte vicinanza al popolo italiano, in particolare ai giovani, e da un’immagine di uomo onesto, laico e vicino ai valori etici della politica. Rompendo il classico muro tra istituzioni e popolo, il Presidente fu parte attiva nel migliorare i rapporti tra le diverse istituzioni. La sua figura fu estremamente decisiva per la lotta contro il terrorismo, la criminalità organizzata e per la difesa dei diritti umani a livello internazionale.

Promosse l’unità nazionale e rappresentò l’Italia in numerose occasioni, sia in momenti di gioia che di tragedia.
Non a caso, Sandro Pertini è considerato uno dei presidenti più amati e popolari nella storia della Repubblica Italiana.
La sua figura è ricordata per la sua integrità, il suo coraggio, il suo impegno per la democrazia e la sua capacità di comunicare con il popolo italiano.
L’eredità di Sandro Pertini continua a vivere nella memoria collettiva e nel ricordo del suo impegno per un’Italia più giusta e democratica. Una memoria che abbastanza spesso viene usata per grandi proclami ma mai per atti concreti.
Ma si sa, la buona politica è morta oramai da diverso tempo.

- Auguri U.S.A!di Francesca Nicolò

Quasi tutti, credo, sappiamo che il 4 luglio è una delle feste più importanti oltreoceano. Al pari del ringraziamento, una delle nazioni più potenti del mondo è come se si fermasse per un giorno di festa e ricordo.
E , quindi, cosa si festeggia oggi?
Il 4 luglio negli Stati Uniti si celebra l’Independence Day, ovvero il Giorno dell’Indipendenza, che commemora la dichiarazione di indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1776.
Questa data segna la nascita degli Stati Uniti d’America come nazione indipendente.

Essa venne proclamata appunto il 4 luglio 1776, segnando l’indipendenza delle 13 colonie americane dalla Gran Bretagna. Quali erano le 13 colonie promotrici?
Le tredici colonie costituitesi sulla costa atlantica del Nordamerica, da nord a sud erano: New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware, Maryland, Virginia, North Carolina, South Carolina, e Georgia.
Redatto principalmente da Thomas Jefferson, esponeva le ragioni della ribellione e i principi fondamentali del nuovo governo, ispirati all’Illuminismo. Qualcosa di innovativo e assolutamente straordinario per l’epoca.
Ecco i punti chiave.
- Il documento elencava una serie di abusi e ingiustizie commessi dalla corona britannica nei confronti delle colonie, giustificando la loro decisione di rendersi indipendenti.
- La Dichiarazione affermava che tutti gli uomini sono creati uguali e dotati di diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità.
- Questo evento segnò l’atto di nascita degli Stati Uniti d’America, sancendo la formazione di una nuova nazione basata su principi di libertà e autogoverno.

La Dichiarazione di Indipendenza è considerata un documento fondamentale nella storia degli Stati Uniti, non solo per la sua importanza nella lotta per l’indipendenza, ma anche per il suo impatto duraturo sui principi di libertà e democrazia a livello mondiale.
Uno dei primi esempi di rivoluzione in nome della democrazia, a cui ne seguirono altre.
Una tra tutti? La rivoluzione francese.
Oggi, il 4 luglio è una festa nazionale negli Stati Uniti, celebrata con parate, fuochi d’artificio, grigliate, concerti e altre attività patriottiche.
È un giorno in cui gli americani riflettono sulla storia della loro nazione e celebrano i valori di libertà e democrazia.
Una ricorrenza che manca ancora in troppi paesi.

- Il solstizio ed un nuovo Papa.di Francesca Nicolò

Durante la settimana successiva al solstizio vorrei ricordare gli eventi più significativi legati a questa data, che si svolgono in epoche assolutamente diversi e vedono protagoniste diverse importanti personalità.
Il 21 giugno 1963, il cardinale Giovanni Battista Montini venne eletto papa scegliendo il nome di Paolo VI.
L’elezione avvenne durante il conclave seguito alla morte di papa Giovanni XXIII.
Il nome “Paolo” venne scelto da Montini per il suo profondo amore verso l’apostolo delle genti e, citando lo stesso religioso, per essere “il più piccolo tra voi”.
Difatti il nome Paolo deriva dal greco e significa appunto “piccolo”.
Papa Montini fu un grande uomo, silenzioso ma deciso, pragmatico e dalla parte dei più deboli, spesso accusato di essere poco incline a manifestazioni di affetto.Eppure, non poche rivoluzioni accaddero sotto il suo pontificato.

Innanzitutto, l’elezione di Paolo VI segnò un momento importante nella storia della Chiesa, con la prosecuzione del Concilio Vaticano II, iniziato da Giovanni XXIII, e l’impegno a portare la Chiesa nel mondo moderno.
Il pontificato di Paolo VI (1963-1978) è stato caratterizzato da importanti eventi e decisioni. Tra i punti salienti, spiccano la conclusione del Concilio Vaticano II, l’enciclica Humanae Vitae che ribadiva l’impegno per lo sviluppo integrale e solidale dei popoli, espresso anche nel documento successivo Populorum Progressio.
Venne definito anche “Papa pellegrino”, compiendo viaggi significativi in Terra Santa, India e presso le Nazioni Unite.
Paolo VI portò a termine quanto iniziato da Giovanni XXIII, affrontando questioni delicate come la riforma liturgica, il rapporto con le altre religioni e il ruolo della Chiesa nel mondo moderno. Va ricordato che grazie a lui la messa venne ufficializzata in lingua italiana, abolendo parzialmente greco e latino.

Nel 1967, fu uno dei primi a trattare apertamente dello sviluppo integrale e solidale dei popoli, sottolineando l’importanza di un approccio spirituale allo sviluppo, che includesse non solo bisogni materiali, ma anche culturali e spirituali. Secondo il religioso il progresso non escludeva la religione e anzi, entrambe potevano collaborare in modo sinergico e collaborativo.
Paolo VI fu il primo papa a viaggiare al di fuori dell’Italia, ricevendo riconoscimenti e ponendo le basi per il dialogo interreligioso ed avviò una riforma della Curia, mirata a renderla più efficiente e adatta alle nuove sfide della Chiesa. Inoltre, diede maggiore importanza al collegio cardinalizio, coinvolgendolo maggiormente nelle decisioni della Chiesa.
Ultima ma non tale per importanza, la devota attenzione al mondo del lavoro: difatti, il boom economico era alle porte ma con esso anche i tanti squilibri sociali che lo accompagnavano.
Paolo VI viene chiamato “il Papa delle ACLI” per il suo forte legame con l’associazione, soprattutto durante il suo periodo come arcivescovo di Milano e poi come pontefice. Egli sostenne e promosse attivamente le ACLI, riconoscendone il ruolo nella formazione religiosa, morale e sociale dei lavoratori cristiani.

Grande promotore di uguaglianza sociale e fermo oppositore dei tanti disagi sociali che attraversavano il mondo, si spense a Castel Gandolfo il 6 Agosto 1978.
Gli succedette Giovanni Paolo I che nel suo nome volle onorare in modo deciso i suoi grandi predecessori.
Fu proclamato santo il 14 ottobre 2018 da Papa Francesco.

- La fuga della vergognadi Francesca Nicolò

Il 21 Giugno rappresentò uno dei giorni più funesti per uno dei monarchi più controversi e sfortunati che la storia ricordi.
Insieme a Maria Antonietta e ai suoi figli, Luigi XVI fu scoperto a fuggire a soli 50 chilometri dalla fuga dalla Francia: quest’azione, che risultò controversa e discutibile sotto molti aspetti, segnò la vera fine di ogni speranza.
Dall’assalto alla Reggia di Versailles del 6 ottobre 1789, le raccomandazioni di fuggire dal paese verso la famiglia reale francese furono numerose. Luigi XVI decise di trasferirsi con Maria Antonietta e i loro figli al Palazzo delle Tuileries, nel centro di Parigi, dove risiedettero per un certo periodo sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale.
Questo soggiorno fu, a conti fatti, una prigione dorata dove i sovrani erano privati di ogni libertà pur vivendo ancora in certo lusso. (va ricordato che le Tuileries erano, in origine una reggia reale).

Quando nell’aprile del 1791 a seguito delle minacce del re e della regina di lasciare la loro nuova casa alla volta della residenza di campagna di Saint-Cloud, furono circondati da una folla che impedì questo movimento con insulti e pressioni.
La situazione si era fatta incandescente e pronta ad esplodere al punto che i nobili rimasti fedeli consigliarono alla coppia reale di lasciare il paese.
Da qui ebbe origine la nota tragedia denominata “Fuga da Varennes”.
Si trattava di un progetto ideato dall’aristocratico svedese Hans Alex de Fersen, che prevedeva di travestire l’intera famiglia reale per fuggire, durante la notte verso la città di confine più vicina.
Il traguardo era, quindi, Montmédy, a circa 287 chilometri a est di Parigi, attuale confine con il Belgio. Il programma prevedeva che , Luigi XVI, una volta salvatosi avrebbe fatto proclama contro la Rivoluzione francese e le sue tensioni ribadendo quanto il tutto sia stato svolto in modo deplorevole e violento.

Tutto ebbe inizio nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1791, alle due del mattino, quando Luigi XVI, Maria Antonietta e i loro figli si riunirono per intraprendere questo piano di fuga. La discrezione, però, non gli accompagnò mai (assieme, aggiungo al buonsenso), in quanto utilizzarono un veicolo lussuoso per il viaggio, ricolmo di bauli pieni di vestiti, vino e ogni tipo di necessità. Abbastanza appariscente per non passare del tutto inosservato.
La scomparsa dei reali avvenne alle otto del mattino di quel 21 giugno per opera dei servitori.
Il re aveva scritto un comunicato in cui denunciava gli abusi subiti dai rivoluzionari e spiegava le ragioni della loro fuga.
Nonostante alcune difficoltà lungo il percorso, i re riuscirono ad avanzare gran parte del percorso, anche se non riuscirono a completarlo per pochi chilometri: una beffa del destino becera e crudele.
La famiglia reale fu riconosciuta da un cittadino che vide il volto di Luigi XVI simile a quello delle monete, furono trattenuti e arrestati a Varennes-en-Argonne, e tornarono a Parigi il 25 giugno.
Se non fosse stato per questa fuga fallita, il re Luigi XVI si sarebbe salvato da ciò che il destino gli aveva riservato mesi dopo: il 10 agosto 1972, dopo la proclamazione della Repubblica, il re sarebbe stato processato per tradimento, condannato a morte e giustiziato con la ghigliottina il 21 gennaio 1793.
Qualche tempo dopo, anche Maria Antonietta sarebbe stata giustiziata, il 16 ottobre 1793.
Solo 50 chilometri per cambiare il corso della storia francese: così poco mancava alla salvezza in terra sicura.
Così poco alla conclusione migliore.
Anche se la storia non si scrive con se e con i ma, il dubbio di come sarebbe andata è uno dei dilemmi che lascia senza risposta.

- Nilde Iotti: la voce di una donna per le donne.di Francesca Nicolò

“Onorevoli colleghi, comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato”.
Così iniziava il discorso che Nilde Iotti pronunciò il 20 giugno 1979 dopo essere stata proclamata presidente della Camera, incidendo indelebilmente il suo passaggio nella storia italiana.
Le donne come Nilde Iotti hanno reinterpretato il ruolo del proverbiale sasso nello stagno, si sono tuffate in acque in cui, fino a poco prima, nessuna avrebbe avrebbe osato immergere nemmeno un piede. I cerchi concentrici che hanno prodotto sopra e sotto la superficie hanno lambito tutte le altre donne, cambiandone i destini.
Nilde Iotti era nata il 10 aprile 1928 e aveva studiato grazie alle borse di studio che riusciva a ottenere perché era brava a scuola. La sua famiglia non era ricca, il padre ferroviere aveva perso il lavoro a causa della sua attività sindacale ed era poi morto prematuramente quando lei aveva sei anni. Ma si laureò in Lettere nel 1942 all’Università Cattolica di Milano e lavorò come insegnate sotto il fascismo. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla Resistenza, dove diventò un personaggio di primo piano. Finita la guerra, entrò nel PCI e fece parte dell’Assemblea Costituente. Quell’anno iniziò anche la relazione di Nilde Iotti con il Segretario del PCI, Palmiro Togliatti, che aveva 27 anni più di lei ed era già sposato con la deputata Rita Montagnana.
La loro storia d’amore rimase segreta fino all’attentato in cui Togliatti venne ferito nel 1948, e suscitò un certo scandalo, anche perché il divorzio non era ancora legale in Italia.

Nilde Iotti venne eletta vicepresidente della Camera nel 1972, e poi presidente nel 1979, carica che ha ricoperto per tredici anni.
È stata sempre dalla parte delle donne, si è battuta per il divorzio, per l’aborto, per il diritto di famiglia, per la pensione delle casalinghe, per il lavoro delle braccianti e delle mondine.
Le dobbiamo molto anche perché ha sempre difeso le istituzioni, si è impegnata per riformarle, e oltre a essere stata presidente della camera, ha ricoperto i ruoli di presidente della commissione bicamerale, è stata parlamentare e dirigente di partito.
Una che ha difeso la costituzione ma voleva riformare le istituzioni, che metteva il Parlamento davvero al centro del dibattito pubblico e credeva nella politica popolare, tanto da volere che la biblioteca della Camera fosse aperta a tutti, ogni giorno della settimana.
Una sorella a cui dovremmo sempre essere riconoscenti per il nostro diritto di essere donne libere.
E il cui ricordo non può che essere un faro di speranza potente e straordinario.

- Pronti per un viaggio tra gli astri?di Francesca Nicolò

Allegra Moda Curvy è da sempre un punto di riferimento meraviglioso per le donne e il loro benessere.
Diversi eventi hanno avuto luogo in questo piccolo grande angolo di eleganza e condivisione.
Appuntamenti sempre nuovi, coinvolgenti e suggestivi.
E, dunque, quale occasione migliore per incontrarsi e parlare di astrologia?
Venerdì 20 Giugno alle ore 18.30 presso il negozio di Tradate grazie al meraviglioso intervento dell’astrologa Cinzia Mancuso, sarà possibile analizzare ed apprendere alcune nozioni sugli astri e le stelle.

Durante un aperitivo divertente tra amiche ci sarà occasione per condividere riflessioni e considerazioni riguardo al mondo astrologico.
Cinzia è da una studiosa di lungo corso che ha all’attivo diverse opere sul tema e docente di corsi dedicati.
Momento prezioso per scoprire tante curiosità ed aneddoti legati ad una disciplina suggestiva e straordinaria.
Marta e Cinzia hanno dato vita a qualcosa di straordinario ed io sono onorata di essere parte di questo viaggio, perché per me sono due persone meravigliose.
Donne il cui intento è rendere meravigliosa la vita di ogni donna attraverso le proprie passioni ed uno studio costante e metodico.
Tenacia, resilienza e coraggio sono l’ossigeno che respirano ogni giorno.
Auguro ad ogni persona di incontrare persone come loro lungo il proprio cammino.
E quindi è imperativa una sola parola: non mancate!!!

- Un dono prezioso per tutti.di Francesca Nicolò

L’Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS) nasce a Milano nel 1927 per iniziativa del medico Vittorio Formentano, che lanciò un appello per la costituzione di un gruppo di volontari donatori di sangue. L’idea era di creare un’offerta di sangue libera, volontaria e gratuita, come alternativa alla compravendita di sangue, allora diffusa.
Ai tempi, a causa anche della guerra e delle tante epidemie, era abbastanza comune vi fosse moria di donazioni di sangue.
Ma come iniziò tutto?
Pochi lo sanno…ma tutto ebbe inizio con un appello accorato su un quotidiano milanese a cura del dottor Fomentano che invitava la popolazione a donare sangue. Era il 1926, e ciò che per molti è quotidianità allora era un miraggio vero.
Ma si sa: i progetti più belli nascono dai sognatori incalliti

17 persone rispondono all’annuncio e tutte assieme con un profondo spirito comune costituiscono l’AVIS. Due anni dopo, vede la luce il primo statuto dell’associazione.
Il fiume di volontari diventa straordinario, coinvolgendo tutta Italia anche nelle aree più rurali fino ad arrivare nelle camere del potere. Durante il 1950, L’AVIS viene riconosciuta dallo Stato con legge n. 49 e successivamente viene regolamentata la raccolta, la conservazione e la distribuzione del sangue umano con la legge n. 592. Nel ventennio successivo inizia a svilupparsi un’ampia rete di sedi regionali, provinciali e comunali.
Ogni sede prevede è composta da un direttivo e coordinata da personale sanitario coordinandosi capillarmente con le diverse sedi italiane.

Ma quali sono gli intenti di questa associazione?
- L’obiettivo principale dell’AVIS è quello di garantire un’adeguata disponibilità di sangue ed emocomponenti per tutti i pazienti che ne hanno necessità.
- L’AVIS promuove la donazione di sangue, la chiamata dei donatori e la sensibilizzazione sulla donazione.
- L’AVIS è un’associazione privata, senza scopo di lucro, ma con finalità di interesse pubblico.
- L’AVIS opera attraverso un’ampia rete di volontari, sia donatori che dirigenti.
Essa attuò qualcosa di straordinario e infatti Il dottor Formentano fu il primo a comprendere il valore di un’offerta di sangue libera, volontaria e gratuita. Ha contribuito in modo significativo alla salute pubblica italiana, in quanto i donatori sono regolarmente visitati e monitorati.
L’AVIS è un esempio di come il volontariato possa fare la differenza nella vita di molte persone. Perché quello che può essere un gesto semplice per noi, è vita per chi lotta.

- Il Principe dei cielidi Francesca Nicolò

Sui cieli di Nervesa nel pieno della Battaglia del Solstizio nel tardo pomeriggio del 19 giugno 1918 cadeva, a 30 anni appena compiuti (il 9 maggio), il maggiore pilota Francesco Baracca, comandante della 91° squadriglia, la “Squadriglia degli Assi”.
Lui, il più famoso di tutti (34 vittorie confermate, meno di quanto siano state in realtà, le ultime due solo quattro giorni prima, ai danni di due Albatros D. III austriaci colpiti insieme col sergente Aliperta sui cieli del Montello e di San Biagio di Callalta), venne abbattuto a bordo del suo aereo di riserva, uno SPAD S. VII Matr. 5682, utilizzato a causa dell’indisponibilità del fidato S. XIII.
Alcune testimonianze affidabili riferiscono come l’asso di Lugo di Romagna prima di partire fosse molto nervoso a causa di un brusco scambio di opinioni avuto nel corso del primo pomeriggio nella sede del comando di Villa Borghesan di Quinto di Treviso (ora non più esistente) con il suo diretto superiore, il tenente colonnello Pier Ruggero Piccio (anche lui pluridecorato, terzo asso della caccia italiana con 24 abbattimenti confermati), e lo stesso Generale Luigi Bongiovanni, il neo Comandante Generale dell’Aeronautica, giunto appositamente alla base su espresso incarico di Badoglio, il Sottocapo di Stato Maggiore, secondo solo a Diaz, molto contrariato per il poco successo riscosso a suo dire dalle missioni “Rettile”.
Quest’ultimo era il nome in codice di quelle azioni di mitragliamento, così chiamate perché svolte a bassissima quota e con un’andatura sinusoidale analoga a quella usata dai serpenti, per evitare di essere colpiti da terra.

Si trattava in effetti di un tipo di missione che i piloti svolgevano assai malvolentieri perchè, quasi tutti provenienti dalla cavalleria, disdegnavano quel ruolo di mero servizio alle operazioni di terra, loro che erano entrati nella neonata specialità aeronautica solo per il desiderio di combattere ad armi pari contro i piloti nemici, come veri e propri “cavalieri dell’aria” che si sfidassero in un leale duello, unico modo a loro dire per rinverdire i fasti dell’ormai morente cavalleria, destinata in breve tempo ad essere inevitabilmente superata dall’incombente progresso tecnologico.
Tra una cosa e l’altra l’asso romagnolo era però decollato dal campo di San Bernardino solo alle 18,15, preceduto di pochi minuti dall’esperto capitano Bartolomeo Costantini, che pure doveva partire insieme con loro, e dallo stesso Piccio, sollevatosi in volo da solo per attaccare un Draken (pallone frenato), probabilmente quello sopra Susegana.Lo SPAD VII precipitò in località Busa delle Rane, alle pendici del Montello, a ovest dell’ex Abbazia di Nervesa ed a nord della Parrocchia di Giavera, uno dei settori più contesi in assoluto durante quel terribile Solstizio, circa mezz’ora dopo la sua partenza, in una zona teoricamente tenuta dal nemico ma talmente battuta dalle artiglierie italiane da essere virtualmente terra di nessuno: unici testimoni della sua caduta, alcuni soldati del 112° Piacenza che lo videro impennarsi all’improvviso e cadere seguito da una fievole scia di fumo.

Il velivolo sarebbe stato ritrovato solo quattro giorni dopo, nei pressi delle carrarecce 3 e 4, a battaglia ormai finita, dal tenente Ferruccio Ranza e dallo stesso Franco Osnago (che l’aveva perso di vista dopo averlo visto anche lui abbassarsi di quota all’improvviso a sinistra seguito da una sottile coda di fumo), recatisi sul posto assieme a Raffaele Garinei, giornalista del Secolo di Milano, su segnalazione del tenente Ambrogio Gobbi, comandante della 188° batteria da montagna, già a conoscenza che in zona fosse caduto un aereo nostro, ma il primo a imbattersi effettivamente nei poveri resti, col sottotenente Lombardini e l’artigliere Ulserti, mentre cercava di trovare il punto più adatto dove posizionare i suoi pezzi.
A pochi metri dal velivolo, trovato quasi completamente bruciato e col motore e la mitragliatrice Vickers sbalzati via al momento dell’urto col terreno, era il corpo supino di Baracca, pressoché integro salva qualche bruciacchiatura sul petto e sulle mani, col volto in basso, anch’esso intaccato dal fuoco, proteso verso il Piave, le gambe contratte, il pugno destro irrigidito presso la tempia, l’orologio da tasca, quello d’argento del Concorso Ippico di Roma, fermo sulle 18,42, ma con solo un forellino sotto l’incavo dell’occhio destro, all’altezza della radice del naso.
A prima vista una lesione da arma da fuoco di piccolo calibro, senza foro d’uscita.Probabilmente l’uomo, consapevole della propria fine, si era ucciso.

Ancora oggi la sua morte è oggetto di indagini e supposizioni.
Gli scenari che si sono tradizionalmente da sempre ipotizzati sono più d’uno
Il primo lo vede colpito dalle due raffiche della Schwarzlose del primo tenente osservatore Leutnant Arnold Barwig a bordo del ricognitore Phoenix C. I 121.17 pilotato dal Zugsfuhrer (sergente) Max Kauer della FliK 28 D, come provato da una foto dell’aereo caduto in fiamme, in realtà piuttosto confusa perché si vede solo fumo e nient’altro (vittoria confermata dagli uomini della SturmKompanie 139 presente sul posto e da altri quattro ufficiali della K.u.K. Luftfahrtruppen, l’imperial-regia aviazione austriaca, testimoni diretti del fatto, osservato da lontano con un cannocchiale a 40 ingrandimenti, e pertanto subito omologata dai loro Comandi, prima ancora che si sapesse di Baracca, anche perché le fanterie di quel particolare settore non disponevano di munizioni incendiarie per cui a rigor di logica solo un aereo poteva avere abbattuto lo SPAD);
Il primo lo vede colpito mortalmente da fuoco da terra (si ipotizzò anni dopo il colpo fortunato di un cecchino appostato su un campanile), come riteneva Osnago, non avendo visto aerei nemici in quei cieli al momento del fatto: soluzione certo possibile, quella più accettata da sempre in Italia, ma estremamente improbabile anche perché una pallottola sparata dal fucile Steyr-Mannlicher in dotazione ai fanti austro-ungarici avrebbe avuto un effetto devastante sul viso del pilota;
E infine l’ultimo suicida per evitare di morire bruciato (la fondina della pistola era vuota, con l’arma andata probabilmente distrutta nell’incendio): ipotesi quest’ultima cavalcata nei primissimi giorni da Garinei e che lo stesso Baracca aveva evocato tempo prima (“Meglio un colpo in testa che bruciare vivo”), non rara tra i piloti da quando erano entrate in uso le pallottole incendiarie ed il paracadute spesso non era in dotazione (“Limita l’ardimento”, era la tesi degli Alti Comandi di allora).Tante furono le teorie, alcune più complottisticamente suggestive di altre ma tutte unite da un grande ed unico denominatore.
Baracca è stato padrone del cielo, leggenda e pilota straordinario la cui memoria ora poggia su una delle più famose macchine del mondo.
Non sfreccia più nei cieli, ma lo fa ogni giorno sulla terra a ricordare che le leggende esistono e devono essere ricordate per sempre.

- Auguri, Repubblica Italia.di Francesca Nicolò

Anche se sembra un paradosso non saperlo, vi assicuro che è sempre meglio ricordare.
Vivo in un paese troppo spesso smemorato.
Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana, una ricorrenza che commemora il referendum popolare del 1946 che ha sancito la nascita della Repubblica Italiana e la fine della monarchia. In quel giorno, gli italiani hanno votato per scegliere la forma di governo del paese, optando per la Repubblica con il 54.3% dei voti.
In questa giornata e nel lunedì successivo, il popolo italiano si recò alle urne per decidere se l’Italia dovesse rimanere una monarchia o diventare una repubblica.
Il referendum portò alla vittoria del progetto di Repubblica, con il 54,3% dei voti a favore e il 47,7% per la monarchia. Da allora il 2 Giugno è stata dichiarato festa nazionale in Italia, in ricordo di questo momento cruciale nella storia del paese.
Celebrato con diverse manifestazioni, tra cui la deposizione di una corona di alloro al Milite Ignoto e una parata militare a Roma.
Un momento in cui l’Italia ha scelto di diventare una Repubblica costituzionale, un passaggio fondamentale verso la democrazia e la modernizzazione del paese.
Evento da ricordare ed onorare per sempre.

- L’urlo coraggioso di un grande uomodi Francesca Nicolò

Oggi non è un giorno qualsiasi. Oggi è il giorno in cui si ricorda la forza e il coraggio di chi non ebbe paura. Di chi osò sfidare ciò che tutti temevano.
Giacomo Matteotti, deputato socialista, prese la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile.
Tra le urla e gli insulti dei deputati fascisti che lo interruppero più volte, Matteotti, denunciò una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni.
Il suo discorso, o meglio la condanna a morte, sarebbe rimasto famoso e passato alla storia come il nostro j’accuse più famoso:
« […] Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. […] L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] Per vostra stessa conferma (dei parlamentari fascisti) dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. »
Giacomo MatteottiTerminato il discorso disse ai suoi compagni di partito:
«Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.»
Non era mai stata una persona ipocrita, anzi: il pragmatismo che lo contraddistingueva era assolutamente straordinario. Nulla doveva essere tralasciato in ogni ambito, e le ingiustizie erano qualcosa di inaccettabile.
In un’altra occasione aveva pronunciato una frase che si sarebbe rivelata profetica:
« Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai »

La proposta di Matteotti di far invalidare l’elezione almeno di un gruppo di deputati – secondo le sue accuse, illegittimamente eletti a causa delle violenze e dei brogli – venne respinta dalla Camera con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Ovviamene il clima di terrore e sospetto era l’ossigeno di tutta la classe politica.
Lo storico Renzo De Felice ha definito “assurda” l’interpretazione di questo discorso come una richiesta di Matteotti basata su una realistica possibilità di ottenere un successo: secondo lo storico, Matteotti non mirava realmente all’invalidamento del voto, bensì a dare il via dai banchi del parlamento ad una opposizione più aggressiva nei confronti del fascismo, accusando in un colpo solo sia il governo fascista che i “collaborazionisti” socialisti .
Era una scossa contro quella pusillanimità che contraddistingueva i colleghi.
Solo contro la violenza mentre gli altri avevano paura e cercavano riparo in ogni possibile alleanza o silenzio complice.

Una volontà di opposizione intransigente che aveva già espresso in una lettera a Turati precedente alle elezioni:
« Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio dev’essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e libertà, (…) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano.” »
Giacomo Matteotti
In questa sua intransigenza – tuttavia – Matteotti non riusciva a trovare un collegamento con l’operato e l’ideologia dei comunisti, che vedevano tutti i governi borghesi uguali fra loro e quindi da combattere indifferentemente:
« Il nemico è attualmente uno solo, il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro. »
Il discorso del 30 maggio – secondo lo storico Giorgio Candeloro – “diede a Mussolini e ai fascisti la sensazione precisa di avere di fronte in quella Camera un’opposizione molto più combattiva di quella esistente nella Camera precedente e non disposta a subire passivamente illegalità e soprusi.
In qualche modo qualcosa era accaduto.
10 giorni dopo, Matteotti sarà rapito e ucciso dai fascisti. Dopo il ritrovamento del suo cadavere, il fascismo conoscerà un periodo di crisi del quale però le opposizioni, divise e velleitarie, non sapranno approfittare.
Una personalità che lasciò un segno profondo nelle coscienze.
Solo, disarmato e inerme ma deciso nell’inseguire il sogno di un mondo davvero libero.
Coraggioso come ogni sognatore di libertà.

- La pioniera della guidadi Francesca Nicolò

Oggi racconto di una donna che sfidò le regole di una società chiusa e conformista di inizio novecento.
Francesca Mirabile Mancusio ha precorso i tempi e dimostrato che la caparbietà è l’arma vincente contro un destino, troppo spesso, già scritto.
Fu infatti la prima italiana a conseguire la patente di guida.

Nata nel 1893 a Caronia, provincia di Messina, da una famiglia di ricchi possidenti terrieri, già per i sedici anni ricevette come regalo dal padre (cavalier Luigi Mancusio) una “Isotta Franchini”, una delle auto più prestigiose del tempo dal valore di 14.500 lire. E nel 1913 superò l’esame, che si svolse sul Monte Pellegrino, grazie al quale conseguì il “certificato di idoneità a condurre automobili con motore a scoppio“, che le fu rilasciato dalla Prefettura di Palermo. Evento che venne visto con molto astio dalla comunità, e che contribuì a far ottenere alla donna l’epiteto (becero) di “strega al volante”.
Assurdo, ma purtroppo attuale per quei tempi.

Vi sono alcune dispute su quale donna fosse effettivamente stata la prima titolare della licenza di guida.Ernestina Prola ottenne una licenza e prima di lei era stata presa, fra le altre, dalla principessa Carolina Cassini Sforza di Roma (1902) e dalla contessa Emma Corinaldi Treves di Padova (1903). Invece il documento della Mancusio, poi sposa dell’avvocato Ignazio Mirabile, è da considerarsi una vera e propria patente antenata delle odierne. Ciò la decreto come una vera pioniera in questo campo.
È però doveroso constatare il perfezionamento della norma in materia avvenuto con la legge nº 798 del 30 giugno 1912, cioè cinque anni dopo la licenza della Prola e uno prima di quella della Mancusio, che determinò le disposizioni sulla circolazione delle automobili e che per la prima volta parlò di “certificato di idoneità alla guida“.
Una grande donna, il cui sogno oltrepassò tempo e convenzioni.
Esattamente come dovrebbe essere ogni aspirazione: libera e determinata.

- La condanna a morte dell’Europa.di Francesca Nicolò

Oggi ricorre un fatto di cui occorre assolutamente tenere memoria e che segnò, inevitabilmente, l’ecatombe dell’Europa e che fu l’anticamera del secondo conflitto mondiale.
Il Patto d’Acciaio fu un accordo politico-militare, firmato il 22 maggio 1939 tra il Regno d’Italia e la Germania nazista, che sancì un’alleanza a lungo termine tra i due Paesi. L’accordo prevedeva una collaborazione in politica estera e in caso di guerra, con reciproca assistenza e difesa.
Le due potenze erano perfettamente consapevoli che la loro egemonia dittatoriale era in forte pericolo e attenzionata, soprattutto dagli Stati Uniti, e pertanto decisero di allearsi ulteriormente.

Questa alleanza rafforzò l’intesa politica già esistente tra Italia e Germania, formalizzandola in un accordo più ampio. L’accordo aveva una durata decennale, indicando l’impegno a lungo termine dei due Paesi. Tuttavia, riguardo a questo punto, non era assolutamente scontato il rinnovo alla fine del decennale.
Cosa che fortunatamente, non avvenne mai.
Il Patto d’Acciaio comprendeva clausole politiche, diplomatiche e militari, prevedendo:
- Reciproco appoggio in caso di conflitto.
- Divieto di firmare trattati di pace separati.
- Collaborazione in politica estera per la difesa dei rispettivi interessi.

Esso fu un passo fondamentale nell’avvicinamento tra Italia e Germania e nell’instaurazione dell’Asse Roma-Berlino, che portò alla Seconda Guerra Mondiale.
Mussolini, nella sua visione espansionistica, vedeva il Fuhrer come una possibile spalla in caso di necessità. Ben pochi sanno che gli uomini erano di caratteri profondamente diversi.
Il Duce era un uomo di poche parole, dal piglio deciso e pragmatico mentre Adolf Hitler non era povero di parole e profondamente attento ai cerimoniali.
Pubblicamente alleati, ma viene sempre da chiedersi se mai si stimassero davvero.
Eppure, insieme compirono qualcosa di ingente e devastante orrore. Complici nelle nefandezze di uno dei periodi più oscuri d’Europa.

L’alleanza tra Italia e Germania, consolidata con il Patto d’Acciaio, ebbe conseguenze significative:
- La Germania, con una potenza bellica superiore, finì per avere il sopravvento sull’Italia in materia di politica estera. A conti fatti, Mussolini divenne un fantoccio di Hitler.
- L’Italia, pur non essendo pronta alla guerra, fu costretta a seguire la politica aggressiva della Germania. E questo causo, a distanza di pochi decenni, un’altra immensa e sconsiderata perdita di vite umane.
- L’armistizio dell’8 settembre 1943, firmato dall’Italia, dimostrò la fragilità dell’alleanza e il fallimento del Patto d’Acciaio.
Fu qualcosa di già distruttivo in partenza, ma l’ego e la follia umana uccidono ancora prima di armi e stermini.
E per questo che è un dovere non dimenticare, perché questi orrori non ricapitino più.
Ma a giudicare dal nostro recente, dubito che qualcuno abbia mai aperto un libro di storia.

- Una festa ….anticipatadi Francesca Nicolò

Uno dei presidenti americani più noti è John F. Kennedy. Su di lui si è raccontato e scritto di tutto, eppure pochi sanno che fu protagonista di un evento abbastanza curioso e quasi premonitore.

Il 19 maggio 1962, al Madison Square Garden di New York, si tenne una grande festa per il 45esimo compleanno di John F. Kennedy, dieci giorni in anticipo rispetto alla data effettiva. Una cosa che da noi, per ragioni scaramantiche, non si farebbe mai.
La festa divenne famosa non tanto per la celebrazione in sé stessa, quanto per l’atteggiamento di una diva altrettanto indimenticabile.
La quale, secondo fonti vicine, era legata sentimentalmente al presidente.

E infatti… Marilyn Monroe salì sul palco e intonò Happy Birthday, Mr. President, con addosso il celebre vestito disegnato da Jean Louis e Bob Mackie (riportato due anni fa al Met Gala da Kim Kardashian, che per entrarci lo ha pure rovinato ma questa è una delle tan).
La divina Marilyn cantò con voce intima e sensuale.
Per fortuna la First Lady non c’era, altrimenti non sarebbe stata contentissima.
Diversi impegni la trattennero, alimentando ancora più ombra su un evento già abbastanza complicato e con presagi nefasti.

Jacqueline “Jackie” Kennedy, nata Bouvier, non è passata alla storia come sex symbol, ma come icona di stile sì. È stata forse la consorte presidenziale più famosa del Novecento, anche se alla Casa Bianca restò solo due anni e mezzo. Una vita sotto i riflettori, con più dolori che gioie.
Bella ed elegante, è colpo di fulmine durante l’intervista al senatore del Massachussetts negli anni ’50, che poi diverrà suo marito e Presidente americano.
Qualche anno dopo sarà ancora accanto a lui quando un colpo di fucile lo raggiungerà mortalmente a Dallas. In tanti però non le perdoneranno mai le seconde nozze con il ricchissimo e già anziano Aristotele Onassis, fallite senza divorzio fino alla morte del magnate, nel 1975.
Ereditiera e di nuovo vedova, si dedicò a tempo pieno all’arte, alla cultura in generale, come aveva fatto anche da first lady.
Unica e straordinaria come poche.

- Il Domenichino alla Fenicedi Francesca Nicolò

Varese è una città che offre dei preziosi spunti di riflessione e condivisione, a partire dai tanti episodi e personaggi che l’hanno attraversata.
Uno di questi, di cui ho già raccontato in diverse occasioni è Domenichino del Sacro Monte di Varese: un fanciullo normale come tanti ragazzi ma dall’animo e dal carisma straordinario.
A distanza di molte decadi, sono ancora tantissime le testimonianze legate alla sua breve esistenza.
E la scrittrice Carla Tocchetti ha compiuto qualcosa di davvero incredibile.
Mediante un lavoro accurato e metodico di ricerca, studio ed analisi capillare delle fonti ha dato vita ad una vera e propria biografia analitica di una delle figure più note di Varese e non solo.

n una cornice unica, ossia il circolo letterario “La Fenice” curato e diretto dal poeta e scrittore Silvio Raffo, sarà possibile assistere ad una presentazione speciale e intensa.
Occasione per incontrare l’autrice e scoprire una storia che merita di essere conosciuta, compresa e condivisa.
Un dialogo tra due maestri della cultura varesina che promette di riservare sorprese e molteplici spunti di riflessione.
L’appuntamento è per mercoledì 14 maggio alle ore 21 in Via Caracciolo 35 a Varese.Non mancate: occasioni come questa sono preziose ed uniche ogni volta.

- Il conclavedi Francesca Nicolò

L’elezione del Papa in Conclave è sempre stata un processo complesso e delicato. Sebbene oggi sia avvolta da un rigoroso silenzio, con giuramenti di segretezza non solo per i cardinali ma anche per chi li assiste (cuochi, medici, autisti, addetti alla sicurezza), non è sempre stato così. Prima che i conclavi venissero blindati con schermature antiscanner e bonifiche elettroniche, lettere e diari privati offrono una testimonianze vivide di ciò che accadeva dietro le porte chiuse della Cappella Sistina e degli altri luoghi che a Roma e altrove ospitarono l’elezione papale.

Nel 1241 il conclave si tenne nel malsano Palazzo del Settizonio a Roma: i cardinali litigarono per giorni senza trovare un accordo; uno morì, altri si ammalarono. I romani, stanchi delle lungaggini, minacciarono di riesumare il corpo del defunto Gregorio IX. Alla fine fu eletto l’anziano Celestino IV, che morì appena 17 giorni dopo.
A Viterbo si tenne il più lungo conclave della storia, che durò due anni e nove mesi, tra il 1268 e il 1271. Tre dei 20 cardinali nel frattempo morirono. I cittadini, esasperati, murarono porte e finestre del palazzo papale, ridussero il cibo a pane e acqua e infine tolsero il tetto. In quelle condizioni estreme fu eletto Teobaldo Visconti, poi Gregorio X, che introdusse le regole moderne del conclave.
Dopo 70 anni ad Avignone, in Francia, la sede del papato era tornata a Roma. Ma nel 1378 alla morte di Gregorio XI, la folla minacciò i cardinali: “Scegliete un papa romano o vi uccidiamo tutti”. Fu eletto Bartolomeo Prignano (Urbano VI), ma il suo comportamento provocò una frattura: una parte dei cardinali dichiarò l’elezione invalida e elesse Clemente VII, dando origine allo scisma d’Occidente, durato 40 anni.






Nel 1492 per la prima volta il conclave si tenne nella Cappella Sistina appena terminata. Rodrigo Borgia, potente e ricchissimo, secondo le cronache dell’epoca, avrebbe comprato i voti dei cardinali con incarichi e prebende. Fu eletto papa con il nome di Alessandro VI.
Alla morte di Pio III nel 1503, nel giro di poche ore Giuliano della Rovere fu eletto papa Giulio II. Uomo dal temperamento feroce, è passato alla storia come il “papa guerriero”.
Nel 1605 il conclave che elesse Paolo V fu scosso da una vera e propria zuffa tra cardinali, che finirono per strapparsi il pizzo dalle vesti liturgiche.
Nel 1655 con il conclave bloccato da settimane, alcuni giovani cardinali organizzarono uno scherzo notturno: uno di loro si travestì da Spirito Santo per spaventare i colleghi anziani. Un cardinale, colto da spavento, cadde a terra e morì poco dopo di polmonite.
Nel 1846 il conclave portò all’elezione di Pio IX, che avrebbe regnato per ben 31 anni. Le manovre tra fazioni conservatrici e liberali furono intense, in un contesto di grandi trasformazioni politiche per l’Italia, mentre erano in corso i moti del Risorgimento, e l’Europa.
Il 1978 vide due conclavi: il primo elesse Giovanni Paolo I, che morì dopo appena 33 giorni. Il secondo conclave portò al soglio pontificio Karol Wojtyła, primo papa non italiano dopo oltre quattro secoli, che assunse il nome di Giovanni Paolo.Nel 2004 l’elezione di Papa Ratzinger e poi nel 2013 di Bergoglio, uno come Benedetto XVI e l’altro come Francesco.
E ieri è toccato a Leone XIV: la storia lo attende.

- Orizzonti oltre il buiodi Francesca Nicolò

Questa sera non perdetevi un’appuntamento molto interessante presso il MIV di Varese.
In occasione della rassegna di documentari legati al mondo speleologico, sarà proiettato il film l’Ottava Sfera. Una produzione del gruppo speleologico prealpino che racconterà della di un antichissimo manufatto ipogeo, analizzando quanto scoperto durante le esplorazioni.
Ma cosa è esattamente l’Ottava Sfera?
E una delle miniere più antiche, risalenti al 1200 allocata nell’area dei Piani dei Resinelli, sopra Lecco, scoperta casualmente individuato durante una normale battuta di ricerca di cavità naturali. Attraverso una stretta frattura alla base di una paretina rocciosa posizionata in una zona assai impervia e pericolosa, ebbe quindi inizio un’interessante avventura lungo un sistema sotterraneo artificiale e dimenticato dal tempo.
Una delle particolarità che rendono questa cavità sotterranea una delle più straordinarie è che essa risulta praticamente intatta, essendo stato praticamente sigillato l’ingresso.
L’ estrazione di galena argentifera, dalla quale si ricavava argento, metallo prezioso destinato principalmente al conio di monete, era l’attività principale.
Sono stati trovati diversi reperti che ne hanno permesso la datazione tra il 1190 e il 1280 al 95% di probabilità, grazie agli studi condotti dai laboratori del “British Museum” di Londra.
Un documentario unico e che ha richiesto un lavoro di mole non indifferente, coinvolgendo diverse risorse.
Grande occasione per approfondire, conoscere ed apprezzare una delle tante bellezze sconosciute.
Non Mancate!!!

- Un riconoscimento alla forza della speranza.di Francesca Nicolò

Martedì non è stata una giornata come le altre. Un anno fa un uomo, un padre ed un marito dono’ la sua vita per difendere la famiglia da un mostro.
Fabio Limido è stato un grande eroe semplice e straordinario al tempo stesso.
E nel nome di un sacrificio tanto grande si è celebrata una cerimonia speciale e profondamente sentita.

Anemos, da sempre in prima linea nella lotta ad ogni forma di violenza in collaborazione con La Varese Nascosta ha donato una targa a Marta Criscuolo- Limido, moglie di Fabio.
In un discorso emozionante e vibrante in ogni singola parola, l’avvocatessa ha descritto il dolore e la rabbia provata in quei giorni ma anche la rinascita attraverso una profonda e capillare campagna di prevenzione e supporto ad ogni persona vittima di soprusi.

Con la moderazione di un professionista della notizia come Matteo Inzaghi, direttore di Rete 55 oltre la celebrazione sono stati menzionati e posti in evidenza diversi temi molto cari alla comunità.
Per non dimenticare e continuare ad onorare la memoria di una persona esattamente nel modo che avrebbe voluto.

Eppure in quella sala gremita di persone emozionate tutti abbiamo compreso quanto potesse essere immensa una persona come Fabio Limido e ne siamo usciti consapevoli che ora è il momento di agire.
Affinché nessuno pianga e celebri più funerali.
Gridiamo un fortissimo no alla violenza in ogni dove e attiviamoci per una prevenzione sempre più consapevole.
Solo uniti possiamo rendere ancora più immenso un regalo tanto straordinario.
Ossia un esistenza votata agli altri come quella di chi oggi celebriamo, lottiamo per scrivere una storia finalmente diversa.

- La Girometta d’Orodi Francesca Nicolò

Il Premio Girometta d’Oro è un’onorificenza istituita nel 1958 dalla Famiglia Bosina, un’associazione culturale varesina molto nota ed attiva sul territorio e di cui sicuramente non mancheremo di parlare.
Questa manifestazione rappresenta una delle massime onorificenza della città di Varese.
La prima assegnazione risale all’8 maggio 1961, in occasione della festa patronale di San Vittore. I premi vengono assegnati sulla base di diversi meriti rivolti e fondamentalmente coinvolgono persone e aziende che si sono distinte nella promozione e nella valorizzazione delle tradizioni, della cultura e dell’economia locale.
La riconoscenza non ha categorie fisse, ma premia individui e realtà che si distinguono per il loro contributo alla città e alla sua immagine.
Quest’anno la Girometta d’oro ha visto come vincitore il giornalista varesino Roberto Pacchetti, direttore della Testata Giornalistica Regionale della Rai.

La cerimonia si è svolta alla presenza di un folto pubblico nel Salone Estense di Varese alla presenza di diverse autorità come il sindaco Davide Galimberti e il prefetto Salvatore Pasquariello.
Sono state premiate due importanti e note attività storiche della città: il Ristorante Teatro e l’Ortopedia Varesina, a cui si è aggiunto anche il riconoscimento alle Maestre del Lavoro Paola Colombo e Rosalba Nania.
Un premio che la famiglia Bosina porta fortemente avanti con una tradizione oramai decennale per onorare cittadini ed attività che danno lustro alla città giardino.
Tradizione divenuta oramai immancabile e sentita, che si inserisce nel ciclo di celebrazioni per la festa patronale di Varese.
Diverse sono state le personalità premiate negli anni: Max Cavallari nel 2023, nel 2024 Il burrificio “Prealpi”, i ristoranti “Al Borducan” e “Colonne”, i maestri del lavoro Carlo Gazzotti, Ariele Agostino Piccirillo ed Emanuela Varalli, nel 2022 i fondatori della Cartoleria Villa e nel 2018 Giuseppe Redaelli, Cesare Lorenzini del Ristorante Bologna e Paolo “Mac” Maccecchini.
Personaggi di spicco e prezioso esempio di una comunità ricca e attiva nel mantenere tradizioni, innovazione e ricordo di chi le ha dato lustro.

- Una fiamma eterna durata solo 37 giornidi Francesca Nicolò

Quando morì Ayrton Senna, la sua morte fu l’apice di un weekend difficile e tragico. Il primo a morire fu un pilota quasi sconosciuto di nome Roland Ratzenberger.
Una vita dedicata ad una grande passione che lo portò a percorrere i circuiti di F1. Nonostante le modeste origini e un’inizio tutt’altro che facile.

La passione per i motori lo aveva contagiato fin da bambino, quasi per caso per perché il padre non era un appassionato. Tuttavia, i genitori ricordano con grande affetto questa ossessione verso il mondo delle corse.
Fu la nonna a portarlo per primo a vedere una corsa in salita quando aveva nove anni scaturendo la scintilla definitiva. Quando c’era una corsa a Zeltweg chiedeva di farsi accompagnare e stava ore e ore aggrappato alle reti a vedere le auto.

Nella casa, ci sono i trofei di Roland, quelli vinti in Giappone o in Formula 3000, quando conquistò la gara di Donington. Si era messo in luce in Formula Ford nel campionato britannico, ma poi non riuscendo a sfondare in F3 si gettò sul BTCC, il campionato turismo, correndo con una Bmw M3 e alternando le gare a ruote coperte alle monoposto di F3000 dove arrivò terzo nel campionato inglese. Quando entrò in contatto con la Toyota, andò alla scoperta del Giappone, dove era stato il primo europeo a diventare pilota ufficiale della casa. Formula 3000 e soprattutto vetture sport con cinque partecipazioni alla 24 ore di Le Mans.

Accanto ai trofei, papà Rudolf conserva una scatola con gli effetti personali di Roland che gli consegnò la polizia italiana dopo l’inchiesta. Ci sono i guanti, c’è il casco con i colori dell’Austria, sul lato sinistro ha i segni dell’impatto fatale, sul destro sembra nuovo. “L’ultima immagine che ho in mente di mio figlio è quando l’ho visto all’ospedale di Bologna per il riconoscimento: sembrava dormisse”. Papà Rudolf e mamma Margit vivono nel ricordo del figlio, ma non hanno mai incolpato nessuno per quello che è accaduto quel giorno.
La fragilità della Simtek che perse un’ala solo per un’innocua uscita di pista alle Acque Minerali non è mai sottolineata in decine d’interviste rilasciate in questi anni. “Quello che è accaduto a Roland è una tragedia, ma non abbiamo accuse da fare a nessuno. Lui stava facendo quello che aveva sempre desiderato, era finalmente arrivato in Formula 1, un sogno che inseguiva da quando da bambino aveva appeso il poster di Jochen Rindt nella sua cameretta”.Nella casa, ci sono i trofei di Roland, quelli vinti in Giappone o in Formula 3000, quando conquistò la gara di Donington. Si era messo in luce in Formula Ford nel campionato britannico, ma poi non riuscendo a sfondare in F3 si gettò sul BTCC, il campionato turismo, correndo con una Bmw M3 e alternando le gare a ruote coperte alle monoposto di F3000 dove arrivò terzo nel campionato inglese.

Quello di Imola era il suo terzo weekend tra i grandi. In Brasile al debutto non era riuscito a qualificarsi per colpa di un motore Ford V8 che tossiva un po’ troppo. In Giappone nel Gran Premio del Pacifico ad Aida aveva sfruttato il fatto di essere l’unico ad aver mai gareggiato prima su quella pista ed era riuscito a portare la sua Simtek all’undicesimo posto. Ultimo tra quelli al traguardo, ma nello stesso giro delle Ligier che erano sicuramente più veloci. A Imola sapeva che prima di tutto avrebbe dovuto lottare con i punti deboli della sua monoposto. Non ha fatto in tempo.
La sua morte colpì profondamente Ayrton Senna che, incurante dei divieti, si fece accompagnare sul luogo dell’incidente dove si trovò fianco a fianco con il dottor Watkins che qualche tempo dopo confessò: “Ricordo di averlo visto davvero toccato e gli dissi: Ayrton hai vinto tutto, sei il più veloce. Lascia tutto e andiamo a pescare”. Ayrton rispose semplicemente: “Non posso”. Ma poi chiese al suo fisioterapista austriaco, Josep Leberer, di procurargli una bandiera austriaca: avrebbe voluto sventolarla sul podio insieme con quella brasiliana. “Me l’ha raccontato proprio Josep – conferma il padre – non so quali fossero i rapporti di mio figlio con Ayrton, ma so che si erano messi d’accordo per vedersi a Salisburgo in un’area dove si possono far volare gli aeromodelli. Era una passione che li univa e avevano deciso di ritrovarsi a volare insieme”. Meno di ventiquattrore dopo Roland, invece, anche Ayrton ha chiuso gli occhi.
Avevano la stessa età, 34 anni, e due vite diverse nella gloria, ma unite dalla passione. In un giorno se ne sono andati il ragazzo che stava coronando un sogno con la peggior squadra del campionato e il tre volte campione del mondo con la monoposto campione in carica. In quella Formula 1 c’era qualcosa di sbagliato. E infatti pagarono il primo e l’ultimo dello schieramento.
Quasi un segnale che legherà in modo indissolubile due grandi uomini con il cuore ricolmo di passione.

- Una festa per riflettere.di Francesca Nicolò

Oggi si celebra la Festa dei lavoratori e delle lavoratrici, un evento che ricorda le battaglie operaie combattute a metà del 1800 per la conquista di diritti e sicurezza sul luogo di lavoro. In particolare, in questa data si festeggia l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore: una richiesta oggi normale ma del tutto rivoluzionaria nel 1855 in Australia, quando si propagò il movimento che lanciò lo slogan “8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 per dormire”.

Nonostante vari movimenti a favore di condizioni e orari di lavoro più umani fossero presenti da diversi anni in numerosi Paesi, la vera origine della Festa dei lavoratori risale esattamente a una manifestazione che si tenne negli Stati Uniti, nella città di New York, il 5 settembre del 1882. A organizzarla fu l’Ordine dei Cavalieri del Lavoro (Knights of Labor), un’associazione che era nata 13 anni prima. A partire dal 1884, lo stesso Ordine propose e approvò una risoluzione per rendere annuale la cadenza della festa, ma l’episodio chiave che diede vita al primo maggio fu quello avvenuto a Chicago nel 1886. Quell’anno, nei primi giorni del mese, avvenne la cosiddetta rivolta di Haymarket. In particolare, il 3 maggio alcuni lavoratori in sciopero di Chicago si diedero appuntamento ai cancelli della fabbrica di macchine agricole McCormick. Le forze dell’ordine, accorse per disperdere i manifestanti, spararono sugli operai provocando due morti e diversi feriti. Per protestare contro la polizia, gli anarchici locali convocarono una manifestazione nei pressi dell’Haymarket Square per il giorno successivo, il 4 maggio. In questo contesto, fu lanciata una bomba che uccise sei poliziotti e ne ferì oltre cinquanta. La polizia a quel punto reagì sparando nuovamente sulla folla.
Nell’agosto del 1887 una sentenza del tribunale condannò a morte diverse persone tra anarchici e manifestanti, che furono impiccate l’11 novembre dello stesso anno.






Per quanto riguarda la festività del primo maggio in Europa, questa venne ufficializzata nel 1889 a Parigi dai delegati socialisti della Seconda Internazionale, in ricordo dei fatti avvenuti a Chicago qualche anno prima, mentre in Italia venne istituita ufficialmente nel 1891. I festeggiamenti in questa data vennero interrotti a partire dal 1924, durante il ventennio fascista, per essere anticipati al 21 aprile, quando diventò il “Natale di Roma – Festa del lavoro” (il Natale di Roma è una festività laica legata alla fondazione della città). L’anno precedente, nel 1923, era stato fissato in otto ore l’orario di lavoro quotidiano con il Regio decreto legge n. 692. Al termine della Seconda guerra mondiale, poi, fu riportata la Festa del lavoro in data 1 maggio.





Attualmente, in Italia, la festa del primo maggio è associata all’ormai tradizionale concerto organizzato dai principali sindacati (Cgil, Cisl e Uil) a Roma, in piazza San Giovanni in Laterano (FOTO). Sempre legata a questa data c’è la cosiddetta strage di Portella della Ginestra, avvenuta nel 1947 in provincia di Palermo. Quel giorno circa duemila lavoratori, molti dei quali agricoltori, provenienti da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, si riunirono per manifestare contro il latifondismo a favore dell’occupazione delle terre incolte. Durante il corteo, però, il bandito Salvatore Giuliano e i suoi uomini compirono un vero e proprio eccidio sparando sulla folla. I morti furono 14: 11 sul posto, tre in seguito alle ferite riportate, circa 30 i feriti. Una strage il cui movente non è mai stato definitivamente chiarito.

Prima di ogni celebrazione o festa, questa ricorrenza ricorda quanto il lavoro debba essere rispettato, onorato e salvaguardato. Ancora troppi morti e vittime sono testimoni di una strage silenziosa.
Finché ci saranno ancora morti sul lavoro non sarà un giorno di festa, ma di ricordo e onore alla loro memoria.

- Noi non dimentichiamo.di Francesca Nicolò

Che ne sanno di cosa significhi scegliere la bara per Fabio; che ne sanno di che cosa significhi portargli i fiori al cimitero con tre figlie in lacrime ed un nipotino che singhiozza e che non si capacita che il padre gli abbia ucciso il nonno e abbia cercato di uccidergli la madre. Che ne sanno del dolore che avranno le mie due figlie che non verranno accompagnate all’altare dal padre; che ne sanno cosa significhi stirare le camice di Fabio che non c’è più, per avere dei ricordi di una quotidianità del passato che amavo tanto; che ne sanno cosa significhi perdere il gusto per la vita ma dover mentire e sorridere per non aggravare il dolore di figlie e nipote! O di ciò che ho provato quando l’assassino mi ha inviato una cartolina dal carcere, scritta in rosso sangue, sbeffeggiando la morte di mio marito, cartolina che raffigurava un altare tridentino e che certamente non gli ha fornito il carcere ma qualche parente o amico consenziente?
Marta Criscuolo- Limido.
Quello che accade giornalmente sotto ai nostri occhi è una strage che urla giustizia.
La media nazionale è di due donne uccise al giorno e il fenomeno è di rilevanza endemica e capillare. Mogli, madri, single di ogni estrazione sociale e località.
Epidemia che colpisce indistintamente, condannando una famiglia ad una sofferenza disumana e crudele.
Che ne sanno di cosa significhi avere una figlia in coma, in rianimazione, gonfia, intubata, senza denti e livida per i pugni che il padre di suo figlio le ha sferrato e desiderare fare una strage, ma prenotare le vacanze, ordinare i mobili della sua casa, preparare pranzi e cene gustose per dare ai propri cari il gusto della vita che però tu hai irrimediabilmente perso?
Che ne sanno del pericolo che Lavinia versasse ancora liquido cerebrale, causato dalle coltellate infertele dall’assassino nei pressi del midollo spinale, quando la accompagnavo in bagno?
Che ne sanno di come mi sono sentita quando ho dovuto dire a Lavinia che il padre era morto per salvarla? E che la stessa notizia Lavinia ha dovuto dare a suo figlio?Marta Criscuolo-Limido.
Il caso della famiglia Limido ha scosso la comunità varesina e non solo, uno schiaffo a quanto poco si faccia ogni giorno per arginare una delle piaghe più devastanti del nostro tempo.
Perché, di fatto, si parla di tragedia annunciata. Ordine restrittivo non rispettato e un padre ucciso per mano dell’ex compagno violento della figlia.
Ora, non volendo entrare nella vicenda per cui si sono spese fiumi di parole in voce e inchiostro, una domanda sorge spontanea: cosa non è stato fatto?
Praticamente nulla.
Una famiglia sola, contro un dramma che coglie impreparati e lascia soli.
Già, perché nonostante i tanti proclami e i trend fomentati da molti personaggi sui social (forse più concentrati sulla loro autoaffermazione), nulla in concreto viene attuato.Provo una profonda rabbia nello scrivere di questi episodi perché ritengo non venga fatta sufficientemente prevenzione e rete di supporto.
Tutti sono contro la violenza in modo plateale, ma pochi con chi la subisce.
E perdonatemi se la mia rabbia viene scatenata ancora di più dal fatto che l’omicida, tale Marco Manfrinati, sia stato oggetto di un articolo intitolato “il dolore di Manfrinati” per cui la vedova ha dovuto rispondere con alcune doverose precisazioni.
Le citazioni che vedete sono le sue, raccolte esattamente come scritte. Perché sono emblematiche della forza resiliente di questa donna.

Straordinaria e potente fin dai primi giorni dopo la tragedia, quando tutti eravamo sgomenti.
Monito di lotta a questi episodi disumani.
E, per onorare la grandezza di questa donna, il 6 Maggio 2025 Anemos Italia in collaborazione con La Varese Nascosta, con un riconoscimento indirizzato a lei e al compianto consorte, la premieranno a Palazzo Estense.
Due associazioni da sempre attive sul territorio capillarmente e minuziosamente per prevenire e denunciare ogni forma di violenza.
Perché la storia della famiglia Limido e del sacrificio di un papà sia un ricordo prezioso per tutti e il premio sia l’abbraccio infinito di una comunità attenta e davvero unita.

- Fabrizio Bini ad Angeradi Francesca Nicolò

Fabrizio Bini è uno degli autori più poliedrici che ho mai letto. Preciso, metodico e suggestivo senza essere mai stucchevole o eccessivamente capillare nelle descrizioni.
Ciascun romanzo è un viaggio nel mistero circondati dal fascino del lago, le cui acque custodiscono enigmi e tesori inaspettati. Non si può non rimanere estasiati da quanta dicotomia possa contenere un libro e l’ambientazione in cui esso si svolge.
Tutti i libri dell’autore sono uno più bello dell’altro, nonostante abbiano come episodio centrale dei fatti di cronaca e i paesaggi lacustri siano tra i più belli eppure tanto impenetrabili e ambigui.

E quale occasione migliore di approfondire le proprie opere se non uno dei luoghi più suggestivi come Angera?
Una cittadina lagunare sul territorio piemontese le cui sponde si affacciano sulla parte lombarda del meraviglioso lago maggiore. Raccolta in un piccolo borgo di preziose e antiche testimonianze di un passato glorioso.
Presso la Biblioteca Civica di Angera il 7 Maggio alle ore 18.00 Fabrizio Bini incontrerà i suoi lettori e non per raccontare e parlare dell’attività di scrittore e sviluppare i tanti aspetti legate alle vicende dei suoi romanzi.
Occasione preziosa per dialogare con il creatore di libri che sono diventati una pietra miliare nel filone giallista legato ai paesaggi lagunari. Luoghi placidi, eppure tanto dinamici perché centri vitali e appassionati di vita operosa.
Storie nelle storie, dove ogni vicenda si inserisce perfettamente in un’ambientazione senza tempo e quasi incantata.
Persa in una magia quasi magnetica che conduce il lettore verso la scoperta non solo del colpevole o della fine della vicenda, ma anche dei luoghi in cui esso prende vita.
Fidatevi: una volta letti i romanzi, non farete a meno di voler conoscere e scoprire le ambientazioni.


- Claudio Bossi e il fascino di una storia senza tempo.di Francesca Nicolò

Chi è Claudio Bossi? Claudio Bossi è, come lo ha definito mio figlio, “l’Uomo del Titanic” : ossia uno dei massimi esperti internazionali riguardo la vicenda magica e suggestiva del Transatlantico più famoso e suggestivo di tutti i tempi.
Ascoltare i racconti e gli aneddoti di un esperto del suo calibro è una magia incantata e sempre diversa.
Si ha la sensazione di viaggiare indietro nel tempo e vivere quell’epoca e tutte le sue dinamiche. Trasportati con la mente dai racconti e dalla parole dentro quella che era una delle opere più straordinarie di inizio novecento. Titanic tragica e imponente, emblema della caduta di chi osa sfidare ciò che non si può sfidare.
Oppure c’è molto altro?

Claudio Bossi è un esploratore che racconta una leggenda quasi da testimone diretto tanto lo studio, la ricerca e la cura ne hanno permeato l’attività. Donando, attraverso i suoi incontri e le opere, una visione a 360° della storia. Un metodo innovativo e coinvolgente che conduce chi legge o ascolta a profonde e necessarie riflessioni.
Si riflettere su ogni singolo aspetto legato alla storia, in una profonda ed analitica analisi storica intrisa di fascino e mistero.
Ogni incontro con i lettori, poi, è una catarsi dentro questo girante del mare: dalla costruzione, ai pochi giorni sul mare fino alla tragedia e alle sue conseguenze. Infinito scrigno di tesori sia fisici che umani, che non mancano mai di riservare incredibili sorprese.
I personaggi che egli descrive sono tutti raccontati e vivi nella memoria, grazie ad uno studio curato ed approfondito.
Suscitano interesse e curiosità tra giovani e anziani in egual misura: e questa, personalmente, la ritengo una delle caratteristiche più preziose per un uno scrittore.

Presentazioni dove nulla è mai come sembra e ogni parola è una scoperta.
Lo ammetto: Claudio Bossi è uno di quelli autori con cui le ore trascorse sembrano minuti per la passione e la verve trasmessa. Una magia da vivere e rivivere. Una presentazione con quest’autore è un dialogo e l’autore è sempre più che disponibile ad ogni domanda e curiosità.
Per questo, segnalo e vi raccomando un prezioso ed imperdibile appuntamento:
Venerdì 9 Maggio alle ore 20. 45 a Biandronno, presso la Sala “Fallaci” sarà possibile ascoltare ed immergersi nella storia del Titanic.
E, ve lo assicuro, ogni viaggio di quest’autore non è mai uguale ad un altro.

- Un dolore per il mondo intero.di Francesca Nicolò

Si è già attivata l’imponente macchina vaticana per l’organizzazione delle esequie di Papa Francesco. Saranno molto più semplici ed essenziali per volontà dello stesso Bergoglio che il 29 aprile 2024 aveva approvato la seconda edizione dell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Esso disciplina le varie fasi immediatamente successive alla morte del Santo Padre fino al conclave. Francesco ha voluto introdurre diverse novità, meno elaborate rispetto al passato e in perfetta linea con la sobrietà che ha caratterizzato il suo ministero.
Papa Francesco ha sempre visto la figura del Romano Pontefice non come un potente di questo mondo ma come un pastore, un discepolo di Cristo e per questo ha voluto introdurre delle modifiche, per certi versi radicali, nello svolgimento dei funerali papali: dal lessico ai testi liturgici, dalle musiche ai singoli riti.
Sulla terminologia, la novità più rilevante riguarda i titoli pontifici, cioè i vari modi in cui può essere chiamato il Santo Padre. Parole ed espressioni considerate più semplici e dirette come “Papa”, “Episcopus”, “Pastor” o “Pontifex Romanus” sono preferite a “Vescovo di Roma”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”.


La morte del Papa deve essere accertata ufficialmente dal cardinale Camerlengo, alla guida della Sede Apostolica nel periodo in cui la stessa è vacante. Questo momento si svolge nella cappella privata del Pontefice e non più nella sua camera e, come accade ormai da molto tempo, non consiste più nei tre colpi di martelletto sulla fronte del successore di Pietro eseguiti dal Camerlengo che, nel frattempo, chiama col nome di battesimo il defunto. Sempre il cardinale Camerlengo si occupa poi di distruggere l’anello piscatorio che il Papa riceve durante la messa solenne di inizio pontificato e che indossa all’anulare della mano destra. Stessa sorte per il sigillo di piombo utilizzato per ufficializzare le lettere apostoliche. Il Pontefice, il cui viso verrà coperto da un velo di seta bianca, sarà sepolto con una borsa contenente le monete coniate durante il suo papato, i pallii, ovvero le vesti indossate durante le funzioni liturgiche nel corso della sua carriera ecclesiastica e il “rogito”. Letto ad alta voce prima della chiusura della bara, è il testo che ricorda in breve la storia della vita e del ministero del Vicario di Cristo.
Altro importante cambiamento voluto da Francesco è l’eliminazione delle tre bare di cipresso, piombo e rovere: prima della traslazione nella Basilica di San Pietro (è stato eliminato lo spostamento nel Palazzo Apostolico), la salma sarà deposta in un’unica bara di legno rivestita all’interno di zinco e che verrà chiusa la sera prima della Messa esequiale. Le spoglie quindi non saranno più esposte su un catafalco vicino al baldacchino del Bernini.

Con la celebrazione del funerale papale (la Missa poenitentialis, la cui data è stabilita dalla Congregazione dei Cardinali), iniziano i novendiali, da novem dies, ovvero il periodo di nove giorni di messe e preghiere in suffragio del Pontefice defunto e celebrate nella Basilica vaticana. Sono stati ridotti e semplificati i formulari delle preghiere (prima erano quattro, adesso tre), con un miglioramento della traduzione dal latino. Inoltre, sono state eliminate alcune indicazioni sulle musiche da eseguire per lasciare maggiore libertà di scelta sul repertorio.
Cambia anche la procedura della tumulazione. In particolare, sono state introdotte nuove indicazioni per l’eventuale sepoltura in un luogo diverso dalle Grotte Vaticane che si trovano sotto l’altare centrale di San Pietro. Queste ultime modifiche sono state fortemente volute da Bergoglio che, in più di un’occasione, ha sottolineato la sua volontà di essere sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore, vicino alla stazione Termini di Roma, in segno della sua grande devozione alla Madonna Salus Populi Romani.
La scelta di Francesco di essere sepolto fuori dal territorio vaticano non è una novità nella storia della Chiesa. Tra gli altri, Leone XIII nel 1903 fu seppellito per sua disposizione nella Basilica di San Giovanni in Laterano (zona San Giovanni) ma anche Pio IX, prima di lui, aveva scelto di essere tumulato presso la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura (zona Verano).
Un pezzo di storia sta letteralmente avvenendo sotto i nostri occhi.

- Una giornata per ricordare quanto sia preziosa la libertà.di Francesca Nicolò

Questo giorno non è mai stato tanto particolare.
Il 25 aprile non è una data come un’altra. E ricordarlo non è retorica. E non è nemmeno più una cosa scontata.
Il 25 aprile di ogni anno noi tutti ricordiamo e festeggiamo (sì, festeggiamo) la Liberazione e quindi la Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia con la sconfitta del nazifascismo
Ma non solo.Non perché il fascismo sia in arrivo, come ha sempre sostenuto Travaglio (e condivido) basta studiare un po’ di storia per comprendere che fortunatamente siamo molto lontano da una nuova era totalitarista. Tuttavia stiamo assistendo a quella che è una vera e propria alienazione dalla storia. Nessuno conosce a fondo i dettagli, le vicende e tutto si basa su una conoscenza a compartimenti stagni. Dove la narrazione vuole che i vincitori siano i buoni e i cattivi i perdenti.
Lo stesso Barbiero, grande e illustre storico, ha più volte ribadito quanto la narrazione di alcune produzioni cinematografiche sia abbastanza fuorviante. Auschwitz venne liberata dai russi, ma quasi nessuno si ricorda di questo.
Ma ora è un giorno da ricordare e da onorare.

Il 25 aprile ha posto fine alla tragedia immane di una lunga guerra. Venti anni di lotte antifasciste e naziste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime di Mussolini e Hitler. Per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni calati dall’alto ma conquiste raggiunte con la lotta.
Perché la libertà non è negoziabile. E ciò di cui oggi godiamo deve essere ricordato e compreso affinché la memoria non vada mai dispersa.

“Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso” ha detto Sergio Mattarella ad Auschwitz-Birkenau. “L’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’estremismo, l’antisemitismo, l’indifferenza, il delirio, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base del nostro convivere pacifico”.
Sergio MattarellaE le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo.
Il 25 aprile è lotta. Ieri oggi e sempre per ricordare di quanto sia prezioso ciò che spesso diamo per scontato.Questa giornata è una esortazione a conoscere, comprendere e tenere a mente quanto sia malata ogni guerra e violenza.
E alla luce dei recenti fatti mondiali e nazionali, vedo solo tante parole e pochissimi fatti.

- La morte di un Papadi Francesca Nicolò

La morte di un Papa rappresenta un momento cruciale per la Chiesa Cattolica, non solo per il suo significato spirituale, ma anche per le implicazioni pratiche e organizzative che comporta. Questo evento segna l’inizio di un periodo chiamato “sede vacante”, un tempo di transizione in cui la Chiesa si prepara a eleggere un nuovo pontefice.
Il momento in cui un Papa ci lascia è segnato da una serie di rituali e procedure che si svolgono con precisione millimetrica. Il primo passo in questo processo è la dichiarazione ufficiale della morte, un atto formale e solenne che viene compiuto dal medico personale del Papa. Questo passaggio non è solo una formalità, ma rappresenta l’inizio di un periodo di lutto e di transizione per la Chiesa Cattolica, noto come “sede vacante”.

Secondo le tradizioni secolari, il medico deve seguire un protocollo ben definito per accertare la morte del Papa. Una volta confermata, la notizia viene comunicata ai più stretti collaboratori del pontefice e, successivamente, al mondo intero.
Il camerlengo riveste un ruolo di primaria importanza nel periodo che segue la morte del Papa: è la figura incaricata di accertare ufficialmente la scomparsa del Pontefice, un compito che svolge davanti a testimoni ufficiali per garantire la trasparenza e l’integrità del processo.
Inoltre, il camerlengo, che oggi è il Cardinale Farrell, è responsabile della gestione degli affari quotidiani del Vaticano durante la sede vacante. Deve assicurarsi che le funzioni amministrative continuino senza intoppi, mantenendo l’ordine e la stabilità all’interno della Santa Sede.

Uno dei compiti più critici del camerlengo è l’organizzazione del conclave, l’assemblea dei cardinali che si riunisce per eleggere il nuovo Papa. Il camerlengo deve coordinare ogni aspetto logistico del conclave, dalla preparazione della Cappella Sistina alla sicurezza dei cardinali, assicurando che il processo si svolga in un ambiente di riservatezza e solennità.
Il Conclave si apre tra il 15° e il 20° giorno dopo la morte del Papa: il camerlengo non partecipa al voto ma la sua presenza assicura che l’elezione avvenga secondo le norme stabilite, preservando l’integrità e la sacralità dell’evento.
Dopo la scomparsa del Papa, uno dei passi cruciali è la preparazione della salma per l’esposizione. Questo processo inizia con la tanatoprassi, un trattamento conservativo che ha lo scopo di preservare il corpo del pontefice, rispettando al contempo le tradizioni secolari della Chiesa Cattolica.

In seguito, la salma viene vestita con i paramenti pontifici, simbolo del suo ruolo e della sua autorità spirituale. Il corpo del Papa viene quindi deposto in un feretro di legno e zinco, un accorgimento che assicura la protezione del corpo.
La fase successiva prevede l’esposizione della salma nella Basilica di San Pietro, un luogo di enorme significato spirituale e storico per la Chiesa Cattolica. Qui, i fedeli hanno la possibilità di rendere omaggio al Papa defunto per tre giorni, un periodo di raccoglimento e preghiera per i credenti. Questo rito funebre è parte integrante di ciò che accade quando muore un Papa.
Dopo la commemorazione nella Basilica di San Pietro, seguono nove giorni di lutto ufficiale, durante i quali i fedeli hanno l’opportunità di partecipare a Messe speciali celebrate in suffragio dell’anima del Papa defunto.
La tradizione dei novendiali risale all’antica Roma, quando si osservava un periodo di lutto che durava nove giorni dopo la morte di una persona.

Le esequie si svolgono in un contesto di grande rispetto e tradizione, solitamente sull’altare pontificio o sul sagrato della Basilica di San Pietro. La cerimonia funebre è un evento di portata mondiale, che attira fedeli, dignitari e leader religiosi (e non) da tutto il globo. Durante la celebrazione, vengono seguiti rituali antichi che riflettono la storia millenaria della Chiesa Cattolica.
Tradizionalmente, i Papi sono stati sepolti nelle Grotte Vaticane, un’area situata sotto la Basilica di San Pietro che ospita le tombe di molti pontefici. Tuttavia, negli ultimi anni, sono state introdotte alcune modifiche che offrono nuove opzioni per la sepoltura. Papa Francesco, infatti, ha scelto come luogo della propria sepoltura la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.
Questi giorni saranno testimoni profondi di storia e sentimento, da ricordare e custodire a ricordo di una personalità unica e che la storia non dimenticherà.

- È tornato alla Casa del Padre.di Francesca Nicolò

Quando muore il successore di Pietro è come il mondo si fermasse e la cristianità fosse sospesa: in attesa del prossimo pontefice.
Momenti storici, intensi e il cui esito è tutto da conoscere. I funerali e il conclave, in mondovisione e con quel senso di speranza per la novità in arrivo.
Pensando che siamo anche in anno giubilare, dedicato alla speranza e la morte di Bergoglio è avvenuta il lunedì dell’Angelo, non si può non riflettere.

Considerare quanto sia stata straordinaria la vita di un uomo apparentemente tanto semplice e dall’aspetto bonario e amicale.
Gesuita, studioso e pragmatico.
Primo Papa sudamericano con origini Italiane che non mancava mai di ricordare nei suoi tanti incontri e interventi.
Ma cosa sappiamo della vita straordinaria di un Papa tanto innovativo?

Jorge Mario Bergoglio, nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, è stato il 266esimo Papa della Chiesa cattolica.
«Con profondo dolore devo annunciare la morte di nostro Santo Padre Francesco. Alle ore 7:35 il Vescovo di Roma è tornato alla casa del Padre. La sua vita è stata interamente dedicata al servizio del Signore e della Sua Chiesa».
Dopo essersi diplomato come tecnico chimico, Bergoglio abbracciò la vocazione religiosa nel 1958, entrando nella Compagnia di Gesù.


Studiò filosofia e teologia, insegnò letteratura e psicologia e fu ordinato sacerdote nel 1969. Giovanni Paolo II lo nominò vescovo ausiliare di Buenos Aires, e successivamente arcivescovo della capitale argentina. Nel 2001 venne creato cardinale. Dopo la storica rinuncia di Benedetto XVI, nel marzo 2013, fu eletto Papa al quinto scrutinio del conclave. Da allora, il nome scelto – Francesco – anticipava già il suo programma: una Chiesa più povera, vicina agli ultimi, capace di parlare al cuore del mondo.


Il suo è stato un pontificato che ha lasciato un’impronta profonda. Primo Papa gesuita e primo non europeo dopo secoli, Francesco ha saputo imprimere una svolta a molti aspetti della vita della Chiesa. Emblematica la sua risposta, nel 2013, sul volo di ritorno dal Brasile: «Chi sono io per giudicare?» – disse a proposito delle persone omosessuali. Negli anni successivi ha promosso aperture verso i divorziati risposati, ha chiesto rispetto e accoglienza per le coppie di fatto e ha posto grande attenzione alle unioni civili.

Nel 2015 ha indetto uno straordinario Giubileo della Misericordia e, nel 2016, ha compiuto un gesto destinato a restare nella storia: al termine di una visita sull’isola greca di Lesbo, portò con sé dodici profughi a Roma. Ha riformato la Curia, lo Ior, il codice penale vaticano e ha avviato una delicata apertura nei rapporti con la Cina. Forte il suo impegno nella lotta agli abusi nella Chiesa, culminato nel 2023 con la promulgazione di nuove procedure per la prevenzione e il contrasto.
Tra i momenti più iconici del suo pontificato, resteranno impresse le immagini del Papa che cammina da solo nella Roma deserta, durante l’emergenza Covid-19. «Non sprecate questi giorni difficili», fu il suo appello in uno dei momenti più bui della pandemia. Francesco fu anche tra i primi leader mondiali a promuovere la vaccinazione, definendola «un atto di amore».

Il Pontefice aveva 88 anni. Il 25 dicembre 2024 Papa Francesco ha inoltre aperto la Porta Santa della basilica di San Pietro, dando ufficialmente inizio al Giubileo della Speranza. Un evento fortemente voluto, vissuto come messaggio di rinascita per la Chiesa e per il mondo.
Una storia incredibile, figura che il mondo non dimenticherà mai e che ha regalato alla storia un’impronta profonda di fede e speranza.

- Un dolore oltre ogni limitedi Francesca Nicolò

Il Venerdì Santo è, per la tradizione cristiana, uno dei giorni più sentiti.
Per ogni cristiano partecipare alla Via Crucis significa entrare nel mistero dei patimenti di Gesù e vivere quel dolore disumano.
Ma cosa racconta la Via Crucis?
Essa è un viaggio nella disperazione di un profeta tradito, di una madre che vede il figlio torturato e ucciso e infine dei discepoli smarriti.
Ho sempre pensato a questo evento come qualcosa che l’umana ragione non può tollerare.
E, credetemi, non per puro bigottismo cristiano: non mi ricordo nemmeno quando ho partecipato ad una messa.

Sono cristiana ma credo che la Chiesa abbia perso, nei mille e più cerimoniali, la vera natura del messaggio di Dio.
Abbandonando ciò che davvero conta. Anche nella Via Crucis.
Attraverso le cosiddette stazioni si ripercorre la vicenda.
– Gesù viene condannato a morte
– Gesù è caricato della croce
– Gesù cade per la prima volta
– Gesù incontra sua madre
– Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene
– Santa Veronica asciuga il volto di Gesù
– Gesù cade per la seconda volta
– Gesù consola le donne di Gerusalemme
– Gesù cade per la terza volta
– Gesù è spogliato delle vesti
– Gesù viene crocifisso
– Gesù muore in croce
– Gesù è deposto dalla croce
– Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Il tutto sempre scandito da un rigido schema, sia mai si possa riflettere su quanti cristi anche oggi troviamo appesi alle croci e madri che piangono figli uccisi.
Una religione dovrebbe essere maestra di vita esattamente come la storia, ma, si sa che l’ essere umano è sordo di cuore per natura.
Ma, oltre tutta questa ipocrisia di facciata, qual è davvero il senso della Via Crucis?

Le primitive forme della futura Via Crucis si possono riscontrare nella processione che si snodava in Terra Santa a Gerusalemme, fra i tre edifici sacri eretti sulla cima del Golgotae nella “via sacra”, ossia un cammino attraverso i Santuari di Gerusalemme che si desume dalle varie “cronache di viaggio” dei pellegrini dei secoli V e VI.
La Via Crucis, nella sua forma attuale, risale al Medioevo inoltrato. Nel corso del Medioevo, infatti, l’entusiasmo sollevato dalle Crociate, il rifiorire dei pellegrinaggi a partire dal secolo XII e la presenza stabile, dal 1233, dei Frati Minori Francescani nei “luoghi santi” suscitarono nei pellegrini il desiderio di riprodurli nella propria terra.

La pratica della Via Crucis nasce dalla commistione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal secolo XV, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi:
– La devozione alle “cadute di Cristo” sotto la croce;
– Ladevozione ai “cammini dolorosi di Cristo”, che consiste nell’incedere processionale da una chiesa all’altra in memoria dei percorsi di dolore compiuti da Cristo durante la sua Passione;
– La devozione alle “stazioni di Cristo”, ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che partecipano alla sua Passione. Spesso “cammini dolorosi” e “stazioni” sono consequenziali nel numero e nel contenuto (ogni “cammino” si conclude con una “stazione”) e queste ultime vengono indicate erigendo una colonna o una croce nelle quali è talora raffigurata la scena oggetto di meditazione.
Una tradizione che ricorda un martirio ingiusto e oltre ogni umana tolleranza. Simbolo e monito della sofferenza di Gesù che puntualmente viene dimenticata.
Perché rappresentare una funzione in pompa magna è cosa facile, portare avanti e fare nostri gli insegnamenti cristiani è complicato.
Abbiamo forse imparato qualcosa dalla Via Crucis? Alla luce di un 2025 dove le guerre e l’odio imperversano, credo praticamente ed amaramente nulla.

- La lavanda dei piedidi Francesca Nicolò

Uno dei primi appuntamenti della settimana santa è la celebrazione dell’Ultima Cena di Gesù in cui il profeta si raccoglie assieme ai discepoli prima che l’atto estremo si compia.
I vangeli narrano di un clima “sospeso” e solenne, dove gli uomini non comprendono appieno cosa realmente accadrà. Mentre Gesù è perfettamente consapevole di quello che avverrà.
Gli episodi sono noti a tutti; Pietro si agita ribadendo la lealtà verso il Maestro e Giuda se ne va, decretando il destino di traditore ad perpetuum.
Ma vi è un episodio, spesso ricordato e riprodotto quasi meccanicamente, che è emblema di questa ricorrenza. Stiamo parlando della lavanda dei piedi.
Ma quale è il suo significato?

La lavanda dei piedi ha un significato molto antico, e per comprenderlo appieno è necessario fare una breve premessa storica sul contesto culturale ebraico. Difatti, Gesù era ebreo e pertanto il gesto richiama perfettamente e simbioticamente alla tradizione in cui egli cresciuto.
La Palestina era una terra principalmente desertica, dove non era inusuale trovare diverse strade polverose e secche. Inoltre, a causa delle elevate temperature, i sandali erano le calzature più utilizzate durante l’anno con qualche sporadica eccezione durante l’inverno e nelle occasioni festive.
Era un segno di rispetto e di accoglienza accogliere un ospite proprio con un catino d’acqua, dove i suoi piedi venivano lavati dalla polvere o da uno schiavo o dal padrone di casa.
Questo gesto era compiuto anche in famiglia, soprattutto dai figli e dalle mogli nei confronti dei padri o dei mariti. Segno di rispetto e affetto profondo verso un membro, in particolare nei confronti degli anziani, considerati la culla della propria comunità.

Nell’Antico Testamento sono diversi i riferimenti a questa pratica, che con il profeta Samuele diventa anche un simbolo di grande umiltà da parte di chi lo esercita.
Nel momento in cui Gesù, prima dell’Ultima cena, decide di fare lo stesso, si ricollega così a una tradizione religiosa di lunga durata, ma compie anche un gesto estremamente concreto e tipico della sua cultura.
Nei Vangeli, in effetti, si racconta lo stupore dei discepoli di fronte a questo atto, che rappresenta proprio l’umiltà e la volontà di Gesù di mettersi a servizio dell’umanità.
Segno rivoluzionario di un figlio di Dio che diventa parte dell’universo umano.
Primo nell’animo ma sempre presente tra gli ultimi.
Decretando con questo atto la consacrazione di una vita votata al bene comune, consapevole che dopo poche ore verrà ucciso, torturato e umiliato dal suo stesso popolo.
Consentitemi fare questo piccolo appunto; la Chiesa è ossessionata nel rimarcare i precetti, i dogmi e i cerimoniali senza fermarsi su quanto davvero possa essere potente l’insegnamento di Gesù.
Si celebra la lavanda dei piedi quasi meccanicamente per tradizione senza analizzare ciò che realmente è.La fede non è solo celebrare una festa o conoscere ogni preghiera, ma comprendere il motivo intrinseco e l’anima di ogni gesto.
Perché Gesù e i suoi discepoli ci hanno dato qualcosa di unico, straordinario e rivoluzionario: non fermiamoci mai a quello che ci dicono.
Le scritture raccontano sempre qualcosa di infinito oltre ogni possibile interpretazione teologica.

- Una strada che ha posato le fondamenta di tutte le altre.di Francesca Nicolò

Dopo la posa della targa in ricordo della prima strada bitumata d’Italia, un altro grande evento avrà luogo nella culla della cultura varesina. Nel ciclo di una profonda e capillare opera di approfondimento di uno degli eventi che ha posato le fondamenta per la storia del paese.
Pochi, ed è davvero un bene ribadirlo, conoscono la storia della primo tratto “asfaltato” d’Italia ed un vera e pesante mancanza a cui porre rimedio doveroso.
Trovate l’articolo al seguente link:
Una targa,una storia da raccontare.

Durante la manifestazione ha presenziato uno studioso d’eccezione: il dott. Liborio Rinaldi.
Autore di un prezioso volume dedicato proprio alla vicenda, correlato da rari e importantissimi documenti e approfondimenti. Un racconto avvincente e suggestivo che ha trasportato il pubblico ad oltre cento anni fa: in un’epoca dove poter viaggiare non era una cosa per tutti ma soprattutto poteva risultare tutt’altro che semplice.
E che sarà presentato il 9 di Aprile assieme alla straordinaria moderazione del presidente de “La Varese Nascosta”, Luigi Manco presso la Biblioteca Civica di Varese alle ore 18.00.
Una simbiosi che unisce ancora di più il lavoro inestimabile di un professionista come Rinaldi e lo spirito che da sempre permea il gruppo: far conoscere Varese e provincia con le sue mille ed infinite meraviglie.
Non mancate.
In questa serata sarà possibile scoprire come la nostra quotidianità sia da un grande sogno apparentemente impossibile: una prova di quanto l’impossibile sia un concetto più limitate di quanto si pensi.

- Alla scoperta del Giappone, a due passi dal lago.di Francesca Nicolò

Domenica 6 aprile si è svolto un evento magico e unico: viaggio nel Giappone più suggestivo ed affascinante a due passi dal lago di Varese.
Nella cornice della corte dei Brut, rinomata per cucina e location, ha preso vita una mostra ed un percorso espositivo a tutto tondo nelle meraviglie del Sol Levante. Tra le stanze di una cascina elegante e ricca di preziosi cimeli di vita contadina, la cultura del Giappone è entrata come benvoluta ospite.
I costumi, esposti nelle stanze della struttura, creavano un perfetto equilibrio tra le diverse culture. Apparentemente agli antipodi, eppure mai così simbioticamente unite.
Quasi connubio di vite ed universo di meraviglia che stupisce e fa riflettere.
Nulla è mai agli antipodi di qualcos’altro, soprattutto se parla al cuore e si nutre di bellezza infinita.





Il percorso era combinato da tre attività. Una mostra fotografica dell’artista Naoya Yamaguchi che attraverso i suoi preziosi scatti ha raccontato del Giappone millenario, profondo e spesso conosciuto alla maggior parte delle persone.
Maschere, costumi e tradizioni di origini che si perdono nella notte dei tempi e catturano per delicatezza, fascino e magia. Esse raccontano di usanze, tradizioni cadenzate in diversi periodi dell’anno.





Vedere dal vivo i costumi ed ammirare la bellezza dei colori e la loro essenza più profonda. Immersi a 360°, ammaliati e cullati da tutto questo. Raccolti in una realtà dal sapore anticamente nostalgico e che ricorda qualcosa che la modernità ci ha fatto perdere.
Le tradizioni riprendono vita e passione, ribelli alla frenesia a cui siamo abituati in una soleggiata domenica dei primi di aprile.





E in tutto questo non poteva mancare “La Varese Nascosta”. La corte del Brut rappresenta per il gruppo un luogo caro e significativo. Parte del cuore di questo sogno è qui, tra queste stanze e riposa tra i tanti oggetti di vita contadina.
Qualcuno mi ha suggerito che il tutto nasca da un cappello, ma ovviamente il mistero rimane ancora aperto e conterò di scoprirlo prima possibile.
Perché tanta bellezza condivisa merita di essere conosciuta ed apprezzata in ogni dove.


- Una targa,una storia da raccontare.di Francesca Nicolò

Varese è sempre stata una città vitale e dinamica, di quelle che non stanno mai ferme. E molti dei suoi abitanti ne sono un grande esempio.
Oggi vorrei raccontarvi di una personalità straordinaria come quella dell’ing. Puricelli.
L’uomo che iniziò ad immaginare che l’Italia potesse essere collegata da strade agevoli e scorrevoli. Per molti è “l’uomo delle autostrade”, una definizione che ben rappresenta quanto il suo operato ebbe importanza.
Visionario, precursore dei tempi e uomo estremamente pragmatico.

Progettò l’ Autostrada dei Laghi (oggi parte dell’A8), ricordata come la prima al mondo per soli veicoli a motore, ma non solo: oltre alla tante opere note, come l’Autodromo di Monza con Alfredo Rosselli, egli fu anche l’ideatore della prima strada bitumata d’Italia.
Nel 1921, tra i comuni di Bodio e Galliate vennero poste le “fondamenta” di quella che sarebbe diventata la prima autostrada d’Italia.
E ieri, 5 aprile 2025, è stata posta una targa in via Baj dove appunto ebbe luogo questo evento straordinario per l’epoca.
Oggigiorno, infatti, le autostrade sono una realtà quotidiana e consolidata, ma negli anni 20 le strade erano tutte da costruire e asfaltare, in un paese come sempre ricco di contraddizioni e precarietà. La strada venne finanziata dallo stesso ing. Puricelli, determinato nel portare avanti il progetto.
Ma i sogni di una persona che guarda al futuro hanno saputo andare oltre ogni difficoltà.


Durante la manifestazione, lungo la strada hanno sfilato vespe e una bellissima auto d’epoca, mentre la targa è stata mostrata dopo un breve discorso delle autorità e dello studioso Liborio Rinaldi.
A tal proposito, si svolgeranno una serie di eventi ” di cornice ” nei prossimi giorni di cui vi parlerò nei prossimi articoli.
Questo ricordo ha un sapore ancora più speciale perché tra le menzioni vi è anche l’associazione “La Varese Nascosta”. Un gruppo da sempre attivo, coeso e sinergico nel ricordare le tradizioni, le origini e la storia della provincia varesina.


Un riconoscimento a persone straordinarie e un grazie sentito e profondo ringraziamento alle figure del presidente Luigi Manco, al vice Presidente Fausto Bonoldi, al consigliere Davide Sottocasa e ai moderatori Cesarina Briante e Bianca Monzoni. Il loro costante lavoro e supporto, assieme a quello degli altri collaboratori, è la linfa che permea l’essenza stessa di questo progetto. Nato dal sogno di due amici fraterni e trasformato in una realtà nota ed attiva.
Il gruppo Facebook conta più di 30.000 iscritti che aumentano quotidianamente, e ogni membro può condividere contenuti, ricordi e aneddoti legati alla città e alla provincia.
E da ieri, in uno dei luoghi simbolo di un progetto straordinario e tenace, la Varese Nascosta risiede. A ricordo che le idee migliori nascosto da sogni, spesso apparentemente irrealizzabili, che diventano realtà.
Una strada per collegare paesi e un gruppo per tenere vive le radici di una realtà che spesso viene data per scontata.
Potete immaginare una simbiosi più profonda?


