Un’amicizia speciale.

Di tante vicende legate al cinema, ve n’è una che mi ha sempre affascinato: l’amicizia tra Maria Callas e Pierpaolo Pasolini. Nata con l’inizio delle riprese del film Medea e poi sfociata in un vero rapporto fraterno.

Pasolini definì Callas “Una straordinaria apparizione fisica, con quei grandi occhi in un volto dagli zigomi alti, dai lineamenti e dalle espressioni che rientrano perfettamente nella mia mitologia fisionomica”, come scrisse il giornalista Alberto Ceretto in un’articolo apparso sul Corriere della sera nell’aprile 1969. Anche la cantante ebbe la percezione di aver appena conosciuto una persona speciale, un regista abile che potrà farle vestire i panni di quella Medea 

Maria Callas era in una fase complicata della sua vita. Il rapporto con Onassis era finito e la sua carriera sulla via del tramonto, dato che non calcava il palcoscenico da diverso tempo a causa del sentimento totalizzante verso l’armatore greco. Una donna apparentemente superba e altezzosa, ma profondamente insicura.

Il regista era al culmine di una carriera tutt’altro che facile e spesso controversa. Tormentato da tante debolezze e mai capito da una società bigotta e ultracattolica. Il suo scomodo narrare era malvisto dalla società benpensante.

Un’unione equilibrio di anime tormentate e fragili.

Di questo rapporto ci sono pervenute alcune, bellissime e struggenti lettere.

Eccone alcune.

La prima, scritta dal regista e diretta alla cara amica.

“Cara Maria, stasera, appena finito di lavorare, su quel sentiero di polvere rosa, ho sentito con le mie antenne in te la stessa angoscia che ieri tu con le tue antenne hai sentito in me. Un’angoscia leggera leggera, non più che un’ombra, eppure invincibile. Ieri in me si trattava di un po’ di nevrosi: ma oggi in te c’era una ragione precisa (precisa fino a un certo punto, naturalmente) ad opprimerti, col sole che se ne andava. Era il sentimento di non essere stata del tutto padrona di te, del tuo corpo, della tua realtà: di essere stata “adoperata” (e per di più con la fatale  brutalità tecnica che il cinema implica) e quindi di aver perduto in parte la tua totale libertà. Questo stringimento al cuore lo proverai spesso, durante la nostra opera: e lo sentirò anch’io con te. È terribile essere adoperati, ma anche adoperare.
Ma il cinema è fatto così: bisogna spezzare e frantumare una realtà “intera” per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi più “intera” ancora.
Tu sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poter essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia. È appunto terribile sentirsi spezzati, sentire che in un certo momento, in una certa ora, in un certo giorno, non si è più tutti se stessi, ma una piccola scheggia di se stessi: e questo umilia, lo so.Io oggi ho colto un attimo del tuo fulgore, e tu avresti voluto darmelo tutto. Ma non è possibile. Ogni giorno un barbaglio, e alla fine si avrà l’intera, intatta luminosità. C’è poi anche il fatto che io parlo poco, oppure mi esprimo in termini un pò incomprensibili. Ma a questo ci vuol poco a mettere rimedio: sono un po’ in trance, ho una visione o meglio delle visioni, le “Visioni della Medea”: in queste condizioni di emergenza, devi avere un po’ di pazienza con me, e cavarmi un po’ le parole con la forza. Ti abbraccio”.

Questa sotto è scritta dalla Callas e spedita al suo adorato regista.

Caro Pier Paolo, ho ricevuto il libro poi la tua cara lettera. Sono infelice per te – ma contenta che ti sei confidato in me. Caro amico, sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te, come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo che sarebbe andata così. Se ricordi a Grado in macchina si parlava con Ninetto di amore e che ne so io. Dentro in me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo uomo tanto intelligente lo dovevi sapere. Invece ti attaccavi anche tu a un sogno, fatto da te solo perché è così anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola. La realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi. Tu rinascerai, ci sono riuscita io – donna – con tanta sensibilità, eppure ho capito che solo in noi possiamo basarci….Dipendevi troppo da Ninetto e non era giusto. Ninetto ha il diritto di vivere la sua vita. Lascialo fare. Guarda di essere forte, lo devi, come tutti abbiamo passato di là in un modo o in un altro, so che immenso dolore che è, più delusione che altro forse. Certe parole valgono nulla per consolarti, lo so. Avrei voluto che tu avessi sentito il bisogno venire da me, passare qualche 5 minuti duri, perché sono solo qualche 5-10 minuti di dolore atroce poi diventa un poco meno, ma non ne hai sentito il bisogno della mia amicizia e sono addolorata di questo. Ma capisco anche questa tua reazione. Amico mio vorrei avere tue notizie. La nostra amicizia merita questo almeno, non credi. …Sfogati pure con me, come mi sono sfogata io a te tante volte. T’abbraccio forte con tanto affetto e sono sempre credimi la tua migliore amica (presunzione forse).

Ed ecco, come nelle tragedie più nere, che accade l’irreparabile. Il 2 Novembre 1975 Pasolini viene ucciso in modo brutale e violento. Un dolore insostenibile per Maria Callas che gli succede poco dopo, nella casa parigina di Rue Georges Mendel, il 16 settembre 1977.

Legati ad un filo che andava oltre ogni sentimento, nell’eterna ricerca di un rifugio da un’industria spietata che li voleva artisti perfetti e macchine da soldi, pronte ad essere spremute e gettate via.

Profondamente soli, in un mondo popolato di falsità e ipocrisia.

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