
Tutto era cominciato nel 1948, quando il dottor Locatelli, medico condotto a Varano Borghi, comune del Varesotto, sfegatato tifoso del Coppi Fausto, l’Airone che volava sulla bici, si era fatto accompagnare dalla moglie al Tre Valli Varesine, che lui, il Campionissimo, aveva vinto, e dove lei gli aveva chiesto un autografo. Poi, le famiglie si erano frequentate, il medico e la moglie andavano a Novi Ligure, dove il Campionissimo viveva con la propria, di moglie, Bruna, una bella e modesta ragazza che conosceva da ragazzino, quando l’avevano mandato prima nei campi, come tutti i fratelli, e poi dal fornaio, che con quel fisico strano – magro magro, lungo lungo e con quel petto carenato – non era cosa sua la fatica della terra, a fare le consegne. Era lì che il Coppi, andando su e giù per valli e colline, aveva scoperto come si potesse andare veloce in bici, come potesse essere imprendibile.

C’erano state lettere, tante lettere, fra il Fausto e la Giulia: lei spigliata, lui silenzioso, lei di mondo, lui un contadino nel cuore, lei elegante, lui vestito come uno che s’è appena comprato il doppiopetto per la vita. Lui un campione che il mondo ci invidiava, lei, forse, una che sentiva stretta la vita di provincia. Scoppia l’amore e è irrefrenabile. Lo tengono nascosto, come possono. Lui lascia la moglie e la figlia, lei lascia il marito e i figli: vanno a vivere a Villa Carla di Novi Ligure. Tutto rimane un po’ così, sembra che il medico condotto se ne sia fatta una ragione, e pure Bruna forse – si sono separati, Fausto le ha lasciato la loro prima casa e cinquanta milioni, che allora erano un’enormità. Quando nel 1953 vince il campionato del mondo a Lugano, Fausto regala a Giulia, che gli sta vicino vicino, i fiori della vittoria.

È il primo gesto scopertamente “pubblico”.
Prima, sullo Stelvio, mentre lui scollinava, qualcuno aveva colto il grido d’entusiasmo di Giulia e lo sguardo compiaciuto di Fausto – ma era ancora una “storia di ciclismo”. Poi, al Tour de France del 1954, dopo la tappa di Saint Moritz, Pierre Chany, giornalista de«l’Équipe», scrive: «Vorremmo sapere di più di quella dame en blanc che abbiamo visto vicino a Coppi» – lei indossava un montgomery color neve. È lì che nasce l’appellativo con cui Giulia Occhini passa alle cronache. La dama bianca. Forse, fu lì che il dottor Locatelli non ci vide più. E si presentò alla caserma di Novi Ligure.
Giulia, nel 1955, l’anno del processo, è incinta. Con Fausto si sposano in Messico – matrimonio non riconosciuto dalla legge italiana – e poi lei va a partorire in Argentina, per poter dare il cognome del Campionissimo al figlio Faustino. Partorisce mentre avviene la punzonatura del 38° Giro d’Italia, dove lui arriverà secondo tra entusiasmi e tifoserie divise. Lei non potrà rivedere i suoi figli per anni, e così lui per la sua piccola Marina.

Coppi continua a correre e vincere, e la gente, lentamente, sembra voler dimenticare quella storia.
Dimenticare, non perdonare. Quello, non accadrà più. Per Giulia e Fausto saranno anni quasi tranquilli – lui è “anziano” come ciclista ma, benché Ginettaccio Bartali, tra il serio e il faceto, al Musichiere, la famosissima trasmissione di Mario Riva, gli rinfaccerà di aver usato «eccitanti», ha un cuore che è un mantice e come quello d’un ragazzo, e continua a correre. E guadagnare. E cambia: veste più ricercato, sembra elegante quasi, impara i buoni modi, ha un’aria rilassata quando sta in mezzo agli altri e pure felice nelle foto con lei e Faustino – per come potesse esprimere la felicità un uomo solitario, timido e riservato. Quando, per insipienza dei medici, una malaria contratta in Africa, dove era andato per una battuta di caccia, nel dicembre del 1959 diventa mortale e se lo porta via in un amen, quasi quasi gliela rimprovereranno a Giulia, quella morte banale.
Lui, da morto, diventò leggenda. Lei, la rovinafamiglie, da viva, Occhini Giulia in Locatelli, casalinga, restò colpevole.

