L’attentato di Sarajevo, consumatosi la mattina del 28 giugno 1914, è l’evento che ha fatto da detonatore alla Prima Guerra Mondiale, trasformando una crisi balcanica locale in un conflitto globale. Non fu un’operazione militare sofisticata, ma una catena di coincidenze incredibili, errori logistici ed esasperazione politica.
Ecco la ricostruzione dettagliata e storicamente verificata di quella giornata che cambiò il corso del Novecento.
🎯 Gli attori in campo e le motivazioni
L’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, si trovava a Sarajevo per ispezionare le manovre militari dell’esercito imperiale in Bosnia-Erzegovina (territorio annesso dall’Austria nel 1908). La data scelta, il 28 giugno, era altamente simbolica e provocatoria per i nazionalisti serbi: era il giorno di Vidovdan (la festa di San Vito), anniversario della battaglia del Kosovo del 1389, simbolo del patriottismo serbo.
A contendergli la scena c’era la Giovane Bosnia (Mlada Bosna), un gruppo di giovani nazionalisti e rivoluzionari che miravano alla liberazione della Bosnia dal dominio asburgico per unirla a un grande Stato slavo meridionale (la Jugoslavia).
Il gruppo era armato, addestrato e finanziato clandestinamente dalla Mano Nera (Crna Ruka), una società segreta serba guidata dal capo dei servizi segreti militari di Belgrado, il colonnello Dragutin Dimitrijević, noto come “Apis”.
💣 La cronologia del 28 giugno: Una catena di errori
Quella mattina lungo il nevischio del molo Appel, la strada principale di Sarajevo che costeggia il fiume Miljacka, erano schierati ben sei cospiratori pronti a colpire il corteo imperiale di sei auto scoperte.
Ore 10:10 – Il primo attacco fallito
Il corteo passò davanti al primo attentatore, che colto dal panico non agì. Poco più avanti, il diciannovenne Nedeljko Čabrinović armò una bomba a mano (un modello Kragujevac riempito di tritolo) e la lanciò contro l’auto dell’Arciduca.
L’autista di Francesco Ferdinando, vedendo l’oggetto volare, accelerò: la bomba rimbalzò sulla capote ripiegata della vettura imperiale ed esplose sotto l’auto successiva, ferendo due ufficiali del seguito (tra cui il colonnello Merizzi) e una decina di spettatori. Čabrinović inghiottì una capsula di cianuro scaduto e si gettò nel fiume Miljacka, profondo appena dieci centimetri; il veleno gli provocò solo vomito e venne immediatamente arrestato.
Il cambio di programma e l’errore fatale
Nonostante l’attentato, Francesco Ferdinando decise di procedere con la visita ufficiale al Municipio (Vijećnica). Durante i discorsi ufficiali, l’Arciduca, visibilmente alterato, interruppe il sindaco dicendo: “Vengo qui in visita e mi accogliete con le bombe!”.
Terminato l’incontro, l’Arciduca pretese di cambiare il percorso stabilito per recarsi in ospedale a visitare il colonnello Merizzi ferito dall’esplosione. Tuttavia, nessuno informò l’autista della prima vettura del cambio di rotta.
Ore 10:45 – Il vicolo cieco e i due spari di Gavrilo Princip
Le auto ripartirono lungo il molo Appel. Arrivati all’altezza del Ponte Latino, la prima auto svoltò a destra in via Francesco Giuseppe, seguendo il vecchio itinerario. L’auto dell’Arciduca la seguì.
Il governatore della Bosnia, Oskar Potiorek, che sedeva nella stessa auto di Francesco Ferdinando, gridò all’autista: “Cosa fai? Non è questa la strada! Dobbiamo tornare indietro sul molo!”. L’autista frenò bruscamente e inserì la retromarcia, bloccando l’auto proprio davanti a una nota caffetteria dell’epoca (la pasticceria Schiller).
Lì si trovava Gavrilo Princip, un diciannovenne studente serbo-bosniaco, uno dei congiurati, che convinto che l’attentato fosse fallito si era fermato a comprare un panino. Trovandosi l’auto imperiale ferma a meno di due metri di distanza, Princip non esitò: estrasse una pistola semiautomatica Browning FN Model 1910 calibro 7,65 mm e sparò due colpi.
🩸 L’esito e le ultime parole
I colpi furono letali, ma la dinamica iniziale ingannò i presenti poiché l’auto ripartì a tutta velocità verso la residenza del governatore (Konak).
- Il primo proiettile passò attraverso la carrozzeria della vettura e colpì all’addome la contessa Sofia Chotek, moglie dell’Arciduca, recidendo l’arteria gastrica. Sofia era incinta del quarto figlio.
- Il secondo proiettile colpì Francesco Ferdinando al collo, recidendo la giugulare.
Mentre il sangue sgorgava, l’Arciduca si voltò verso la moglie svenuta sul sedile, pronunciando le sue ultime, disperate parole verificate dai testimoni:
“Sofia, Sofia! Non morire! Resta viva per i nostri figli!”
Interrogato dal conte Harrach su come si sentisse, l’Arciduca sussurrò ripetutamente: “Non è niente…” prima di perdere conoscenza. Entrambi morirono nel giro di pochi minuti, prima delle 11:00.
🏛️ Le conseguenze storiche
Princip tentò di spararsi alla testa e poi di bere il cianuro, ma la folla lo linciò prima che la polizia riuscisse a trarlo in arresto. Essendo minorenne secondo la legge austriaca (aveva meno di 20 anni), Princip evitò la pena di morte e fu condannato a 20 anni di carcere duro nella fortezza di Terezín, dove morì di tubercolosi nel 1918.
L’attentato offrì all’Austria-Ungheria il pretesto (casus belli) per regolare definitivamente i conti con la Serbia, ritenuta responsabile morale del terrorismo slavo. Un mese dopo, il 28 luglio 1914, dopo un ultimatum volutamente inaccettabile, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, attivando il sistema delle alleanze europee (la Russia mobilitò in difesa della Serbia, la Germania a fianco dell’Austria, la Francia e la Gran Bretagna contro la Germania). In meno di una settimana, l’Europa sprofondò nella Grande Guerra.
