C’è un paradosso sottile nella figura di un monarca costituzionale nell’Europa del Ventunesimo secolo: più il suo potere politico si azzera, più il suo peso morale può diventare fondamentale. Harald V di Norvegia, scomparso all’età di ottantanove anni al Rikshospitalet di Oslo, ha interpretato questo paradosso per trentacinque anni con una grazia rara, fatta di autoironia, pragmatismo democratico e un’assoluta, disarmante normalità.
Con la sua morte si spegne il decano dei sovrani europei, un uomo che non è stato soltanto il custode della tradizione di una nazione giovane e fiera, ma il timoniere discreto di un Paese in costante evoluzione.
Il re che guidava l’utilitaria e sfidava i pregiudizi
Salito al trono nel 1991 alla morte del padre Olav V, il leggendario “re popolare” che durante la crisi petrolifera e le domeniche a targhe alterne girava sui mezzi pubblici, Harald ha ereditato non una corona ingioiellata di fasti autocratici, ma un contratto fiduciario con il proprio popolo. E lo ha onorato spogliandosi di ogni sovrastruttura.
Non era raro vederlo in coda al supermercato, o muoversi per Oslo a bordo della sua utilitaria, o ancora difendere con una fermezza commovente i diritti civili e l’inclusione sociale. Celebre, e culturalmente di dirompente modernità, fu il discorso pronunciato nel 2016 nei giardini del Palazzo Reale, in cui descriveva i norvegesi non come un blocco monolitico, ma come un mosaico di storie: “I norvegesi sono ragazze che amano le ragazze, ragazzi che amano i ragazzi, e ragazzi e ragazze che si amano. I norvegesi credono in Dio, in Allah, in nessuno e in nulla”. Parole che smontavano ogni retorica identitaria regressiva, pronunciate dal capo dello Stato con la bonaria autorevolezza del saggio di famiglia.
Tra le tempeste della storia e i tumulti del presente
La vita di Harald era iniziata sotto il segno drammatico della Storia con la “S” maiuscola. Nato nel 1937, aveva vissuto da bambino l’occupazione nazista della Norvegia, trovando rifugio con la famiglia in esilio tra gli Stati Uniti e la Svezia. Quel trauma originario aveva forgito in lui una consapevolezza acuta del valore della democrazia e della sovranità nazionale.
Negli ultimi anni, mentre la sua tempra fisica veniva messa a dura prova da problemi di salute, dall’anemia emolitica agli interventi cardiaci, la sua figura era rimasta l’ancora di stabilità per un’istituzione scossa da turbolenze familiari e giudiziarie che avevano messo a dura prova la popolarità della casata. Nonostante le pressioni e il peso degli anni, Harald si era sempre rifiutato di abdicare, forte di un giuramento prestato a suo tempo davanti al Parlamento: per lui la corona non era un privilegio ereditario da gestire a tempo perso, ma un lavoro a tempo pieno da compiere “fino all’ultimo respiro”.
Il passaggio del testimone
Ora che il testimone passa al figlio cinquantatreenne, che salirà al trono come Haakon VIII (scegliendo il significativo motto “Tutto per la Norvegia”), il Paese si ferma a stringersi attorno al feretro del suo patriarca.
Le bandiere a mezz’asta e il rintocco delle campane in tutta la nazione non celebrano il mito di un sovrano intoccabile, ma il lutto collettivo per una perdita profondamente intima. Harald V se ne va lasciando in eredità un’idea di monarchia che ha saputo sopravvivere alla modernità non opponendovisi, ma facendone parte integrante: un trono costruito non sulla distanza, ma sulla prossimità umana.
