C’è qualcosa di profondamente norvegese nel modo in cui la monarchia cambia volto.
Non attraverso lo sfarzo, non attraverso il clamore di una corte onnipresente, ma quasi in punta di piedi, dentro quella particolare idea di regalità che in Norvegia ha imparato a convivere con la modernità, la democrazia e una certa austera normalità scandinava.
Oggi, quella continuità ha assunto un nuovo nome: Haakon VIII.
La morte di Harald V, scomparso questa mattina a Oslo all’età di 89 anni, ha chiuso un lungo capitolo della storia norvegese. Dopo oltre trentacinque anni di regno, il sovrano che aveva fatto della monarchia una presenza rassicurante e familiare lascia il posto al figlio, fino a ieri Crown Prince Haakon e da oggi re di Norvegia. Il Governo norvegese ha confermato ufficialmente la morte di Harald alle 6.35 del mattino e ha annunciato la convocazione del Consiglio di Stato con il nuovo sovrano.
È un passaggio dinastico, naturalmente. Ma è anche qualcosa di più: il momento in cui una generazione lascia il posto a un’altra.
Haakon Magnus è nato a Oslo il 20 luglio 1973, figlio di Harald V e della regina Sonja. È cresciuto nella residenza di Skaugum, insieme alla sorella Märtha Louise, in un ambiente nel quale i genitori cercarono deliberatamente di offrire ai figli un’educazione il più possibile simile a quella degli altri bambini norvegesi.
È un dettaglio apparentemente secondario, ma racconta molto della monarchia che Haakon eredita.
La Casa reale norvegese, infatti, ha costruito negli ultimi decenni una parte della propria credibilità proprio sulla capacità di ridurre la distanza fra la famiglia reale e la società. Haakon ne è, in qualche modo, il prodotto più compiuto.
La sua formazione è tutt’altro che puramente cerimoniale.
Ha studiato scienze politiche all’Università della California, Berkeley, dove ha conseguito una laurea nel 1999, e successivamente sviluppo economico alla London School of Economics, specializzandosi in commercio internazionale e Africa. Ha inoltre svolto un periodo di tirocinio presso la missione permanente norvegese alle Nazioni Unite a New York e il programma per funzionari del Ministero degli Esteri norvegese.
Prima ancora dei palazzi, dunque, Haakon ha conosciuto università, diplomazia, relazioni internazionali.
E forse è proprio questa la sua caratteristica più interessante: è un principe formato per comprendere il mondo prima ancora che per rappresentare una corona.
C’è poi un’altra componente della sua biografia che dice molto del carattere norvegese: il rapporto con la natura.
Haakon ha praticato sport acquatici e attività all’aria aperta fin dall’infanzia. Ha prestato servizio nella Marina reale norvegese e nel 1995 si è diplomato alla Royal Norwegian Naval Academy di Bergen. Ha seguito anche addestramenti con le forze speciali, compreso quello paracadutistico, e ha partecipato negli anni alle esercitazioni invernali delle forze armate norvegesi.
È una dimensione che può apparire curiosa osservando un sovrano europeo contemporaneo, ma in Norvegia la relazione fra cittadino, territorio e natura costituisce una componente essenziale dell’identità nazionale.
Il futuro re non è stato quindi costruito soltanto per abitare un palazzo: è stato educato anche alla disciplina, alla responsabilità e alla vita concreta di una nazione che ha fatto del mare e dei grandi spazi settentrionali parte integrante della propria storia.
Ancora più significativa è la sua storia personale.
Nel 2001 Haakon sposò Mette-Marit Tjessem Høiby nella cattedrale di Oslo.
Mette-Marit non proveniva da una famiglia aristocratica o da una dinastia europea. Era una donna comune, con una storia personale distante dai tradizionali percorsi matrimoniali delle monarchie ed il matrimonio ricordò al mondo quanto fosse cambiata la monarchia norvegese.
Non era più soltanto una questione di sangue, genealogia e protocolli: la famiglia reale poteva ormai riflettere, almeno in parte, la complessità della società che rappresentava.
Da oggi Mette-Marit è regina di Norvegia, mentre la loro figlia maggiore, Ingrid Alexandra, diventa la nuova principessa ereditaria. La Costituzione norvegese stabilisce infatti che, per le generazioni interessate dalla riforma del 1990, la successione segue la primogenitura indipendentemente dal sesso. Poiché Haakon è nato prima della riforma, rimase comunque davanti alla sorella maggiore; sua figlia Ingrid Alexandra, invece, è seconda nella successione dopo il padre.
La genealogia, insomma, continua a vivere. Ma lo fa dentro regole profondamente cambiate.
Il nuovo re arriva al trono dopo più di tre decenni trascorsi all’ombra del padre.
Dal 1991 Haakon ha accompagnato Harald in una parte considerevole delle sue funzioni pubbliche ed è stato più volte chiamato a svolgere il ruolo di reggente quando il sovrano era assente o impossibilitato a esercitare le proprie funzioni.
Non è quindi un uomo che debba imparare improvvisamente il mestiere del re.
Haakon ha avuto trentacinque anni per prepararsi.
Ed è proprio questo a rendere particolarmente interessante l’inizio del suo regno: non rappresenta una rottura, ma una transizione generazionale.
Harald V aveva incarnato una monarchia capace di sopravvivere alla modernizzazione senza perdere il proprio valore simbolico. Haakon dovrà ora dimostrare che quella stessa formula può funzionare nel XXI secolo avanzato.
La sfida sarà enorme.
Una monarchia costituzionale moderna non governa: rappresenta. Il suo potere politico diretto è limitato, mentre il suo peso simbolico può essere enorme. La Casa reale norvegese stessa definisce il sovrano soprattutto come il principale simbolo della comunità nazionale.
Il re, in altre parole, deve riuscire in qualcosa di molto difficile: essere presente senza imporsi.
Haakon non riceve soltanto una corona. Riceve un’eredità morale.
Harald V aveva costruito negli anni una particolare immagine della regalità: quella di un sovrano vicino alle persone, capace di parlare alla nazione nei momenti di gioia ma soprattutto nei momenti di dolore.
Dopo gli attentati terroristici del 22 luglio 2011, il re seppe trasformare il lutto nazionale in una dichiarazione di inclusione e di fiducia nella società norvegese. È una delle ragioni per cui, alla notizia della sua morte, il primo ministro Jonas Gahr Støre ha ricordato la sua capacità di “legare insieme” il Paese nei momenti più difficili.
Quella è probabilmente la vera eredità che Haakon riceve.
Non soltanto il trono.
C’è infine qualcosa di quasi letterario nella scelta del nome.
Haakon non è un nome casuale nella storia norvegese.
Fu il nome di Haakon VII, il sovrano che nel 1905 divenne il primo re della Norvegia indipendente dopo la dissoluzione dell’unione con la Svezia. La monarchia norvegese moderna nacque proprio allora, quando il principe danese Carl accettò il trono e scelse di chiamarsi Haakon VII.
Quel nome è dunque legato alla nascita della Norvegia contemporanea.
E oggi torna sul trono.
Fra Haakon VII e Haakon VIII corre più di un secolo di storia: due guerre mondiali, l’occupazione nazista, la nascita dello Stato sociale, la scoperta del petrolio del Mare del Nord, la trasformazione della società norvegese, la globalizzazione e l’ingresso della Scandinavia in una nuova era geopolitica.
Il nuovo re si trova così a portare un nome antico dentro un Paese modernissimo ed è questa, forse, questa la metafora più efficace del suo regno.
La Norvegia non è una monarchia di cerimonie barocche.
Il suo sovrano non vive circondato da un apparato paragonabile a quello delle grandi corti europee. Non ha bisogno di magnificenza per essere riconoscibile.
La sua forza risiede altrove: nella continuità.
Haakon VIII eredita quindi una corona particolare, quasi invisibile. Una corona fatta di responsabilità costituzionale, di rappresentanza, di diplomazia, di visite nelle comunità, di incontri con cittadini e istituzioni.
Una corona che pesa soprattutto quando il Paese ha bisogno di riconoscersi in qualcosa che vada oltre la politica quotidiana.
Ed è qui che comincia davvero il suo regno.
Il principe che per tutta la vita ha camminato accanto a Harald ora dovrà camminare davanti alla nazione.
Alle sue spalle rimangono il padre, una lunga tradizione monarchica e il ricordo di un re amatissimo.
Davanti a lui c’è invece una Norvegia diversa da quella che Harald aveva ricevuto nel 1991.
Una Norvegia più globale, più complessa, più consapevole e forse anche più esigente.
Haakon VIII non dovrà semplicemente continuare la monarchia norvegese. Dovrà convincere una nuova generazione che quella monarchia ha ancora un significato.
E, per un re del XXI secolo, non esiste probabilmente sfida più difficile e né più affascinante.
