Raccontare Vittorio Emanuele di Savoia senza l’alibi della nostalgia monarchica o la patina edulcorata del gossip significa trovarsi di fronte a una parabola umana e dinastica che ha dell’inverosimile. Figlio dell’ultimo re d’Italia Umberto II, l'”Erede al nulla” è vissuto perennemente sul trono di una regalità svanita, coltivando il senso del privilegio ereditario disgiunto da qualsiasi responsabilità istituzionale.
La sua biografia, scritta tra gli sfarzi dell’esilio dorato e aule giudiziarie, restituisce il ritratto spietato di un uomo che incarna il peggio del Novecento aristocratico: tracotanza, immunità percepita come un diritto naturale e un tragicomico senso di superiorità verso la “plebe” e le leggi dello Stato.
La pietra tombale su qualsiasi credibilità pubblica di Vittorio Emanuele arriva la notte del 18 agosto 1978, nelle acque cristalline dell’isola di Cavallo, in Corsica. Un alterco per lo scafo di un gommone, un fucile (una carabina Winchester) brandito in piena notte, dei colpi esplosi. A farne le spese è il diciannovenne tedesco Dirk Hamer, che morirà dopo un’agonia durata mesi. Per decenni la vicenda si arena in un dedalo di carteggi giudiziari internazionali. Nel 1991, la giustizia francese lo proscioglie dall’accusa di omicidio volontario, condannandolo unicamente a sei mesi con la condizionale per porto abusivo d’arma da fuoco. Una sentenza che lascia l’amaro in bocca e grida vendetta morale, alimentata dalla tenacia della sorella della vittima, Birgit Hamer, che per tutta la vita combatterà contro quello che definisce un insabbiamento sistematico.
Il vero monumento alla personalità di Vittorio Emanuele resta però consegnato a un’intercettazione ambientale del 2006, registrata nel carcere di Potenza (dove era finito nell’ambito di un’inchiesta della procura di Potenza guidata da John Woodcock su racket, gioco d’azzardo e corruzione al casinò di Campione d’Italia, da cui fu poi assolto).
Parlando del delitto di Cavallo, il principe si vantava candidamente con i compagni di cella:
«Anche se avevo torto… devo dire che li ho fregati. È davvero eccezionale: venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti. Ero sicuro di vincere».
In quelle poche righe c’è tutto: il cinismo, la sfacciataggine di chi si sente al di sopra della legge e il disprezzo profondo per la giustizia terrena, vissuta come un ostaggio da raggirare grazie a reti di contatti e “personalità importanti”.
Sempre durante la stessa detenzione preventiva a Potenza, le microspie catturarono il suo giudizio sui giudici italiani e sui cittadini che lo avevano atteso al varco dopo il discusso ritorno in patria (permesso nel 2002 dopo la fine dell’esilio costituzionale):
«Questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi. Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando: sono dei morti di fame, non hanno un soldo…»
Parole che smascherano il totale disprezzo di un uomo che, pur non avendo mai regnato su un solo chilometro quadrato di suolo italiano repubblicano, continuava a guardare agli italiani con la sufficienza del padrone impoverito nei titoli ma non nella boria.
Gli ultimi anni di vita del principe non hanno fatto che accentuare il profilo grottesco di un personaggio incapace persino di gestire la propria eredità dinastica. Tra risse pubbliche (memorabile quella con il cugino Amedeo di Savoia-Aosta ai matrimoni reali spagnoli nel 2004, dove arrivò a spingerlo) e la frantumazione della stessa casa reale in faide ridicole per la guida di un trono fantasma, Vittorio Emanuele è uscito di scena (è deceduto nel febbraio del 2024) lasciando in eredità l’immagine di una dinastia implosa per manifesta inadeguatezza.
Vittorio Emanuele di Savoia è stato la rappresentazione plastica di un’occasione persa dalla storia: un principe senza regno, cresciuto nel mito di un’autorità divina calpestata dalla democrazia, che ha trascorso la vita a confermare tutti i pregiudizi repubblicani sulla inutilità — e sulla pericolosità morale — del privilegio nobiliare quando incontra l’impunità.
