Parlare di Gesù e dei suoi apostoli attraverso lo schermo senza scadere nella agiografia stucchevole o nel freddo saggio storico è una delle sfide più grandi per il cinema e la televisione. Spesso, i personaggi della narrazione evangelica vengono dipinti come figure marmoree, immobili, distanti dal comune sentire. The Chosen — la celebre serie creata da Dallas Jenkins — ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana, spazzando via la patina di perfezione irraggiungibile per restituirci una galleria di ritratti profondamente, dolorosamente e meravigliosamente umani.
Il più grande successo della serie risiede probabilmente nella rappresentazione di Gesù, interpretato da Jonathan Roumie. Dimenticate il Maestro ieratico, perennemente con lo sguardo perso nel vuoto o avvolto da un’aura di intoccabile solennità.
In The Chosen, Gesù ride di gusto, scherza con i suoi discepoli, avverte la stanchezza fisica dopo una lunga camminata sotto il sole della Galilea e si commuove sinceramente di fronte alle fragilità altrui. Lo vediamo cucinare, aiutar nei preparativi, interagire con i bambini e mostrare un’umanità così disarmante da far comprendere immediatamente il motivo per cui uomini e donne dell’epoca lasciassero tutto per seguirlo. La serie non nasconde il lato umano del “Figlio dell’Uomo”: nei momenti di silenzio, tra un miracolo e una predica, traspare la consapevolezza del dolore e il peso emotivo di un destino già scritto, rendendo i suoi momenti di raccoglimento intensi e commoventi.
Se Gesù sorprende per la sua vicinanza, sono gli apostoli e i personaggi di contorno a rappresentare lo specchio in cui lo spettatore non può fare a meno di riconoscersi. Non ci sono eroi senza macchia, ma persone in carne ed ossa, con i loro bagagli di traumi, ambizioni e difetti:
- Simone (Pietro): Irascibile, orgoglioso, indebitato fino al collo con i Romani e spesso in preda all’ansia per il futuro della sua famiglia e del suo matrimonio. Non è il “capo” perfetto sin dal primo giorno, ma un pescatore rozzo che impara a piccoli, dolorosi passi a fidarsi.
- Matteo: Spiritosamente caratterizzato come un uomo geniale ma segnato da tratti di tipo neurodivergente (fortemente abitudinario, isolato dal mondo), reietto in quanto pubblicano e disprezzato dalla sua stessa gente. La sua trasformazione avviene lentamente, fatta di tentativi goffi di integrarsi in un gruppo che inizialmente lo rifiuta.
- Maria Maddalena: La sua lotta contro i demoni del passato e le ricadute nella disperazione restituiscono il senso viscerale della guarigione e della misericordia, lontana da ogni stereotipo moralistico.
- Le dinamiche di gruppo: Litigi per chi siederà alla destra o alla sinistra, gelosie, incomprensioni culturali (come le tensioni tra i pescatori e Matteo il collaborazionista) e crisi di fede. Gli apostoli litigano, si stancano, dubitano e talvolta non comprendono le parole del Maestro, proprio come faremmo noi oggi.
La forza di The Chosen sta nell’usare il mezzo della finzione narrativa e del “dramma storico” per riempire gli spazi bianchi lasciati dai Vangeli, senza mai tradirne lo spirito. Vedere queste persone comuni sedersi attorno a un fuoco, discutere su come sbarcare il lunario o ridere delle battute di Gesù azzera la distanza temporale di duemila anni.
Ciò che emerge è un messaggio universale: se uomini così imperfetti, spaventati, testardi e pieni di difetti sono stati scelti per cambiare il mondo, allora c’è speranza e spazio per chiunque di noi.

Ho letto sulla sua pagina Wikipedia che prima di sfondare come attore Jonathan Roumie pur di infilarsi a Hollywood è partito da un ruolo molto più umile, quello del location scout. In pratica andava a giro per Los Angeles alla ricerca dei posti più adatti per girare una determinata scena. L’umiltà con cui ha accettato di partire dal basso gli fa molto onore, e rende pienamente meritato il suo successo. Inoltre, il fatto che ci sia un addetto specifico perfino per la ricerca delle location la dice lunga su quanto sia elevato il livello di professionalità all’interno dei film americani: in altre realtà deve pensare a tutto il regista, a Hollywood invece anche l’incombenza più minimale viene affidata a un esperto in quello specifico compito.
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