Nella vasta e complessa scacchiera di personaggi che animano The Chosen, la figura di Simone di Cafarnao (interpretato da Shahar Isaac) è senza dubbio una delle vette narrative più riuscite dell’intera serie. Dimenticate l’iconografia tradizionale che ce lo tramanda come un pescatore burbero ma già pronto a diventare il pilastro della Chiesa. Nella serie, Simone è un uomo profondamente umano, tormentato, spesso sgradevole nei modi, sopraffatto dai debiti e lacerato da un’ansia esistenziale che lo rende tragicamente vicino a ciascuno di noi.
Analizzare la parabola di Simone in The Chosen significa ripercorrere un viaggio di smantellamento e ricostruzione dell’identità.
All’inizio della serie, Simone non è un eroe inatteso: è un disastro annunciato.
È strozzato dai debiti fiscali contratti per mantenere la licenza di pesca, al punto da accettare l’idea di spiare i suoi stessi connazionali per conto del pretore romano Quinto. Questo compromesso morale lo divora dall’interno. La pressione economica e psicologica si abbatte pesantemente su sua moglie Eden. Simone si sente costantemente inadempiente, incapace di proteggere la sua famiglia, e riversa questa frustrazione in un orgoglio feroce e in scatti d’ira impulsivi. Simone cerca di risolvere tutto da solo. È convinto che la salvezza e il riscatto dipendano esclusivamente dalla sua bravura, dalla sua forza fisica e dalla sua capacità di sgomitare. Questa arroganza di facciata nasconde in realtà una spaventosa fragilità e il terrore costante di non valere nulla.
Il momento in cui la vita di Simone cambia per sempre, ossia la pesca miracolosa, non è dipinto come una folgorazione mistica astratta, ma come il disfacimento totale delle sue certezze. Gesù non lo sceglie perché è il migliore, il più pio o il più saggio. Lo sceglie nel momento esatto del suo fallimento più nero, quando le reti sono vuote e lui è pronto ad arrendersi. L’aspetto straordinario del rapporto tra Simone e il Nazareno è la pazienza educativa di Gesù. Il Maestro vede tutta la spigolosità, la testardaggine e i pregiudizi di Simone, ma non lo rimprovera con durezza sterile; lo provoca, lo costringe a fare i conti con la propria miseria e, soprattutto, gli dà un nuovo nome (Cefa, la Pietra) quando lui si sente solo sabbia mossa dal vento.
Ciò che rende la scrittura di Simone così potente in The Chosen è che la sua conversione non è lineare. Non basta un miracolo per trasformarlo in un santo. Simone commette errori grossolani, prova risentimento (spesso velato di gelosia) verso altri discepoli e fatica a comprendere la natura spirituale del Regno di cui Gesù parla, continuando a immaginare una liberazione politica e terrena. È testardo, discute col Maestro, alza la voce, dubita. In lui vediamo la fatica fisica e mentale di chi deve disimparare una vita intera di egoismo per imparare la logica del dono e del servizio.
Impossibile analizzare Simone senza menzionare sua moglie, Eden. Nella serie, Eden rappresenta una delle figure femminili più forti e luminose: non è la moglie passiva che subisce le decisioni del marito, ma la sua coscienza critica, il suo ancoraggio alla realtà e, metaforicamente, il riflesso della pazienza con cui Dio stesso ama Simone. È lei a sostenere il peso della scelta folle di seguire quel rabbi itinerante, incarnando il sacrificio silenzioso ma partecipe di chi ama qualcuno che sta cambiando pelle.
La grandezza del Simone di The Chosen sta nell’averci restituito un apostolo che fa quasi tenerezza per quanto è imperfetto. Vederlo barcollare, cadere nella presunzione, rialzarsi in lacrime e tornare sui suoi passi, accettando persino di farsi chiamare “Pietro” prima ancora di sentirsi all’altezza di quel nome, ci ricorda che la chiamata non è riservata ai perfetti, ma a chi ha il coraggio di farsi medicare le ferite da Uno che vede oltre le nostre armature.
