Quando il cigno stona: una recensione al vetriolo di Canto del cigno di Charles Spencer- 10 ottobre



Ci sono libri che arrivano in libreria con l’aria di avere qualcosa di importante da dire. E poi ci sono libri che sembrano arrivare direttamente da un salotto aristocratico, accompagnati dalla certezza che il semplice fatto di essere stati scritti da un conte costituisca già una garanzia di qualità.

Canto del cigno di Charles Spencer appartiene, almeno per me, alla seconda categoria.

L’argomento sulla carta è tutt’altro che banale: la morte, il declino, la memoria, la fine di un’epoca e quel particolare rapporto che l’aristocrazia britannica ha sempre avuto con il proprio passato, fatto di castelli, genealogie, lutti, rituali e una certa irresistibile propensione a trasformare ogni ricordo di famiglia in una piccola epopea nazionale.

Il problema è che, a un certo punto, ci si domanda: dov’è il libro?

Perché Spencer scrive con l’eleganza di chi conosce perfettamente le buone maniere, ma proprio questa compostezza rischia di diventare una camicia di forza narrativa. Tutto è composto, levigato, educato. Persino quando dovrebbe arrivare il colpo di scena emotivo, sembra quasi di dover chiedere permesso prima di commuoversi.

E qui sta il paradosso: un libro che parla della fine dovrebbe avere almeno un po’ di mordente. Invece spesso procede come un maggiordomo impeccabile: non inciampa mai, non alza la voce, non rompe un bicchiere. E, soprattutto, non fa mai abbastanza rumore.

Spencer possiede naturalmente un patrimonio umano e storico enorme. Il suo nome, la sua famiglia e la sua esperienza personale gli garantiscono un punto d’osservazione privilegiato. Ma il privilegio dello sguardo non coincide necessariamente con la forza della scrittura. E qualche volta si ha l’impressione che il lettore venga invitato a contemplare il prestigio del narratore più che a vivere davvero la storia.

Il risultato può essere straniante.

Ci si aspetterebbe carne, sangue, contraddizioni, rimpianti, persino qualche miserabile debolezza umana. Invece ci si ritrova davanti a una narrazione talmente controllata da sembrare quasi sterilizzata.

È un libro che parla della morte con il garbo con cui, in certe case molto rispettabili, si parla di un temporale mentre si serve il tè.

E non è detto che la raffinatezza sia sempre un pregio.

La sensazione, soprattutto andando avanti, è che Spencer abbia molte cose da raccontare ma non sempre sappia trasformarle in una narrazione capace di trascinare davvero il lettore. Le pagine scorrono, certo. Ma scorrono come una Rolls-Royce in autostrada: elegantemente, silenziosamente e con pochissime curve.

E quando un libro promette un canto del cigno, personalmente mi aspetterei almeno che, prima della fine, quel cigno avesse qualcosa da strillare.

Invece qui il canto rischia di trasformarsi in un lungo, educatissimo mormorio.

C’è poi un altro aspetto che può irritare il lettore: quella costante atmosfera di distanza. Una distanza sociale, culturale, emotiva. Spencer osserva il mondo da una posizione particolare e questa posizione avrebbe potuto diventare una lente straordinaria per raccontare un universo ormai tramontato. Ma troppo spesso rimane semplicemente… una distanza.

Ed è un peccato, perché il materiale umano non manca.

Anzi, forse è proprio questo a rendere la lettura più frustrante: il libro avrebbe potuto essere molto più interessante di quanto sia.

Non è necessario che un autore aristocratico rinunci alla propria eleganza per conquistare il lettore. Ma ogni tanto sarebbe gradito che lasciasse entrare una folata d’aria nelle stanze troppo ordinate della memoria.

Perché la letteratura non è una cena di gala.

Non deve necessariamente stare composta a tavola.

Può anche rovesciare il vino sulla tovaglia.

Il libro, invece, sembra preoccuparsi continuamente di non macchiare il damasco.

E così quello che avrebbe potuto essere un libro intenso, scomodo e profondamente umano rischia di rimanere soprattutto un esercizio di memoria aristocratica: elegante, rispettabile, ben confezionato e, per quanto mi riguarda, molto meno coinvolgente di quanto il nome dell’autore e le premesse lasciassero sperare.

Il titolo prometteva un ultimo grande canto.

Io, più modestamente, alla fine avrei gradito almeno una nota davvero stonata.

Perché qualche volta, per essere memorabile, un cigno deve smettere di essere elegante e cominciare a fare un po’ di rumore.

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