Monarchie, re di carta e il fascizio sabaudo: perché la Repubblica (in fondo) ci sta comoda

Ci sono certezze incrollabili nella vita di ogni italiano: la carbonara fatta panna è un reato internazionale, il dibattito sul termosifone acceso divide i condomini da ottobre a maggio, e il fascino per le monarchie europee resiste a qualunque esame di realtà.

Basta una tiara scintillante a Londra, un matrimonio regale in Danimarca o un principato in technicolor per risvegliare in noi l’istinto del suddito romantico. Guardiamo i reali d’oltralpe con lo sguardo di chi guarda un quadro d’autore: belli, lontani, ordinati e terribilmente affascinanti. In fondo, chi non vorrebbe risolvere il traffico mattutino salutando la folla dal finestrino di una Rolls-Royce dorata?

Poi però, se proviamo a riportare quel glamour sognante lungo lo stivale, lo scenario cambia registro. Perché la nostra storia sabauda non ci ha consegnato un copione da favola nordica, ma una tragicommedia all’italiana dove i protagonisti, anziché pronunciare battute memorabili, sembravano sempre sul punto di perdere il treno.

Prendiamo sua maestà Vittorio Emanuele III. Un sovrano che ha trasformato l’indifferenza istituzionale in una vera e propria disciplina olimpica.

Quando il Paese scivolava nel baratro della dittatura, lui ha interpretato il ruolo del monarca costituzionale con la stessa partecipazione emotiva di chi guarda una partita a bocce sotto il sole di agosto. Memorabile la sua leggendaria abilità nel non decidere mai nulla, lasciando fare agli altri per poi lamentarsi del risultato. Nel 1922, mentre le camicie nere marciavano su Roma, il re era comodamente chiuso nella sua residenza a San Rossore, pronto a firmare lo stato d’assedio… salvo poi stracciarlo all’alba, inaugurando l’era del “si salvi chi può” e consegnando le chiavi dello Stato al fascismo con un sussurro e un colpo di spugna.

La sua specialità? Il menefreghismo cosmico. Un capolavoro di miopia politica che è culminato nella fuga rocambolesca dell’8 settembre 1943 da Pescara, lasciando un intero esercito senza ordini, sbandato e in balia degli eventi, mentre la famiglia reale sgattaiolava verso Brindisi a bordo di una corvetta. Un vero e proprio manuale su come dissolversi nel momento del bisogno.

Eppure, in questa galleria di comparse sbiadite, la nostalgia sa ritagliarsi i suoi angoli di tenerezza per il figlio, Umberto II, passato alla storia come il Re di Maggio.

Qui il tono cambia, si fa più sfumato, quasi proustiano. Umberto aveva una dignità d’altri tempi, un portamento impeccabile e un senso del dovere istituzionale che i suoi predecessori avevano dimenticato nel cassetto delle uniformi. Il suo regno è durato il battito di ciglia di un mese prima che il referendum del 2 giugno 1946 decretasse il verdetto della storia.

Quando lasciò l’Italia per l’esilio portoghese, lo fece con un garbo malinconico che ancora oggi, a distanza di decenni, smuove una corda di simpatia nostalgica. Era l’ultimo baluardo di un mondo in bianco e nero, il signore educato di una corte che non esisteva più. Ci si rammarica quasi per lui: un finale ingiusto per un uomo che, nei suoi trentaquattro giorni di regno, aveva mostrato almeno la decenza di crederci.

Ma se parliamo della discendenza, la nostalgia svanisce di colpo per lasciare spazio a un sano realismo spietato. Del figlio di Umberto II, l’ultimo erede, la storia ci restituisce un ritratto tutt’altro che lusinghiero e ben poco regale.

Obiettivamente parlando, non avrebbe mai saputo fare il re. Gli mancava lo standing, la misura, la stoffa del leader e persino la più elementare percezione del decoro dinastico. A vederlo muoversi tra vicende giudiziarie, polemiche televisive e dichiarazioni fuori misura, si capisce che la monarchia italiana, con lui sul trono, si sarebbe trasformata in una sitcom permanente. Non un impero sabaudo, ma un cinepanettone ininterrotto. La provvidenza laica della Repubblica ci ha risparmiato questo spettacolo, dimostrando che certe poltrone, per fortuna, restano vuote per il bene collettivo.

Ed eccoci qui, figli di una scelta sofferta ma definitiva. La storia ci ha tirato per la giacchetta, strappandoci di dosso i mantelli di ermellino e consegnandoci alla Repubblica.

Una democrazia spesso rumorosa, caotica, imperfetta, fatta di governi che durano lo spazio di un mattino e di burocrazie che mettono a dura prova la pazienza dei santi. Eppure è nostra. È l’unico sistema in cui possiamo mandare a casa chi non ci piace senza dover aspettare che abdichi o che si inventi una scusa per scappare a Brindisi.

Le monarchie europee rimarranno per sempre le più affascinanti, è vero: continueremo a guardarle con una punta di invidia estetica, come si guarda una vetrina di alta moda a Milano. Ma quando si tratta di scegliere chi governa la nostra vita quotidiana, viva i presidenti, i parlamenti e la nostra caotica, insostituibile Repubblica.

Rispondi