Tim Curry: Il sorriso che ha traumatizzato un’intera generazione.

Parlare del cult televisivo/cinematografico “It” del 1990 (diretto da Tommy Lee Wallace) significa entrare nel territorio del mito generazionale. E se i film di Andy Muschietti hanno goduto di budget faraonici, effetti visivi moderni e di una confezione impeccabile, la figura di Pennywise interpretato da Tim Curry rimane, per molti, il vero volto del terrore puro.

Nulla togliendo alla straordinaria e moderna interpretazione di Bill Skarsgård (visivamente terrificante e mostruosamente abile), la prova di Curry occupa un piano mitologico a sé stante.

Se ci viene chiesto di chiudere gli occhi e pensare a un clown che adesca i bambini nei tombini, la mente corre inevitabilmente a lui. La grandezza di Tim Curry non risiedeva nei trucchi digitali — che nel 1990 erano pressoché inesistenti per la televisione — ma nella sua incredibile, magnetica presenza scenica.

A differenza del design mostruoso e demoniaco visto al cinema nel 2017 (che spaventa a prescindere per via di una mascotte già inquietante di suo), il Pennywise di Curry era terrificantemente normale. Era un clown da festa di paese, con i capelli arancioni a sbuffo, il naso rosso rotondo e una giacca colorata. Questa vicinanza a una figura amichevole rendeva il suo improvviso passaggio alla malvagità pura qualcosa di profondamente innaturale e viscerale. Curry ha infuso nel personaggio una vena di umorismo nero, crudele e beffardo.Non urlava soltanto o ringhiava: ti seduceva con una falsa dolcezza, per poi gelarti il sangue con un cambio d’espressione fulmineo. La sua voce melliflua e le sue risate sguaiate sono entrate di diritto nella storia del cinema horror. Non c’era CGI a coprire le sbavature. Era pura espressione facciale, trucco pesante, movimento del corpo e uno sguardo che bucava lo schermo. Ogni secondo in cui Curry appariva sullo schermo riduceva a zero la distanza tra lo spettatore e il Club dei Perdenti.

Considerato oggi, il progetto originale (nato come miniserie in due puntate per la TV) mostra inevitabilmente il peso degli anni, dividendosi tra picchi di pura magia nera e ingenuità produttive.

I Pregi

  • L’atmosfera di provincia e la nostalgia: Prima di Stranger Things, fu proprio questo adattamento a codificare l’immaginario dei ragadi in bicicletta nella provincia americana, alle prese con segreti indicibili e un’estate indimenticabile.
  • Tim Curry come ancora di salvataggio:Anche quando la sceneggiatura rallenta o gli effetti speciali cedono il passo all’età, la presenza di Curry tiene incollati alla poltrona. È l’anima nera che regge l’intera impalcatura dell’opera.
  • L’efficacia dei momenti iconici: Sequenze come quella iniziale di Georgie e la barchetta di carta alla bocca del tombino, o l’album di foto che prende vita, sono rimaste impresse a fuoco nella cultura pop.

I Difetti

  • I limiti di budget e la seconda parte: Nata come prodotto televisivo, la miniserie accusa un calo drastico di tensione nella seconda parte (dedicata agli adulti), penalizzata da ritmi televisivi lentissimi.
  • Il famigerato “Climax”: Se nel libro la fine cosmica di IT è complessa, la trasposizione del 1990 sceglie la via di un famigerato ragno gigante di gomma che, a distanza di anni, strappa più di un sorriso involontario rispetto al terrore che vorrebbe incutere.

La versione del 1990 con Tim Curry rimane la spina dorsale dell’immaginario collettivo.

Skarsgård ha interpretato un mostro antico e bellissimo; Tim Curry era semplicemente IT. Ha preso un concetto archetipico e lo ha trasformato in un incubo a occhi aperti, dimostrando che per spaventare a morte il pubblico non serve un esercito di pixel, ma basta un palloncino rosso, una grata piovosa e un attore di genio pronto a ridere dell’umanità.

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