C’era un tempo in cui l’accoppiata Tim Burton-Johnny Depp era una garanzia di alchimia pura, un connubio gotico capace di sfornare capolavori eccentrici e malinconici come Edward mani di forbice o Ed Wood. Poi, anno dopo anno, la formula magica ha iniziato a puzzare di stantio, trasformandosi in una specie di parco giochi autopropagandistico dove il bizzarro diventava manierismo e la maschera di Depp un copia-incolla stanco di tic e smorfie. E Dark Shadows (2012) ne è il manifesto definitivo: un luna park barocco e stanco, dove il brivido gotico lascia spazio a una sbadigliata collettiva.
La pellicola si regge su un’idea di fondo che sulla carta aveva il suo perché: riesumare la mitica soap opera gotica degli anni Sessanta e passarla nel frullatore kitsch del Burton più autoreferenziale. Il risultato? Barnabas Collins – un vampiro d’annata sepolto vivo nel Settecento da una strega respinta e risvegliato negli psichedelici e sgargianti anni Settanta – viene catapultato in un delirio di colori pastello, lucidalabbra, palline da disco e battute sul rock di Alice Cooper. Il contrasto tra l’aristocratico succhiasangue d’altri tempi e il peggio del peggio dell’estetica pop anni ’70 avrebbe dovuto generare scintille. Invece, produce un fuoco fatuo che si spegne dopo venti minuti.
Il problema principale è proprio lui, Johnny Depp. Nei panni di Barnabas, l’attore sembra quasi recitare in un autoparodia involontaria, tirando fuori dal cilindro il solito campionario di sguardi sgranati, gesti compassati e pallore ceruleo già visti in altre diecimila salse targate Burton. Non c’è più il brivido dell’imprevedibilità, solo la fastidiosa sensazione di assistere a un attore intrappolato nel costume di se stesso. Dall’altra parte, Eva Green nei panni della spietata e rancorosa strega Angelique prova a salvare baracca e burattini con un’interpretazione feroce, sensuale e fisica che mangia letteralmente lo schermo, sverniciando completamente il co-protagonista maschile ogni volta che si trovano inquadrati insieme.
Il film soffre di una schizofrenia narrativa disarmante: barcolla pericolosamente tra la farsa grottesca e il romance gotico senza mai trovare una quadra, accumulando sottotrame inutili, fantasmi che spuntano a caso e una barcata di effetti speciali digitali troppo patinati che fanno a cazzotti con il delizioso sapore artigianale che i vecchi film di Burton sapevano profumare.
In sintesi, Dark Shadows è come un cocktail stuzzicante lasciato troppo tempo al sole: all’inizio attira lo sguardo per via dei colori sgargianti, ma alla prova dei fatti risulta annacquato, privo di reale mordente e incapace di lasciare il segno. Un’occasione sprecata in cui il grande cinema gotico di un tempo si è ridotto a una cartolina sbiadita, buona giusto per una serata di pioggia in cui non si sa davvero cos’altro guardare.
