Dimentica i drammi aziendali patinati, le crisi esistenziali da Silicon Valley o le tragedie dei ricchi annoiati. Se vuoi fare un vero e proprio tuffo a bomba nella piscina comunale del delirio pop, Netflix ci ha regalato una perla che sfiora il capolavoro del cattivo gusto: il documentario su Yurena (al secolo l’iconica, inimitabile e sfortunata Tamara dei primi anni Duemila).
Un viaggio lisergico in quell’era meravigliosamente barbara della televisione spagnola in cui la dignità umana era un optional e il circo mediatico era il pane quotidiano.
Immagina un universo alternativo in cui una cantante senza il benché minimo briciolo di talento vocale decide imperterrita di diventare la Madonna iberica. Aggiungi canzoni tormentone come “No cambié” che ti entrano nel cervello come un trapano a percussione e look tra il gotico di plastica e la sarta cieca.
Il documentario scava in quel cortocircuito mentale collettivo in cui la povera Yurena è passata dall’essere sbeffeggiata nei salotti televisivi più feroci del Paese a diventare un totem pop postmoderno. Ma la vera superstar qui non è solo lei: è l’intero ecosistema di disgraziati della TV del dolore e del bizzarro che le ruotava intorno.
La parte più grottesca e magnificamente surreale – roba che a confronto The Office sembra un documentario di Piero Angela – vede protagonista Margarita Seisdedos, la madre di Yurena.
Una donna mossa da una protezione materna talmente feroce e psicotica da girare imperterrita negli studi televisivi brandendo una borsetta che, secondo la leggenda metropolitana (e i fatti), conteneva un mattone pronto a fracassare la testa a chiunque osasse insultare la figlia. Pensa a un incrocio tra Game of Thrones e una rissa da cortile in un paesino della Mancha, il tutto in diretta nazionale davanti a milioni di spettatori inorriditi e, diciamoci la verità, ipnotizzati.
Intorno a loro gravita una corte dei miracoli surreale: sedicenti veggenti che dialogano con i vegetali (ciao, Paco Porras), cantautori sull’orlo di una crisi di nervi e rivali assetate di vendetta mediatica disposte a vendere l’anima al diavolo pur di strappare due minuti di share in più.
Guardare questo documentario oggi fa lo stesso effetto di un incidente d’auto: vorresti distogliere lo sguardo, ma la morbosità ha la meglio. Ti costringe a ridere di cose che, a pensarci bene, grattano la superficie del bullismo di massa legalizzato dallo Stato.
Eppure, in mezzo a questo caravanserraglio di trash puro, c’è qualcosa di quasi commovente nella resilienza surreale di Yurena: un’eroina involontaria che si è presa palate di fango in faccia rimanendo inspiegabilmente fedele a sé stessa, mentre il mondo la usava come sacco da boxe catodico.
Insomma, se pensavi di aver visto il fondo del baratro con i reality show moderni, preparati: i primi anni Duemila spagnoli giocavano a un altro campionato.
