Se pensavi che il punto più basso della dignità televisiva fosse stato toccato con la prima puntata di questa telenovela in streaming, preparati a scavare. Perché Netflix non si è accontentata di sdoganare il genere del “ti sputtano in 4K comodamente dal divano” con quel capolavoro di cinismo sociologico chiamato Unica; ha deciso pure di rincarare la dose con la serie sequel, intitolata semplicemente Ilary (perché modestia e sintesi sono optional).
Qui siamo di fronte a un esperimento antropologico spaventoso: la transizione della cronaca rosa direttamente nel tritacarne del meta-reality autoreferenziale.
Presentato come un intimo e sofferto sfogo per “far sentire la propria voce” e difendere la verità, rigorosamente dietro compenso milionario e con i riflettori di una multinazionale americana puntati in faccia. Ci vendono la favola della donna tradita, ferita, ma incredibilmente ironica, che si mostra “per quella che è veramente” tra una borsetta griffata, un caffè con le amiche storiche e gite di lusso. Ogni corna, ogni caffè negato, ogni Rolex e ogni frecciatina all’ex marito vengono pesati, impacchettati e serviti a puntate come se fossimo a una televendita di pentole, dove il premio finale non è il set di posate, ma l’ennesima copertina e il boost alle ricerche Google.
Il vero dramma di questa operazione non è tanto il fallimento di un matrimonio durato vent’anni ( spoiler: le coppie scoppiano ogni giorno, anche senza bisogno di scomodare la stampa internazionale), quanto la mercificazione totale del rancore.
Ci raccontano che la protagonista è “uscita dalla comfort zone”, ma l’unica zona da cui non uscirà mai è quella del portafoglio perennemente gonfio grazie alla spettacolarizzazione della propria fine sentimentale. Prima ci hanno fatto pesare le lacrime sul caffè del tradimento, poi ci hanno riprovato con il sequel per ricordarci che, se il matrimonio è finito, la monetizzazione della sfiga coniugale ha appena iniziato la sua seconda stagione.
Chissà se nella terza stagione ci spiegheranno finalmente quanto costa al minuto l’indignazione a favore di telecamera.
