Mollo tutto e apro un chiringuito.


Il grande schermo ha il potere di prendere fenomeni pop nati sul web e trasformarli in lungometraggi. Nel 2021, il Milanese Imbruttito ha fatto il grande salto dalla pagina Facebook al cinema con “Mollo tutto e apro un chiringuito”, diretto da John Snellinberg.
Il risultato? Una commedia che, pur strizzando l’occhio al target nativo della pagina, riesce a sorprendere uscendo parzialmente dalla sua comfort zone.
Il film prende il via nel tempio sacro dell’Imbruttito: Milano, la città del fatturato, dei aperitivi smart working e delle riunioni calendarizzate. Il nostro protagonista (interpretato da un eccellente Germano Lanzoni, che dà corpo e anima alla caricatura) vive la sua solita frenetica routine a base di KPI, deadline e fatturato da raddoppiare.
Ma la vita riserva dei colpi di scena. Per una serie di disavventure finanziarie e burocratiche l’Imbruttito si ritrova costretto a lasciare le nebbie della Madonnina per trasferirsi in un isolotto sardo semi-disabitato, dove dovrebbe sorgere il famigerato chiringuito.
Da qui parte lo scontro culturale per eccellenza: il milanese “miao” (stressato, ipercinetico, dipendente da WhatsApp) sbarca in un contesto fatto di ritmi lenti, “tempo sardo”, natura selvaggia e paesani diffidenti guidati da un capopopolo locale irresistibile.
Se il personaggio social funziona grazie a brevi battute fulminanti, il merito della tenuta del film è tutto di Lanzoni. Riesce a rendere tridimensionale una maschera che rischiava di rimanere bidimensionale, donandogli momenti di autentica vulnerabilità senza tradire il cinismo tipico del personaggio.
La sceneggiatura ha il coraggio di prendere in giro bonariamente proprio il mito milanese. Non si limita a celebrare l’efficienza della città, ma ne evidenzia i tic, le nevrosi e l’ossessione patologica per il lavoro, smontandone le certezze sotto il sole della Sardegna.
Accanto a Lanzoni troviamo una spalla d’eccezione come Claudio Bisio, Brenda Lodigiani e il Nano, che garantiscono continuità e gag collaudate.
Trattandosi del salto da un format nativo social (fatto di video di pochi minuti) al lungometraggio, in alcuni momenti centrali la sceneggiatura accusa un po’ di stanca, affidandosi a gag e cliché già visti o prevedibili sulla contrapposizione Nord-Sud.
Per trovare una quadra narrativa, il finale cede inevitabilmente a una morale un po’ zuccherosa e buonista (“il lavoro non è tutto nella vita”), che se da un lato chiude bene l’arco di trasformazione del personaggio, dall’altro fa storcere un po’ il naso ai fan più duri e puri dell’Imbruttito cinico e spietato.
Non è un capolavoro della commedia italiana, ma è una boccata d’aria fresca nel panorama dei prodotti cinematografici legati ai fenomeni del web. Rende giustizia a un personaggio iconico, strappa sincere risate e, cosa non scontata, ha il coraggio di dire che ogni tanto spegnere il telefono e guardare il mare non fa poi così schifo.

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